Speciale Robert Hovden: copyright e nanotecnologia

Nel mondo delle riproduzioni digitali, una copia nanodimensionale, talmente piccola da non essere visibile, è illegale?

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Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Davide contro Golia. Solo che in questo caso Davide è molto più piccolo, moltissimo: almeno 500 volte più piccolo. E’ con questa metafora che possiamo introdurre l’azzardato e intrigante progetto del Dr Robert Hovden, fisico “smanettone” formato presso la Georgia Tech, la Caltech di Pasadena e i Jet Propulsion Labs della NASA, prima di approdare alla Cornell University, ad Ithaca, nello stato di New York, dove ha proseguito la propria ricerca in Fisica applicata con un dottorato. E’ dalla Cornell University che parte il suo esperimento, una provocazione che mira ad ampliare il dibattito sulla copia digitale di materiali protetti da copyright. Il punto è sempre lo stesso: come approcciarsi al copyright al giorno d’oggi? Fino a vent’anni si piratavano CD audio, musicassette e film in VHS. L’avvento dell’era digitale ha spazzato via i confini e concesso ad ogni utente, anche il più piccolo e innocente consumatore, una tecnologia basata sul meccanismo della copia continua. Dietro la “maglia” del codice binario e dei bit, come in una struttura molecolare, l’utenza persevera nel copiare e riprodurre materiali protetti da copyright, in modo sempre più semplice. La conseguenza la conosciamo tutti: sollecitati da case di produzione e artisti, i governi arrabattano confuse legislazioni che tentano di colpire avversari invisibili e sfuggevoli, agitando istericamente il bastone dell’ordine pubblico come se giocassero a mosca cieca. Solo che sembrano farlo in mezzo a un deserto e della pignatta neanche l’ombra. La sentono muoversi, tutt’attorno a loro (e anche dentro di loro), ma non riescono, e probabilmente non riusciranno mai, a colpirla definitivamente.

COPY - RIGHT?

In poche parole, il conflitto è lampante: da una parte vogliamo che i materiali restino protetti perché producano introiti per i loro “produttori”. Vogliamo che i musicisti vivano della loro professione, così come pittori, registi e produttori televisivi. Paradossalmente però maggiore è il successo, maggiore è il rischio: nell’era dello streaming e di torrent, in piena crisi economica, l’utente medio è portato ad accaparrarsi gratuitamente ciò che cerca. Un danno pesante per l’economia culturale, eppure non può trascendere la natura stessa dell’era digitale, che si basa sulla copia, la condivisione, il networking. A questo ci siamo abituati fin da subito, salvando immagini protette e passandoci canzoni sul defunto MSN Messenger (pace all’anima sua). In poche parole, il copyright al giorno d’oggi è una vera gatta da pelare e i governi con le loro legislazioni confessano in sostanza di essere a un punto morto. Lo sviluppo di tecnologie ancora più raffinate e progredite, come le stampanti 3D, complicheranno ulteriormente la vita del copyright così come la conoscevamo. Andiamo verso un modo di auto(ri)produzione, dove i confini vengono meno. Sappiamo che l’appropriazione indebita è sbagliata, che danneggia chi ci ha lavorato, e sarebbe raccomandabile quantomeno supportare i prodotti che ci conquistano. Ma come dicevamo, e come lo stesso dr. Hovden dice, nell’era digitale i rapporti sono cambiati ed è sbagliato pensare di condannare semplicemente (e semplicisticamente) le copie di materiali sotto copyright. Da qui nasce il progetto-provocazione di Robert Hovden: mano ai microscopi, ci serviranno!

SMALLER

Alla Cornell University di Ithaca (New York), Hovden ha potuto effettuare le proprie ricerche sulla struttura atomica usando microscopi elettronici ad alta risoluzione. Fino a fine dicembre 2014, presso la Stuart Gallery della Cornell University, è in corso l’esposizione del progetto di Hovden, “When Art Exceeds Perception”. La mostra costringe l’utente a confrontarsi con copie nanodimensionali di celebri opere, che eccedono (appunto) le capacità percettive, ossia non possono essere viste ad occhio nudo o non possono essere sentite con l’orecchio umano. Procediamo con ordine: per quanto riguarda famosi dipinti ed illustrazioni, tratti da pittori come René Magritte ed Henry Matisse, Hovden ha utilizzato uno specifico macchinario dell’università per incidere i tratti delle opere originali su una superficie di silicio cristallino con un fascio ionico focalizzato. Ricorda molto un microscopio, ma con una differenza fondamentale: il microscopio (elettronico) sfrutta un fascio di elettroni per visualizzare la materia, mentre il fascio ionico utilizza... un fascio di ioni, per l’appunto, che va a plasmare la materia. Il risultato? Le opere sono riprodotte in nanodimensione, 500 volte più piccole della percezione possibile all’occhio umano e perfino 5 volte più piccole rispetto alla lunghezza d’onda della luce. Così accade che noi non lo sappiamo ma stiamo guardando Le Platane di Matisse o Laylah K. della pittrice Joy Garnett (ammirevole artista, una delle poche a rilasciare le proprie opere come Creative Commons). Dobbiamo mettere mano a uno di questi gioiellini di microscopi elettronici per poter vedere l’effettiva riproduzione. Il fine del progetto di Hovden è chiaro e provocatorio: suscita ed anima il dibattito sull’infrazione di copyright ma non solo, lo rende di fatto invisibile, presente ma impercettibile, diventando metafora di quanto dicevamo rispetto all’era digitale, in cui il meccanismo della copia è insito nella natura stessa delle nuove tecnologie, divenendo sfuggevole e inafferrabile. Il punto di When Art Exceeds Perception è quello di porsi domande: si tratta ancora di infrazione di copyright, anche se si tratta di una copia non visibile (o non udibile, dato che Hovden ha lavorato anche su canzoni e registrazioni con una lunghezza d’onda che forse può essere percepita dagli animali, ma non dagli umani), che trascende i limiti percettivi e il senso comune? Il progetto di Hovden, ammirevole e azzardato, coraggioso e ponderato, potrebbe davvero innescare un interessante dibattito. Ci vorranno anni prima che si riesca ad abbattere le barriere calcificate del copyright tradizionale (complice la difficoltà di disegnare una nuova legislazione al riguardo ma anche di scavalcare i calcoli economici di produttori e venditori), una direzione che dovrà essere presa a prescindere ma che forse l’esposizione di Hovden contribuirà ad accelerare e indirizzare. Non sarebbe d’altra parte la prima volta che simili mostre, ibridi di scienza, (nano)tecnologia e arte, innescano reazioni tangibili (pensiamo agli esperimenti di John Cage, per citarne uno).