Twitter a pagamento: nuova frontiera per i social o fallimento annunciato?

La possibilità che Twitter possa presto introdurre una sua versione a pagamento ha riaperto nuovi scenari per il futuro dei social network.

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Ricordate quelle catene di messaggi in cui si paventava la trasformazione di Facebook o Whatsapp in servizi a pagamento? Presto le loro insane paure potrebbero diventare realtà. É di questi giorni la notizia che i vertici di Twitter avrebbero in mente di offrire ai loro utenti una versione "premium" del loro social. L'idea è quella di trasformare il Tweetdeck, la piattaforma professionale che permette di gestire il proprio account, in un servizio in abbonamento per tutti quelli che lo utilizzano per lavoro e che desiderano un'esperienza d'uso avanzata e libera da pubblicità e flussi di notizie non desiderati. L'obiettivo della compagnia di Jack Dorsey è quello di tamponare una crisi di liquidità senza precedenti: potrebbe essere una strada percorribile anche da altri social network?

L'esperimento del Deck

La scelta di Twitter andrà a rendere ancora più elitario e professionale un servizio apprezzato come Tweetdeck. Si tratta di un'interfaccia che permette di personalizzare il proprio account a 360 gradi, attraverso una grande schermata divisa in colonne dove poter gestire con agilità e rapidità tweet, notifiche e messaggi e controllare le proprie statistiche in maniera approfondita. Chi utilizza lo strumento lo fa per selezionare i propri contenuti e non perdersi in una miriade di informazioni altrimenti troppo dispersiva.

I vertici dell'azienda starebbero conducendo delle indagini per capire in che modo potenziare il servizio per offrirlo in abbonamento a chi intenda utilizzarlo. Un'evoluzione ancora tutta da scoprire, con eguali possibilità di riuscita e fallimento. Twitter sta provando da tempo a invertire una tendenza che lo vede da anni in difficoltà: negli ultimi tre mesi del 2016 l'azienda ha fatto registrare perdite di 167 milioni di dollari, un'enormità che l'aumento degli abbonati e il moltiplicarsi di inserzioni e pubblicità non è riuscito a tamponare. Se l'esperimento dovesse avere successo potrebbe essere sfruttato anche da piattaforme simili come Facebook e Instagram, per ora in salute ma sempre in allerta nel far proprie innovazioni e nuove tendenze.

Utenti e professionisti

Nell'immediato è improbabile che i programmi o le app che usiamo tutti i giorni si trasformino in servizi a pagamento, ma la diversificazione del prodotto a seconda delle esigenze è una strada che in tanti hanno iniziato a percorrere. Esperti di comunicazione, pubblicitari e professionisti di ogni altro settore si sono riversati sui social per utilizzarli in modo diverso, per offrire servizi e trarre profitto. Inserzioni e pubblicità sono il pane quotidiano che permette a Facebook di dominare la scena e pagare la sua crescita in maniera proficua. Da tempo vengono offerti strumenti professionali per utilizzare al meglio determinate funzioni e non sarebbe strano se venissero presto tramutati in abbonamenti premium privi dei vincoli e delle limitazioni di una normale esperienza utente. Il concetto di social da sempre associato alla gratuità e al libero utilizzo potrebbe così essere capovolto: la rete, anch'essa sinonimo di libertà, ha da tempo aperto le porte a molti servizi a pagamento e in abbonamento.
Non manca chi si è da tempo mosso in questa direzione. Da due anni Youtube ha lanciato il suo servizio di contenuti a pagamento Red. Stiamo parlando di una piattaforma parallela, offerta in abbonamento mensile, che permette di accedere a tutti i contenuti di quella classica ma senza pubblicità e dando accesso ad un catalogo di musica, programmi e contenuti esclusivi pensati solo per gli abbonati. Un servizio elitario, per ora limitato, ma su cui Google sta investendo tanto. Emblematico il caso Pheed: per lungo tempo considerato il social del futuro, ha provato a proporre i suoi contenuti in esclusiva e a pagamento, riscuotendo subito un grande successo tra vip e celebrità. Tutti potevano accedere e iscriversi, ma per visualizzare e caricare contenuti occorreva sottoscrivere abbonamenti variabili o acquistare ogni singolo contenuto. Chi caricava aveva anche un discreto ritorno economico a seconda del successo della propria proposta. L'idea, dopo un grande successo iniziale è fallita e il sito ha chiuso ma, in qualche modo, potrebbe aver anticipato i tempi rispetto a quello che vedremo tra qualche anno.

Non allarmiamoci, per ora è improbabile che le cose che facciamo tutti i giorni diventino di punto in bianco inaccessibili. Storicamente chi ha provato a far pagare un servizio da sempre gratuito è rimasto scottato e sommerso da critiche: l'utenza, per ora, è abituata a non pagare determinate cose e a migrare su servizi analoghi, ma gratuiti, quando le si chiede qualcosa in cambio. Solo chi riesce ad offrire un servizio esclusivo, diversificato e di qualità va avanti, come accaduto a Netflix o Spotify.
Twitter proverà a seguire questa strada col suo Dek, rivolgendosi a professionisti e utenti disposti ad avere qualcosa in più e lo stesso potrebbero fare in futuro gli altri social. L'utente medio potrà dormire sonni tranquilli, almeno sino a che un possibile abbonamento a Facebook non diventi tanto appetibile da orientare i comportamenti della maggioranza. Siamo ancora molto lontani da questa eventualità, ma tra pubblicità e inserzioni sempre più asfissianti, dati messi a disposizione di chiunque e la nostra privacy ridotta all'osso, quanto ci vorrà prima che quest'ultima venga "barattata" con un abbonamento? Il consumatore sarà disposto a pagare pur di vedere i suoi dati protetti e preservati da inserzioni e pubblicità? Scenari ancora improbabili, ma non così lontani come si potrebbe pensare.