Open Fiber, come Enel vuole portare la banda ultra-larga in tutta Italia

Open Fiber vuole portare la banda ultra-larga nelle case degli italiani, mettendo a dura prova il quasi monopolio di TIM.

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Già disponibile in molte città tra cui Venezia, Milano, Napoli, Torino e Bari (con Firenze e Genova presto in arrivo), Open Fiber è una joint venture di proprietà di Enel e Cassa dei Depositi e prestiti che si è posta l'obiettivo di portare la fibra ottica direttamente nelle case degli italiani (lasciando perdere soluzioni obsolete come il Fiber to the exchange) ponendosi come competitor nel mercato wholesale only. Una ventata d'aria fresca che stravolge le carte in tavola in un Paese, fino ad oggi, ancora ingessato e privo di una vera concorrenza sotto il profilo delle infrastrutture internet.
Open Fiber procederà su due fronti distinti: da una parte un progetto che mira a portare la banda ultra-larga in 280 comuni con connessione ad 1 Gigabit al secondo, dall'altra parte Open Fiber sfrutterà i bandi Infratel per portare la fibra a velocità comprese tra 30 mbps e 100 mbps nelle così dette aree marginali o a fallimento di mercato.

Le peculiarità di Open Fiber, la tecnologia FFTH e il modello di business non verticalmente integrato

Attiva esclusivamente nel mercato all'ingrosso, Open fiber non fornisce il servizio finale agli utenti, limitandosi a fornirlo ai soli provider. Cosa vuol dire? Beh, prendete un bel respiro, perché la spiegazione non è affatto semplice. Innanzitutto, quando parliamo dei servizi internet dobbiamo distinguere tre figure: il Service Provider (SP), il Network Provider (NP) e il Physical Infrastructure Provider (PIP). Noi clienti ci interfacciamo con il primo, il Service Provider, che vende l'accesso ad internet ad una certa velocità e ad un certo prezzo in condizioni di concorrenza con altri SP. Fin qua nulla di strano, oggi se dobbiamo sottoscrivere un abbonamento sappiamo benissimo che possiamo affidarci a TIM, Fastweb, Vodafone e via dicendo. Sappiamo che ognuna di queste compagnie ha la sua offerta, i suoi vantaggi e i suoi svantaggi, insomma effettuiamo una scelta come consumatori. A questo livello, esiste un mercato concorrenziale con diversi operatori. Dietro al Service Provider, tuttavia, c'è chi fornisce il network vero e proprio, la così detta rete attiva. I fornitori del servizio devono prima acquistare l'accesso ad internet da un'altra compagnia che si occupa di ciò. In realtà non è una rarità che SP e Network Provider coincidano, con compagnie che gestiscono entrambi questi due aspetti autonomamente. Poi arriviamo al livello finale, il Physical Infrastructure Provider, chi mette l'infrastruttura vera e propria, detta anche rete passiva. Si parla di un investimento particolarmente grande, che rende in partenza difficile una situazione di concorrenza.

Quando parliamo di modello verticalmente integrato, che si parli di internet o di qualsiasi altra cosa, ci riferiamo ad un player che decide di gestire più step possibili del processo che porta al prodotto finale, nel nostro caso il servizio internet. Una compagnia, ad esempio, potrebbe gestire l'infrastruttura, il network e anche il servizio finale. Quindi, come da figura, virtualmente potremmo avere realtà in cui il miglio finale è sempre e comunque liberalizzato e in condizioni di concorrenza - e su questo non ci piove, dato che l'impone la normativa UE - nonostante la presenza di un player che gestisce tutti e tre gli step, con un evidente conflitto di interessi, visto che compete con gli altri anche nel miglio che va dal cabinet alla casa dei consumatori. Openfiber, per sua stessa lodevole ambizione, vuole imporsi come player al solo livello wholesale. L'utente finale non sottoscrive direttamente un contratto con Open Fiber, che si limita a fornire l'infrastruttura ad operatori già esistenti in cambio di un pagamento. In questo caso parliamo di rete aperta, un modello auspicabile che limita i conflitti di interesse e garantisce a tutti i Service Provider le stesse identiche condizioni. Anche in questo caso troviamo diversi modelli possibili, che possono variare a seconda delle specifiche esigenze di mercato, ma questo è un altro discorso che richiederebbe un trattato a parte.

Anche sotto il profilo della tecnologia Open Fiber si dimostra un ambizioso innovatore, grazie al modello FTTH, Fiber to the home. In generale, si distingue la tipologia di fibra in base al punto in cui arriva: abbiamo la FTTE (Fiber to the Exchange), FTTB (Fiber to the building) e, quindi, la FTTH. Come intuibile dagli stessi nomi, nel primo caso la fibra arriva fino ad un cabinet (un vero e proprio armadio con apparati attivi) mentre la linea vera e propria arriva fino al cliente sfruttando le infrastrutture in rame; nel secondo, invece, la fibra arriva fino all'edificio, passando poi all'interno delle singole abitazioni tramite rame o Wi-Fi. Nell'ultimo, che è quello che interessa Open Fiber, la fibra arriva direttamente dentro l'appartamento del cliente. Ma cosa cambia? Un bel po' di cose. In primo luogo il rame meno è coinvolto meglio è, anche per una semplice questione di resistenza e manutenzione. Le strutture in rame infatti sono molto, molto (molto, molto, molto...) più soggette a malfunzionamenti della fibra, resistendo a polvere, acqua e altri agenti usuranti in modo ben peggiore di quanto faccia la fibra. Problemi al tratto che va dal cabinet alle abitazioni possono compromettere seriamente le prestazioni della connessione. E poi, ovviamente, c'è il discorso ben più rilevante delle prestazioni. Quando sottoscrivete abbonamenti internet che prevedano la fibra, se parliamo di FTTE, è chiaro che le prestazioni finali risulteranno azzoppate dovendo comunque passare per il rame. E più in generale, più l'abitazione è distante dal cabinet peggiori saranno le prestazioni della connessione. Problema che non si pone, invece, per la FTTH che il rame non lo usa proprio e, come si vede nell'infografica proposta dal sito di Open Fiber, è l'unico modo per avere la banda ultra-larga con velocità pazzesche fino ad un gigabit per secondo.

Come Open Fiber arriverà nelle case degli italiani

Open Fiber, lo scorso Marzo, ha reso disponibile i dettagli del suo piano per portare la fibra nelle case degli italiani. Nelle aree in cui è e sarà presente si è posta l'obiettivo di sfruttare l'infrastruttura esistente, cercando di ridurre ai minimi termini i costi. L'architettura della copertura in fibra di Open Fiber mira a fissare punti di diramazione ogni 60 abitazioni, che saranno quindi collegati ai punti di snodo primari posti ogni mille abitazioni, a cui fanno seguito i punti di snodo secondari ogni 250 abitazioni.

I punti di snodo secondari, a seconda di cosa conviene di più, porteranno internet nei singoli edifici tramite fibra nella maggior parte dei casi. Nelle zone in cui si hanno tanti edifici sparsi, difficili da raggiungere quindi con punti di terminazione, Open Fiber farà affidamento sulla tecnologia wireless con frequenza a 28 GHz che, in teoria, dovrebbe permettere all'utente una connessione fino a 30 mbps. In realtà in più occasioni sfruttando i ponti wireless si è riusciti addirittura a raggiungere i 100 mbps, ma è difficile dire già da adesso se sarà questo il caso per la soluzione scelta dal servizio di Enel. Quello che è certo è che per le aree dove sarà impiegata la tecnologia wireless, anche solo 30mbps sono un notevole passo in avanti che farà la differenza per moltissime famiglie italiane.

I progressi di Open Fiber ad oggi

L'obiettivo di Open Fiber è quello di raggiungere 2,7 milioni di case nel 2017 e, quindi, 9,5 milioni di italiani nel 2021 con un investimento totale di 4 miliardi. Per il momento si parla dei così detti Cluster A e B. Cosa è un cluster? Semplicemente un insieme di comuni che il Governo ha raggruppato sulla base della convenienza economica dell'operazione, più sono popolati, più possibili utenti ci sono e, di conseguenza, più semplice sarà che l'investimento per installare le linee in fibra torni indietro. Sono previsti anche dei Cluster C e D che, intuitivamente, sono anche quelli meno convenienti. In altre parole, se nei primi due Cluster l'investimento Open Fiber lo farà a proprie spese, salvo contributi minimi, nei restanti Comuni, così detti a fallimento di mercato, l'investimento sarà finanziato dallo Stato che fornirà l'infrastruttura vera e propria in concessione alle aziende vincitrici del bando. Quello che il Governo sta facendo è dividere le aree meno sviluppate a seconda delle regioni, mettendo poi "all'asta" - in senso lato, ovviamente - questi pacchetti di regioni, assegnandoli sulla base delle offerte delle singole compagnie. Che tecnologia offri? Quali sono le tempistiche? Quanti soldi mettete voi? Tutti elementi che concorrono all'assegnazione a favore di un soggetto piuttosto che un altro. Si tratta, verosimilmente, dell'unico modo per portare la banda larga nelle zone marginali o sotto sviluppate del territorio italiano. L'obiettivo del programma Agenda Digitale, così come presentato dall'ex premier Matteo Renzi, è quello di portare i primi due Cluster a 100Mbps e i restanti ad un minimo di 30Mbps entro il 2021. Oggi Open Fiber ha vinto a mani basse il primo bando di assegnazione di Infratel, che riguardava le aree a fallimento di mercato di Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Abruzzo e Molise (4,5 milioni di abitazioni), mentre il secondo è stato vinto a tavolino, con TIM che non si è nemmeno presentata.

Ovviamente non si è presentata non tanto per disinteresse, ma per tentare di mettere i bastoni tra le ruote al proprio competitor tramite altre vie... quelle legali. TIM ha chiesto alla Commissione europea di indagare e, quindi, eventualmente sanzionate Open Fiber e l'Italia per violazione delle norme del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFUE) che vietano gli aiuti di Stato alle aziende. Le regole europee non vietano tout court l'intervento dello Stato in questo preciso ambito, visto che è nello stesso interesse delle istituzioni europee che la banda larga e ultra larga si diffondano in tutti gli Stati membri, specie nei Paesi "maglia nera" come l'Italia. Quello che vieta sono gli aiuti di Stato nelle aree in cui altri operatori sono già presenti o, comunque, hanno già annunciato investimenti. Questo per un motivo semplice: se io sto mettendo soldi in un'area - peraltro poco redditizia - e il mio concorrente fa la stessa cosa ma potendo contare sui soldi dello Stato, è chiaro che si tratta di una concorrenza falsata. Una pratica in realtà non poi così rara in passato (in Italia e non solo) a cui le norme europee hanno posto deciso rimedio. TIM sostiene che il bando Infratel non abbia minimamente tenuto conto della nuova mappatura delle aree in cui è presente, andando ad assegnare fondi anche in zone non esattamente "bianche" (chiamate così perché prive di qualsiasi player economico), violando di conseguenza le norme europee. La Commissione ha dodici mesi dalla presentazione della segnalazione per decidere se aprire una procedura di infrazione o meno. In questo caso la decisione potrebbe avere conseguenze radicali sul perseguimento dei piani dell'Agenda Digitale. Ad oggi, comunque, a TIM non è andata benissimo nei tribunali. Già in precedenza aveva tentato la via delle carte bollate, cercando di annullare il primo bando d'assegnazione Infratel, accusato da TIM di essere stato confezionato ad hoc per favorire la Enel. Accusa respinta dal TAR del Lazio che ha anche chiesto a TIM di pagare ad Open Fiber le spese legali. Del resto il bando aveva ricevuto il parere conforme di AGCOM, Agenzia per la concorrenza e Agenzia per l'Energia, per cui il risultato della controversia era piuttosto scontato.