Blue Whale e il disagio giovanile ai tempi dei social

Il fenomeno Blue Whale, tra mito e leggenda metropolitana, mostra come sia più facile incolpare internet che capire i problemi dei giovani.

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Alessio Ferraiuolo Alessio Ferraiuolo è cresciuto a pane, cinema e videogame. Scopre in giovane età la sua passione per la tecnologia, che lo porta a divorare tutto quello che il mercato ha da offrire, dall’hardware per PC agli smartphone, senza mai sentirsi sazio. Nel tempo libero adora suonare la chitarra, andare in palestra e guardare tonnellate di film e serie TV. Lo trovate su Google+ e su Facebook.

Una notizia capace di canalizzare le attenzioni di internet prima e della stampa tradizionale poi, una vera gallina dalle uova d'oro per i media e un argomento da spolpare fino all'osso. Peccato che a farne le spese siano i ragazzi più deboli e problematici, alle prese con un fenomeno che ha tutte le caratteristiche della leggenda metropolitana ma che è stato amplificato dal passaparola prima e dalla stampa poi. Blue Whale, il "gioco" che porta al suicidio gli adolescenti, è sulla bocca di tutti, ma già la definizione di gioco, ancora utilizzata oggi, è fuorviante e conduce i meno informati a trarre conclusioni sbagliate. Si tratta di un'app per smartphone, o dell'ennesimo caso di violenza nei videogiochi? Pensieri che possono formarsi nelle menti dei genitori meno informati, e che hanno contribuito ancora di più a mitizzare questo fenomeno.

Quando i media danno credito a una bufala

Diciamolo subito: Blue Whale non esiste, o almeno non come viene spesso raccontato. Non esiste nessun grande architetto che porta i giovani al suicidio, esistono solo ragazzi che hanno bisogno di essere aiutati. In fondo, si tratta della cosa più semplice da fare: incolpare internet, un fantomatico gioco e i social è più semplice che assumersi la responsabilità di non aver seguito a sufficienza i propri figli, o i propri studenti, perché anche le istituzioni hanno il compito di aiutare i più deboli nel luogo dove spesso il disagio si crea, cioè a scuola. Blue Whale è un'isteria collettiva, un percorso verso il suicidio che si è generato sul web e si diffonde grazie alla sua stessa fama, ma senza partire da basi reali. Il sito della Polizia Postale italiana recita: "Il Blue Whale è una discussa pratica che sembrerebbe provenire dalla Russia: viene proposta come una sfida in cui un così detto "curatore" può manipolare la volontà e suggestiona i ragazzi sino ad indurli al suicidio, attraverso una serie di 50 azioni pericolose. Ad oggi capita anche che bambini e adolescenti si contagino fra di loro, spingendosi ad aderire alla sfida su gruppi social dopo aver facilmente rintracciato in rete la lista delle prove ed essersi accordati sul carattere segreto di questa adesione. Le prove prevedono un progressivo avvicinamento al suicidio attraverso pratiche di autolesionismo, comportamenti pericolosi e la visione a film dell'orrore e altre presunte "prove di coraggio", che vengono documentate con gli smartphone e condivise in rete sui social".
Già la genesi del fenomeno dovrebbe chiarire subito il fatto di essere di fronte a una bufala di proporzioni immani. La fonte originale è il giornale Novaya Gazeta, che lo scorso mese ha pubblicato un report che parlava di fantomatici gruppi Facebook che hanno istigato al suicidio oltre ottanta ragazzi in Russia, report smentito a più riprese da varie testate locali e internazionali. Allo stato attuale, è bene precisarlo, non è stata confermata l'esistenza di alcun gruppo di questo tipo, men che meno di un gioco che porti al suicidio i più deboli e vulnerabili. Gruppi in cui aspiranti suicidi si scambiano opinioni esistono - del resto esiste un argomento che non venga trattato su internet? - ma tutto il resto non è stato mai confermato e puzza lontano chilometri di bufala.
Il nome Blue Whale non è nemmeno menzionato nell'articolo originale, a conferma dell'arricchimento subito dalla storia nel corso del tempo, frutto della pura invenzione. Leggendo la nascita dell'affaire Blue Whale il mito si fonde con la realtà: si parla di culti segreti idolatranti ragazze suicide, di chat nate come funghi dopo la pubblicazione dell'articolo su Novaya Gazeta e di numerosi suicidi attribuiti al fenomeno. Niente di più falso: dall'Italia, dove sono stati segnalati oltre 50 casi sospetti di autolesionismo legati a Blue Whale, alla Russia, dove i numeri diventano incredibilmente più grandi, nessuna autorità di sicurezza ha mai affermato un legame tra i suicidi e le chat su Facebook o su altri social.
A proposito della Russia, il numero di casi elevato non deve stupire: si tratta di uno dei paesi con il tasso di sucidi più alti al mondo. Di chi è la colpa? Di un paese con gravi problemi e che non si cura dei bisogni del suo popolo e dei suoi giovani, o di un burattinaio che tesse oscure trame per portare i ragazzi al suicidio? Anche in Italia, la Polizia Postale non ha trovato prove dell'esistenza di menti diaboliche che influenzano le menti dei ragazzi.

Realtà, mito e finzione si mescolano alla perfezione nelle cronache di questi giorni sul tema, creando solo confusione su problemi di cui le istituzioni, ma prima ancora i genitori, devono assumersi la responsabilità. Scaricare le colpe su internet è troppo semplice e troppo scontato, soprattutto nel caso di una vicenda la cui storia non reggerebbe nemmeno in film horror di serie B. Dialogare di più con i propri figli, creare strumenti di supporto psicologico più efficaci nelle scuole e dedicare più tempo ai giovani è certamente più efficace che sparare a zero sui social e su internet. Questo basta per risolvere tutti i problemi delle menti più vulnerabili e influenzabili? No, alle volte nemmeno questo ferma i pensieri più oscuri e terribili della mente umana. Il vero Blue Whale non è una chat, non è un gruppo Facebook, non sono gli hashtag suicidi, il vero Blue Whale è la mancanza di attenzione verso un mondo giovanile che, oggi come in passato, è più complesso di quanto si pensi, basta solo ricordarselo ogni tanto.