L'offesa sulla bacheca di Facebook costituisce diffamazione aggravata

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La sentenza 4873/17 della Corte di Cassazione ha stabilito che la diffamazione su Facebook non può in alcun modo essere equiparata a quella a mezzo stampa, anche se raggiunge un pubblico più vasto. La decisione è arrivata in risposta al ricorso del procuratore di Imperia che aveva impugnato per “abnormità” un’ordinanza del GIP.

Il giudice della Suprema Corte, però, ha stabilito che il caso impugnato non costituiva diffamazione aggravata a mezzo stampa ma di diffamazione aggravata a mezzo di pubblicità, ovvero il social network di Mark Zuckerberg.
Come fatto notare dal Sole 24 Ore, questo cambio di denominazione e di pena, dimezza la pena massima da 6 a 3 anni. La Cassazione inoltre ha stabilito che la bacheca del social network “può essere inanellata agevolmente nell’articolo 595 del codice penale”.
Un cambio importante quindi, che dimostra però ancora una volta come i social network debbano essere utilizzati con parsimonia in quanto non si tratta di un territorio neutro in cui non vige alcuna regola.