Uber: tassisti italiani in rivolta, ma com'è la convivenza all'estero?

Le proteste dei tassisti italiani hanno portato alla ribalta il tema della convivenza con i driver. Ma come viene vissuto negli altri paesi?

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Non è un Paese per Uber. Potrebbe essere questo il titolo della vicenda che ha scaldato gli animi dei tassisti italiani negli ultimi mesi. Tassisti in piazza, collegamenti interrotti, proteste e disordini per chiedere il riordino di un settore da troppo tempo paralizzato sulle vecchie regole e incapace di accoglierne i rinnovamenti e i cambiamenti. Il Governo si è preso l'incarico di riordinare la materia entro 30 giorni ma è chiaro che quella tra Uber e i tassisti sarà una battaglia che continuerà a far sentire il suo eco per lungo tempo. Per una volta però non siamo da soli: anche nel resto del mondo sono numerosi i paesi che hanno dovuto risolvere il controverso rapporto tra Uber e gli storici lavoratori del settore trasporti.

Uno tsunami Europeo

Era il 2014 quando l'Europa veniva paralizzata da uno sciopero capillare e diffuso dei tassisti, mobilitasi per contrastare la diffusione sempre più forte di Uber, società californiana che, dopo aver fatto breccia in patria, aveva iniziato a prendere piede tra turisti e viaggiatori del vecchio continente. Quella che veniva considerata una concorrenza sleale aveva portato a grandi cortei a Berlino, Milano, Amburgo e Parigi. I legislatori di tutta Europa sono stati costretti a fare i conti con un problema complesso, provando a mediare tra interessi diversi e spesso contrapposti. Ne è venuta fuori una tavolozza piuttosto variegata che continua ancora oggi a sollevare problemi e discussioni. Molti Paesi hanno provato a regolamentare Uber e a non snaturarla, altri hanno addirittura bollato il servizio come illegale.

Francia, una lotta ad armi pari

La Francia è stato il paese più colpito dalle proteste e anche quello che, almeno inizialmente, ha attuato una delle legislazioni più dure. La risposta all'arrivo dell'app è stata netta: le richieste erano di abbattere e bandire il servizio, con le proteste che erano andate ben oltre il sopportabile tra macchine ribaltate e bruciate e autisti Uber picchiati o costretti a rifugiarsi nelle loro auto. Nel 2015 il tribunale ha così costretto Uber a pagare una multa di 800 mila euro per il suo servizio UberPop (l'opzione che permette a chiunque di usare la propria macchina per offrire passaggi), giudicato poi contro la legge. L'azienda è stata più volte accusata di far praticare illegalmente la professione di tassista ai suoi autisti e i suoi servizi più appetibili sono stati banditi per concorrenza sleale. Oggi la situazione è migliorata e molti tassisti, piuttosto che combattere, hanno deciso di affiancarsi a Uber e porsi in concorrenza diretta con i suoi metodi di lavoro. La compagnia di taxi parigina, G7, ha avviato una radicale trasformazione dei suoi servizi rendendoli più smart, confortevoli e lussuosi. Gli autisti hanno iniziato a vestirsi in giacca e cravatta, dimostrando cortesia ed eleganza, offrendo confort complementari molto utili (carica del cellulare, apertura portiera, acqua a bordo). L'offerta è stata integrata da un'app che funziona esattamente come quella rivale. Uno scontro ad armi pari, dove solo il mercato sarà in grado di determinare il vincitore.

Spagna, limitazione totale

Anche in terra iberica non sono mancate le proteste e, per un anno e mezzo, il servizio è stato vietato. Grazie all'aiuto degli addetti del settore Uber è stato successivamente reintrodotto con opportune modifiche. Gli autisti dell'azienda, per poter lavorare, sono stati obbligati ad avere una licenza del tutto simile a quella del Noleggio con Conducente presente in Italia. A placare le ire dei tassisti spagnoli sono poi arrivate le fortissime limitazioni al sistema e alla sua varietà d'offerta. Al di là delle barriere d'ingresso, l'unico servizio reso disponibile è quello intermedio su utilitaria UberX: eliminata qualsiasi altra possibilità, compresa quella più appetibile che da a tutti l'opportunità di offrire passaggi a pagamento. La convivenza per ora funziona ma da tempo Uber porta avanti continui ricorsi per provare ad ampliare il suo spazio di manovra.

Regno Unito, dalla parte dei lavoratori

Stesso copione nella vecchia Inghilterra. Qui il Governo, anche se in maniera più limitata, ha accolto le proteste dei tassisti e rivisto i termini del servizio. Seppur giudicandolo legale e non paragonabile ad un taxi, ha comunque deciso di imbavagliarlo per renderlo meno appetibile e concorrenziale. La vera battaglia si è però giocata sul piano economico e sociale. A ottobre 2016 il Tribunale del Lavoro di Londra ha accolto il ricorso di un sindacato molto attivo nel settore trasporti e riconosciuto lo status di "lavoratore" per ogni autista Uber. In sostanza, visti gli obblighi cui sono sottoposti e le pratiche di assunzione operate dall'azienda, questi non possono essere considerati lavoratori autonomi e indipendenti ma professionisti cui andrebbe riconosciuta una paga minima, delle ferie pagate e un pagamento di contributi da parte dell'azienda. Uber ha presentato ricorso ma la sentenza potrebbe aprire un precedente e coinvolgere altri stati europei nella battaglia.

E il resto del mondo?

Come già sottolineato Uber è materia controversa in ogni stato in cui è presente. Più o meno ovunque il servizio è soggetto a restrizioni o tassazioni particolari per non danneggiare lavoratori e servizi di trasporto ufficiali. Negli Stati Uniti, dove l'app è nata, le regole cambiano da stato a stato: a San Francisco, la sua città natale, è stata bandita l'opzione UberPop, mentre in California tutto è stato giudicato perfettamente legale.

In Canada, Belgio, Romania, Hong Kong e Taiwan Uber è considerato illegale, anche se non sono rari i casi di autisti che lavorano comunque andando contro la legge. In Olanda, nonostante il rischio di multe per 40 mila euro a chi trasporta passeggeri senza licenza, Uber continua ad essere attivo. In Brasile, Norvegia, Polonia e Svizzera ci si muove nella legalità, ma non mancano le autorità che multano gli autisti o invitano i cittadini a denunciarli. Le proteste italiane non sono dunque le sole, per un tema che nei prossimi mesi sarà affrontato dai governi di diverse parti del mondo.