Apple Pay: arriva in Italia la lenta rivoluzione dei pagamenti mobile

Apple Pay si prepara a sbarcare in Italia mentre all'estero il servizio fatica ancora a imporsi. Per quale motivo?

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Era il 2014 e Apple aveva lanciato un servizio che prometteva di rivoluzionare i pagamenti in tutto il mondo. Sono passati tre anni e quella rivoluzione, Apple Pay, fatica ancora a imporre il suo standard e a diffondersi tra i consumatori, soffocata dalla ritrosia di alcuni istituti bancari, dalla forte concorrenza dei rivali e da utenti refrattari ad un cambiamento così importante. Nonostante tutto il servizio è ormai prossimo all'arrivo in Italia, con accordi già presi con Boon, Carrefour Bank, Unicredit e con i circuiti Visa e Mastercard. Come nel resto del mondo anche nel nostro Paese sono per ora poche le banche che hanno aderito, chiaro segno di una rivoluzione che promette grandi cose ma che si sta rivelando più lenta del previsto.

Cambiamento lento

Al lancio Apple Pay sembrava avere tutte le carte in regola per imporsi, integrandosi alla perfezione con un ecosistema appositamente predisposto da Apple per l'occasione. Wallet, Touch ID e NFC sono le chiavi di volta di uno strumento capace di interfacciarsi direttamente con i POS dei negozi e di permettere all'utente di pagare semplicemente avvicinando l'iPhone o l'Apple Watch ai terminali. Ad Apple l'onere di accordarsi con la banche e gli istituti di credito, all'utente quello di registrare le carte sull'applicazione del proprio dispositivo e autenticarsi con il sensore di impronte digitali. Un sistema sicuro e veloce che aveva portato tanti a credere in un suo successo rapido e in una sua diffusione capillare in tutto il mondo. I numeri importanti ci sono e ci parlano di un 2016 in cui i nuovi pagamenti digitali hanno mosso cifre pari a 30,4 miliardi di euro con un aumento del 46% rispetto al 2015. Una crescita importante ma comunque limitata, pari al 16% sul totale dei pagamenti digitali. Ad oggi sono infatti solo 13 i paesi ad avere a disposizione Apple Pay: Australia, Canada, Cina, Francia, Giappone, Hong Kong, Nuova Zelanda, Regno Unito, Russia, Singapore, Spagna, Stati Uniti e Svizzera. A Cupertino si sono ritrovati a dover fare i conti con colossi della finanza refrattari al cambiamento e con un sistema complesso poco incline ad accettare regole nuove. Anche in mercati importanti come Usa e Australia ci sono state difficoltà. Vero che negli Stati Uniti il 75% delle transazioni contactless avviene tramite Apple Pay ma sono ancora numerose le resistenze di istituti finanziari e venditori. CVS, la seconda catena di farmacie del Paese, e Walmart, la principale catena di supermercati, sono solo due tra le aziende che hanno deciso di non includere la proposta Apple nei loro negozi. Ancora più drammatica la situazione in Australia, dove associazioni e venditori hanno unito le loro forze per ostacolare Apple Pay. Cinque tra le principali banche del Paese hanno proposto ad Apple un accordo per integrare la tecnologia NFC di Cupertino nei loro sistemi di transazione. Il rifiuto categorico di Cupertino, che vuole far passare il suo standard di connessione solo tramite la sua app, ha aperto una battaglia legale che, tra boicottaggi degli istituti di credito e ricorsi all'antitrust, è ancora in pieno svolgimento. Accordi difficili da raggiungere, frutto di lunghe ed estenuanti trattative che non sempre vanno a buon fine.

Le banche, almeno per ora, preferiscono affidarsi a sistemi interni piuttosto che dare le chiavi del loro mondo ad una così potente azienda esterna. Altro problema di non poco conto è quello di un'utenza non ancora abituata a questo tipo di transazioni. É il Politecnico di Milano a sottolineare che in Italia nel 2015 l'uso del contante si è mantenuto saldamente sopra al 50%. Per questo l'introduzione del sistema nel nostro Paese è circondata da forti dubbi. Il futuro, seppur a lunghissimo termine, è comunque dalla parte di Cupertino e i mobile payment hanno tutte le carte in regola per diventare uno standard nei prossimi anni. I rivali di Apple lo hanno capito e Samsung, LG, Google, Huawei e Xiaomi hanno già provveduto a lanciare i loro sistemi paralleli e alternativi. Alta concorrenza e grandi potenzialità: ogni smartphone avrà il suo standard, ogni modello userà una sua tecnologia, ogni accordo porterà con se un peso specifico diverso, per un caos facilmente prevedibile.