Gates, Robot e Tasse: dove finiscono le imposte della Silicon Valley?

Bill Gates propone di tassare robot e nuove tecnologie, ma negli Stati Uniti mancano oltre 1300 miliardi di dollari di imposte dalla Silicon Valley.

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Dal 2008 al 2014, 50 grandi aziende americane si sarebbero servite di 1600 filiali in paradisi fiscali per evitare di pagare le tasse su almeno 1300 miliardi di dollari. Questo è quanto emerge dall'ultimo rapporto di Oxfam, una delle più importanti ONG mondiali. Tutte le più grandi aziende del settore high-tech sarebbero coinvolte nell'utilizzo sistematico di conti offshore per evitare la mannaia del fisco americano. Da Apple a Microsoft, da Google a IBM, la pratica è sempre la stessa: grandi somme di denaro vengono spostate nei più convenienti paradisi fiscali per eludere le imposte che si pagherebbero in patria. Cifre impressionanti che assumono connotati ancora più grotteschi dopo la proposta di Bill Gates di tassare robot e nuove tecnologie per favorire reddito di cittadinanza e politiche sociali.

Le cifre del settore high-tech

"Oggi se un essere umano guadagna 50 mila dollari all'anno, lavorando in una fabbrica, deve pagare le imposte. Se un robot svolge gli stessi compiti, dovrebbe essere tassato allo stesso livello. Non ritengo che le aziende che producono robot si arrabbierebbero se fosse imposta una tassa. L'utilizzo dell'intelligenza artificiale può generare profitti con risparmi sul costo del lavoro". Con queste parole lo storico fondatore di Microsoft aveva lanciato una proposta interessante ma che stride non poco con le politiche di un azienda che, secondo Oxfam, detiene oltre 108 miliardi di dollari in conti esteri. In testa alla classifica c'è però Apple, capace di raggiungere la cifra di 181 miliardi. Alphabet, che controlla anche Google, arriva "solo" a 47 miliardi, poco sopra HP (43,9 miliardi) ma decisamente sotto IBM (61 miliardi). Su profitti di oltre 4000 miliardi di dollari questi grandi colossi hanno pagato al fisco il 26,5% di quanto guadagnato, quasi il 10% in meno del 35% fissato dalla legge e il 5% in meno di quanto paga, mediamente, un contribuente americano.
Dati che fanno impallidire e che hanno spinto molti a chiedersi se non sia opportuno fare in modo che queste aziende riportino in patria il loro denaro per dare loro stesse un contributo alle casse del welfare. Queste le parole sul tema della giornalista Milena Gabanelli, diffuse dopo la proposta di Gates: "Bill Gates con la sua Microsoft è transitato dall'Irlanda per pagare meno tasse. Da presidente onorario, al forum di Monaco, avrebbe potuto essere più rivoluzionario invitando proprio la Microsoft a riportare in patria i miliardi di dollari che tiene parcheggiati nei paradisi fiscali e rivolgere l'invito anche alla Apple, a Google e a Cisco. Capitali portati fuori per non pagare imposte. Ricordandosi pure di Amazon che sui miliardi di profitti fatti in Europa, facendo sparire i negozi al dettaglio, paga l'1% in Lussemburgo. Se soltanto le grandi compagnie dell'high-tech pagassero il dovuto dove realizzano i loro profitti, si potrebbero incrementare i sussidi per quei lavoratori che sono rimasti a spasso proprio a causa delle loro tecnologie, che, come è giusto, nessuno si è mai sognato di tassare". Il tema è quanto mai caldo e con molte contraddizioni, come dimostrano questi numeri, per un settore che nei prossimi anni dovrà per forza di cose essere regolato meglio a livello fiscale, prima ancora di parlare di tasse su tecnologie, come quelle dell'automazione e delle IA, che, a oggi, genererebbero un gettito fiscale probabilmente inferiore a quello dovuto dagli attuali colossi dell'ICT.