Anteprima Project Ara

Il Project Ara di Google continua il suo lento sviluppo, concentrandosi sulla realizzazione dei moduli e sull'implementazione di un numero sempre maggiore di tecnologie.

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In un freddo pomeriggio di fine gennaio i dirigenti di Google e Lenovo si sono incontrati per apporre le firme sul contratto di acquisizione del gruppo Motorola. La casa alata, passata sotto l’egida di Mountain View a maggio 2012 per 12.5 miliardi di dollari, è stata nuovamente costretta a cambiar padrone e sarà, nei prossimi mesi, obbligata a seguire le direttive del colosso cinese. Fra gli accordi della vendita di Motorola Mobility a Lenovo però, non è stato inserito un team molto prezioso, supervisionato da Motorola stessa fino a quel momento e guidato da Regina Dugan (ex capo della DARPA, agenzia governativa americana per lo sviluppo di tecnologie avanzate di difesa), conosciuto come ATAP (Advanced Technology and Projects) group. Il motivo è molto semplice. L’ATAP è una fucina di idee innovative che potrebbero risultare fondamentali per lo sviluppo di nuove categorie di prodotti per qualunque tipo di azienda, compreso un colosso come Google.
Dugan, conosciuta da tutti per la sua autorevolezza e competenza in campo tecnologico, riporterà direttamente a Sundar Pichai, responsabile del team Android, il quale avrà accolto con grande felicità Project Ara, progetto pensato per creare smartphone modulari, in collaborazione con i ragazzi di Phonebloks (start-up che per prima ha avviato lo sviluppo di un telefono fatto di pezzi separati e sostituibili individualmente) e svelato proprio da Motorola nell’ottobre del 2013.

Android e Project Ara: software e hardware uniti dal concetto di open-source

Lo smartphone modulare pensato dall’ATAP group è composto da un esoscheletro, chiamato Endo, e da un numero indefinito di moduli plug-and-play che rappresentano le singole parti hardware: display, fotocamera, batteria, processore, moduli RAM, speaker e quant’altro venduti direttamente, a partire dai primi mesi del 2015, sul Play Store di Google o da produttori di terze parti. Gli utenti avranno la possibilità di strutturare esattamente il proprio smartphone in funzione delle proprie esigenze. Chi vorrà evitare di ricaricare il proprio terminale ogni giorno, potrà dotarsi di più moduli batteria, chi preferirà un dispositivo maggiormente improntato al lato fotografico sceglierà un modulo “fotocamera” di alta qualità, chi vorrà godere al meglio dei contenuti multimediali sceglierà un display di ultima generazione e chi vorrà personalizzare in maniera stravagante il tutto potrà scegliere il look di ognuno di questi “pezzi”. Così facendo non saranno più i vari Apple, Samsung, LG, HTC a rivolgersi ai produttori di componenti e a organizzarne l’assemblaggio, bensì i consumatori finali.

Ciò garantirebbe un prezzo complessivo del dispositivo inferiore (e di molto) rispetto ad uno già pronto. In Project Ara tutto è modificabile tranne l’Endo, che, come anticipato, rappresenta una sorta di scheda madre per le varie componenti del telefono. Questo “scheletro” di base verrà fornito da Google in tre misure standard che rappresenteranno la grandezza dello smartphone:
1. Mini: griglia da 2x5 moduli, non più larga di 45 millimetri
2. Media: griglia da 3x6 moduli, non più larga di 67.02 millimetri
3. Larga: griglia da 4x7 moduli, larghezza da definire (stile phablet)
L’Endo rappresenta un vero e proprio concentrato di tecnologia. Per evitare di dover spegnere lo smartphone Ara nel caso di sostituzione del modulo alimentazione, esso è stato dotato di una piccolissima batteria interna dall’autonomia molto limitata, ma sufficiente a garantire la perfetta esecuzione di tale operazione. Il compito principale di Endo però, è tenere uniti tutti i moduli tramite calamite speciali. A Mountain View hanno pensato bene di utilizzare dei magneti elettro-permanenti che impediscono alle singole parti hardware di staccarsi dalla struttura di base. Il funzionamento è estremamente semplice: quando un modulo viene collegato alla base un impulso elettrico crea il collegamento (modalità ON). Per rompere il solido legame (passare in modalità OFF) c’è bisogno di un nuovo impulso (30 volte superiore alla potenza delle nostre dita). Sia in modalità ON che OFF il telefonino non utilizzerà l’energia della batteria visto che le speciali calamite terranno ben saldo il tutto in maniera automatica. Tuttavia i semplici magneti non permettono ai moduli di comunicare tra di loro o con l’Endo. Dati e potenza elettrica vengono veicolati attraverso un’interfaccia open-source denominata MIPI, la quale permette il passaggio di informazioni fino alla velocità di 10Gbps per ogni connettore (i moduli 2x2 comunicheranno a 20Gbps poiché dotati di due connettori).
L’interfaccia MIPI funziona in maniera simile alla PCI-E, ma il suo utilizzo è facilitato dall’assenza di vincoli legali da rispettare poiché di proprietà pubblica. L’Endo costerà circa 15 dollari ed è importante notare che, a differenza dei moduli, il nucleo hardware di Project Ara non potrà essere sviluppato da terze parti.

Il secondo componente hardware essenziale, insieme all’Endo, affinchè Project Ara esista è il modulo. In un parallelo con il corpo umano, i moduli rappresentano le braccia, gli occhi e il resto delle estensioni fisiche e, come queste, hanno ognuno dei compiti ben precisi. Sarà cura dell’utente scegliere quelli desiderati e personalizzati a proprio piacimento, con la libertà di cambiarli quando la tecnologia progredisce o quando si è semplicemente stufi.
Così come l’Endo, disponibile in tre modelli in base alle dimensioni, anche i moduli devono rispettare tre misurazioni: 1x1 (20 x 20 mm), 2x2 (43 x 43 mm) e 1x2 (20 x 43 mm). Google ha stabilito anche alcune regole da seguire nel montaggio del nostro “Lego phone”:

- non sarà possibile installare il modulo 1x1 sull’Endo più grande
- non sarà possibile installare il modulo 2x2 sull’Endo “medio”
- il modulo 1x2 sarà universalmente utilizzabile.

Tuttavia gli utenti potranno utilizzare moduli che si estendono al di fuori dell’Endo (come un sensore biometrico) o che risultano di spessore minore o maggiore rispetto a tutti gli altri (una fotocamera di alta qualità, ad esempio). Tutto qui. Comprese queste semplici regole, l’utente potrà fare davvero ciò che vuole, ma piena libertà di operare sarà anche data ai produttori di moduli. Saranno questi ultimi a sancire il successo di Project Ara con la propria inventiva e con il proprio fiuto imprenditoriale. Capire quale possa essere un “blocco” desiderato dagli utenti e difficilmente riscontrabile negli smartphone OEM (Assemblati da terzi) potrebbe essere una via da seguire. Al recente evento dedicato agli sviluppatori di Project Ara organizzato da Google stessa presso la sede di Mountain View (15-16 aprile) sono stati fatti i nomi di alcune organizzazioni già al lavoro su progetti ben precisi e originali.

L’Institute for Health Metrics, un ente di ricerca statunitense che si occupa di problemi di salute, è alle prese con un modulo in grado di analizzare il sangue umano. Ciò trasformerebbe Ara in una sorta di laboratorio mobile utile per i medici che operano anche in condizioni estreme e con scarse strumentazioni. La Globalstar (compagnia che realizza satelliti per telecomunicazioni) invece, sarebbe già in grado di sviluppare un modulo che permettererà a chi si trova “fuori copertura” delle reti mobili di effettuare chiamate o navigare online via satellite, senza bisogno di avere tra le mani un telefono satellitare, peraltro molto costoso.
Per incentivare i produttori e gli sviluppatori indipendenti a realizzare prodotti di alta qualità, Google ha anche pensato bene di istituire un premio da 100 mila dollari da destinare all’ideatore del modulo più funzionale, innovativo, elegante, d’impatto e commercialmente plausibile. Siamo sicuri che nei prossimi mesi non mancheranno idee sorprendenti in grado di dare maggior risalto a Project Ara e “spedirlo” direttamente tra le braccia del pubblico di massa.

Una struttura hardware open-source come Project Ara non potrà che essere gestita dal sistema operativo open-source per eccellenza: Android. Attualmente il software del robottino verde non supporta un sistema modulare, ma Paul Eremenko, responsabile del progetto, ha confermato un update in arrivo all’inizio del 2015 che garantirà il pieno supporto ai singoli blocchi e trasformerà il “puzzle” Ara in un vero e proprio sistema integrato hardware-software. Oltre a far sì che i moduli svolgano al meglio le proprie funzioni, il “nuovo” Android permetterà di gestire diversi componenti hardware presenti in un unico blocco. In pratica, se uno sviluppatore pensa di dotare un modulo “display” anche di una batteria propria, ci penserà il sistema operativo a gestire l’alimentazione generale del dispositivo e quella “singola” del monitor. Gli ingegneri del colosso californiano dovranno mettere a disposizione dei produttori di moduli gli strumenti software adatti per consentire (quasi) ogni tipo di implementazione. La fantasia non ha limiti e Google è attesa da duri mesi di lavoro in cui, tramite continui aggiornamenti, dovrà stare al passo di una community di developer che si annuncia più prolifica che mai.

L’attesa è (quasi) finita

Project Ara è a metà del suo ciclo di progettazione e sviluppo. L’ARPA group ha avuto a disposizione due anni per mettere in pratica quella che era solo un’idea promettente. A giudicare da quanto visto nelle ultime settimane, il team capitanato da Dugan ha fatto molto di più di quanto la stessa Google si aspettasse. Nonostante alcuni dubbi sul prodotto finale ancora permangano, autonomia e questioni legali in primis, Ara è già nelle mani di alcuni sviluppatori ed è stato confermato per la messa in vendita (gennaio 2015) un primo modello base, denominato “Grey Phone package” e composto da un Endo + moduli display, processore low-end, batteria e Wi-Fi, al prezzo di soli 50 dollari.
Da quel momento, se il progetto prendesse piede come ci auguriamo, inizieranno a proliferare moduli di terze parti, venduti direttamente sul Play Store allo stesso modo delle singole applicazioni o tramite negozi fisici e online, in grado di rendere il nostro smartphone personalizzato ben più longevo di uno prodotto venduto da una compagnia specializzata.
I telefoni Project Ara dureranno, in media, 5-6 anni, ma non è solo questo a rendere l’idea dell’ARPA group tra le più intriganti degli ultimi anni in campo mobile. Scomparirà la parola “riparazione” dal nostro vocabolario tecnologico. Il terminale cade e si frantuma il display? Un click e lo si sostituisce con un nuovo blocco, e magari ne approfittiamo per migliorare la risoluzione o la qualità generale. Da sette anni a questa parte, gli appassionati del settore mobile hanno capito che esistono sistemi operativi in grado di dare voce a tutti. Naturalmente c’è bisogno di competenze informatiche e fantasia, ma chi lo desidera può creare launcher, applicazioni, effetti grafici e quant’altro in grado di personalizzare sempre più l’esperienza degli altri utenti.

Project Ara A Mountain View hanno intenzione di “democratizzare” anche l’ecosistema hardware, eliminando dalla scena gli OEM e creando un filo diretto tra i produttori di componenti e gli utenti. Lo smartphone è ormai diventato uno degli strumenti più intimi della nostra vita e “sottostare” ad un tipo di progettazione seriale dove ogni prodotto risulta uguale per migliaia o milioni di persone mette sullo stesso piano le singole diversità. Google vuole dar vita a 6 miliardi di smartphone e Project Ara sembra essere l’idea giusta per farlo.