Speciale Mark Zuckerberg

Ripercorriamo la storia di uno dei personaggi più controversi dell'imprenditoria moderna e della sua creatura, Facebook.

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Mettersi nei panni di Mark Zuckerberg, CEO e fondatore di Facebook, non deve essere affatto semplice. Nel 2004, a soli vent’anni, ha messo online il sito thefacebook.com e da quel momento non ha fatto altro che curare e proteggere la propria creatura, allontanando da sé acquirenti pronti a versargli cifre inimmaginabili, tra cui i grandi colossi della tecnologia come Yahoo e Microsoft. In pochi sarebbero riusciti a resistere alla tentazione di cedere tutto e godersi la vita e ancora meno avrebbero avuto la capacità di portare il valore di questo “prodotto” fino a 170 miliardi di dollari, superiore a quello di Amazon, all’inizio del 2014. A questo punto, non si può fare a meno di parlare di talento. Se uno come Steve Jobs lo ha preso sotto la propria ala protettrice e gli ha fornito consigli utili per la gestione di un’impresa allora è chiaro che Facebook non è stato creato per caso. Zuckerberg è Facebook e scindere i due elementi è praticamente impossibile. Ecco perché è meglio approfondire la storia di questo ragazzo fenomenale, che ha rivoluzionato il modo di gestire le relazioni tra le persone in tutto il mondo.

Da Harvard alla Silicon Valley: nasce il fenomeno Facebook

Come leggenda vuole, la parabola ascendente di Mark Zuckerberg e Facebook inizia in un dormitorio di Harvard ma, come accaduto per la maggior parte delle aziende impegnate nel mondo della tecnologia, si sviluppa a Palo Alto, nella Silicon Valley, in California. Nell’estate del 2004 nasce il primo ufficio da cui "TheFacebook.com" inizia a farsi conoscere, espandendosi ben oltre le semplici università in cui il social network fu inizialmente diffuso (Harvard, Columbia, Stanford, Yale). Qui Zuck e i suoi primi dipendenti si affidano ad un personaggio noto e ammirato da programmatori e hacker come loro: Sean Parker, co-fondatore di Napster ed esperto di start-up digitali, che li aiuterà a districarsi al meglio tra le tentazioni e le minacce che si nascondono nella Silicon Valley. Parker porta la società a maturare e ad espandersi grazie alla sua capacità di ottenere finanziamenti, vitali per il mantenimento dei server e per l’acquisto di attrezzature sempre migliori. Per l’importanza della sua attività assume un certo peso all’interno della start-up, tanto da esserne nominato presidente. Tuttavia il 51% delle azioni appartiene a Zuckerberg ed è lui a prendere in mano le redini di Facebook e a compiere, sin dagli esordi, scelte difficili ma determinanti. Pochi mesi dopo il lancio del portale "TheFacebook.com" Mark sa di avere tra le mani una bomba digitale pronta ad esplodere da un momento all’altro e inizia a pensare a qualcosa che possa migliorare il proprio prodotto.

Parallelamente a "theFacebook.com", Zuck sviluppa la piattaforma di file sharing Wirehog. Si tratta di un programma da scaricare sul computer che permette di scambiare file conservati in locale con altri contatti di theFacebook.com. Nell’ottobre del 2004 viene lanciata la beta di WireHog, ma contrariamente a quanto Zuck sperava, la sua piattaforma non ottiene il successo sperato e “muore” nel 2006. Tuttavia la capacità di non arrendersi del biondo programmatore lo porta a creare un prodotto simile ma integrato ancor di più con il proprio social network: Platform. Da quel momento gli utenti iniziano a condividere foto, video e documenti sulla propria bacheca senza alcuna difficoltà e nasce, relativamente alle immagini, il fenomeno “tag”, con cui gli utenti (ancora studenti in questo caso) segnalano gli amici presenti in foto, contribuendo a quella che viene definita dai media come la “rivoluzione per immagini di Facebook”. Nel frattempo Zuck decide, su consiglio di Sean Parker, di cambiare nome alla società: basta solo “Facebook”, più pulito e moderno. Visto il successo raggiunto, la piattaforma social inizia ad attrarre acquirenti. Facebook è una vera e propria miniera d’oro, essendo basato su informazioni personali degli utenti inserite da loro stessi per farsi riconoscere dagli amici. Un paradiso per le compagnie pubblicitarie e una gallina dalle uova d’oro per i grandi colossi tecnologici, speranzosi che un giorno Mark possa cedere alle loro offerte.

News Feed: la privacy è un lontano ricordo

Fino al 2006 Facebook ha avuto un gran successo, questo è vero, tanto da attirare l’attenzione di Yahoo (Zuckerberg rifiutò un’offerta da quasi un miliardo di dollari), ma non ha creato eccessivo scalpore per questioni di privacy. Gli studenti aggiornavano i propri profili e nessuna notifica appariva agli altri contatti. Si trattava di una sorta di bacheca statica, i cui aggiornamenti riguardanti le informazioni personali, gli status o le foto profilo potevano essere visionati solo recandosi su quella determinata pagina. Nel 2006 però, un’altra rivoluzione arrivò a sconvolgere la community di Facebook. Zuck e il suo team capirono che c’era un modo per aumentare le pageview e i periodi di permanenza sul sito, vera manna per le agenzie pubblicitarie, fonte di gran parte dei ricavi di Facebook: rendere ogni aggiornamento una notizia da segnalare agli amici. Nasce in questo modo News Feed, feature che al giorno d’oggi può sembrare banale, ma che all’epoca ha provocato reazioni negative da parte degli iscritti al social network. Le migliaia di lamentele arrivate sulla scrivania di Zuckerberg denunciavano veri e propri drammi personali. Insomma, gli utenti non accettavano che momenti privati della propria vita venissero comunicati in tempo reale a tutti i propri contatti. Sembra un paradosso, visto che parliamo di social network, ma è così. La verità è che la natura “universitaria” del primo Facebook bastava agli studenti iscritti per garantire loro la privacy desiderata. Era come tenere il proprio diario personale, ma con News Feed si sentirono denudati. Mark Zuckerberg decise di intervenire personalmente e, dopo essersi scusato, decise di mettere mano alle impostazioni relative alla privacy. Con questa mossa Zuckerberg, da vero fiorettista qual’era (praticava scherma all’università), fece un piccolo passo indietro dando agli utenti la possibilità di gestire meglio la propria privacy, al fine però di prepararsi ad una stoccata decisiva: l’apertura di Facebook al mondo intero, News Feed incluso, ovviamente.

“Welcome to Facebook, everyone”

Il 26 settembre 2006 Zuck decide che è arrivata l’ora di togliere le catene alla sua creatura, lasciandola libera di catturare utenti in tutto il mondo. La scritta “Welcome to Facebook, everyone” accoglie i nuovi adepti sulla home page e nel giro di un mese le iscrizioni a livello giornaliero balzano da 20 mila a 50 mila. Il traguardo dei dieci milioni di utenti viene presto raggiunto. Tuttavia non sono tutte rose e fiori. Se al lancio di News Feed gli utenti avevano protestato perché “traditi”, l’apertura mondiale del social network non fece altro che peggiorare la situazione. A poco servivano i filtri News Feed se le immagini imbarazzanti potevano essere comunque copiate e diffuse online. Il mondo del web è pieno di gallerie fotografiche, pubblicate anche dai principali media, in cui appaiono persone in situazioni sconvenienti, o di screenshot di chat che hanno rovinato più di una relazione. Zuckerberg ha puntato al successo della propria piattaforma e con l’open-registration ha fatto capire, ancora una volta, che ormai il concetto di privacy sarebbe stato totalmente stravolto. Il nuovo obbiettivo di Zuckerberg era trasformare Facebook in uno “strumento di conversazione tra business e privato” e nel 2007 compie un importante passo in questo senso: apre la propria piattaforma agli sviluppatori esterni per la creazione di web-app, cedendo anche una piccola parte della compagnia a Microsoft, per 240 milioni di dollari. Zuck dimostra di avere ben chiaro in mente il disegno che lo porterà ad allargare il proprio bacino d’utenza: costruire un ecosistema di sviluppatori in grado di creare e/o sbloccare nuovi mercati, alimentati dalla condivisione di informazioni, gusti, hobby e passioni che gli stessi utenti avevano inserito nel social network.

Da preda a cacciatore

Nel 2009 Facebook può già vantare il primo bilancio in attivo e Zuckerberg non perde tempo a crogiolarsi sugli allori. Da “preda” diventa “cacciatore” e tenta di acquistare senza riuscirci, tra le altre cose, un servizio di micro-blogging sociale noto come Twitter. Se oggi pensiamo che Facebook e Twitter avrebbero potuto essere una sola cosa, ci vengono i brividi. Poco prima del 2009, nel dicembre del 2008, Zuck piazza un altro dei suoi colpi vincenti: lancia Facebook Connect. Da quel momento in poi gli sviluppatori di siti web esterni potevano permettere il log-in degli utenti tramite le credenziali del social network blu. Pochi mesi dopo, e ritorniamo nel 2009, Zuck fa un’altra mossa strategica e al tempo stesso storica: acquista il servizio FriendFeed per 47,5 milioni di dollari e prende spunto dalle feature di condivisione e feedback di quest’ultimo per introdurre il famigerato “like”. Un altro colpo alla privacy degli utenti, i quali, per la maggior parte inconsapevolmente, tramite un “mi piace” indicano alle aziende e alle agenzie pubblicitarie i propri interessi. Grazie alle intuizioni del suo fondatore, Facebook raggiunge quota 500 milioni di iscritti nel 2010 e si appresta a intensificare i suoi sforzi anche nel settore mobile, dove era rappresentato sin dal 2008 da una semplice applicazione. C’è bisogno di immaginare una nuova strategia per ottenere il massimo risultato in termini economici dall’integrazione tra business reale e quello digitale, ma nel 2010 il mercato mobile è ancora troppo acerbo e Zuck decide di non esporsi pienamente al rischio. Tuttavia vengono avviati alcuni progetti, come il Facebook Phone, il quale si rivelerà, tre anni dopo, un autentico fiasco, o Facebook Home, anch’esso un buco nell’acqua.

Wall Street

Nel settembre 2011 gli utenti iscritti a Facebook sono 800 milioni e poco importa che Google abbia appena lanciato un servizio antagonista, Google+. Zuckerberg continua a migliorare il proprio social e nel dicembre dello stesso anno implementa la Timeline. Per la prima volta gli aggiornamenti di stato degli utenti sono organizzati secondo un menù cronologico. Cambia lo stile delle pagine e cambia anche il modo di fruizione dei contenuti da parte degli iscritti, i quali possono scorrere con spietata audacia critica i profili di amici, fidanzate o aziende dotate di una propria pagina personale.
Ma è nel 2012 che Facebook diventa pienamente un “gigante del web”. Secondo i dati Experian, il traffico utenti del social network statunitense avrebbe superato, in quell’anno, quello di Google. Basta questo per capire che mai momento fu più giusto per decidere di approdare a Wall Street ed essere quotati in borsa. Un mese prima del grande debutto nella borsa di New York, Zuckerberg piazza un altro colpo dei suoi: acquista Instagram per un miliardo di dollari e Facebook diventa in un colpo solo il dominatore assoluto del settore del photo-sharing. Al tempo stesso Facebook non perde la propria identità e Instagram può tranquillamente continuare a lavorare sotto il proprio nome e in maniera semi-indipendente. In tal modo, Zuckerberg sfrutta il nome e la fama della società acquisita e tiene lontani dal successo concorrenti che operano nel settore del photo-sharing, come Yahoo con il suo Flickr. Nel settembre del 2012 viene superata la soglia del miliardo di utenti iscritti e pochi mesi dopo, nel gennaio 2013, Mark annuncia il primo motore di ricerca interno che conferma, se proprio ce ne fosse bisogno, che Facebook altro non è che un contenitore di informazioni personali riempito dagli utenti stessi da cui è possibile ricavare quel che si vuole. Graph Search, questo è il nome del motore software, permette agli utilizzatori di interrogare Facebook e trovare profili sulla base delle informazioni che i singoli utenti hanno già reso pubbliche o che si sono dimenticati di nascondere. Graph Search è accessibile solo per utenti di lingua inglese e lo stesso Zuckerberg non ha ancora diffuso informazioni su un possibile lancio a livello internazionale.

Nel corso del 2013 i numeri di Facebook continuano a crescere ed è il settore mobile a trainare gli ottimi risultati. Secondo i dati della stessa azienda, i profitti derivati dagli annunci pubblicitari su smartphone rappresentano una fetta enorme dei guadagni totali e più precisamente il 41%. Tuttavia, come anticipato poche righe sopra, inizialmente i risultati sono stati poco soddisfacenti per Zuckerberg, con progetti deludenti e snobbati dall’utenza. Mark però ha dimostrato di saper imparare dagli errori commessi e ha iniziato a garantire agli inserzionisti mobili un ampio ventaglio di opzioni, consentendo loro di dirottare intere campagna pubblicitarie per il web direttamente su smartphone e tablet. Ad esempio, Facebook mette a disposizione di costoro un’unica interfaccia per la creazione di contenuti sponsorizzati, a prescindere dalla piattaforma di destinazione, oppure permette loro di aggiornare gli “ad” in tempo reale.
Zuckerberg ha capito che il mercato mobile è, mai come oggi, un settore fondamentale per garantire introiti continui. Tuttavia il grande successo ottenuto negli ultimi due anni in questo campo a livello pubblicitario è stato controbilanciato dalla crescente impopolarità tra i giovani. Nel corso del 2013 ci si è resi conto, dati alla mano, che la popolazione giovane sta utilizzando sempre di meno il social network di Zuck e sta migrando verso i servizi di instant-messaging meno complessi, quali Twitter, Snapchat o WhatsApp. E cosa ha pensato di fare Mark? Semplice, ha comprato una delle società di maggior successo appartenente a questo gruppo per 19 miliardi di dollari, WhatsApp, che al momento dell’acquisizione, nel febbraio del 2014, contava 450 milioni di utenti attivi mensilmente (attualmente sono circa 600 milioni). Il perché è presto detto: al momento dell’iscrizione su WhatsApp gli utenti accettano di cedere la propria rubrica ai suoi server. Facebook ha quindi acquistato i numeri di tutti gli iscritti, i quali si scambiano messaggi, ossia informazioni personali, sulle quali costruire pubblicità mirata. Il gioco è sempre lo stesso e Zuckerberg sembra averlo capito sin troppo bene.

Mark Zuckerberg Nel 2007 Mark Zuckerberg viene nominato dalla MIT Technology Review TR35 uno dei migliori innovatori sotto i 35 anni del mondo, e nel 2010 la rivista Time lo elegge personaggio dell’anno dedicandogli una copertina, mentre il magazine Vanity Fair lo posiziona al primo posto nella classifica delle "100 persone più influenti dell'Era dell'Informazione". Tuttavia non sono questi riconoscimenti, seppur importanti, ad aver confermato il valore del CEO di Facebook. Mark ha portato avanti il suo sogno un passo alla volta. Ha premuto sull’acceleratore quando era il momento, implementando funzionalità che hanno stravolto la propria piattaforma social. Le problematiche che si troverà di fronte nei prossimi anni saranno complesse e vanno ben oltre la semplice generazione di introiti. “La nostra missione è contribuire a rendere il mondo più aperto e connesso”, dice spesso nelle interviste o quando impegnato in interventi pubblici, ed è difficile non credergli. In dieci anni Facebook è cresciuta, è stata plasmata secondo la sua volontà, ha ricevuto critiche e pareri contrastanti, ma ha cambiato radicalmente il modo in cui interagiamo online. Facebook non è più solo una piattaforma social. Mark l’ha fatta evolvere talmente tanto e bene che l’ha trasformata da un semplice diario personale al cuore pulsante di internet, in cui le persone sono connesse le une alle altre per tutto il tempo.