Apple, rivoluzione in vista? Le novità di iOS 17.4 tra sideload e pagamenti

L'ultima “giravolta” di Apple riguarda il sideload delle app su iPhone, ma i cambiamenti sono tanti e riguardano anche gli acquisti in-app e i pagamenti.

Apple, rivoluzione in vista? Le novità di iOS 17.4 tra sideload e pagamenti
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Finalmente ci siamo: con la prima beta di iOS 17.4 per iPhone, Apple ha detto "sì" al sideload delle app - più o meno.
Il colosso californiano ha trovato un sistema piuttosto complesso (ma che dovrebbe servire a tenere al sicuro gli utenti, a detta della Mela Morsicata) per restare in linea con il Digital Markets Act europeo e, al contempo, per evitare che gli "eccessi" di libertà concessi finiscano per costituire un problema di sicurezza per iPhone e iPad. Ma non solo: sempre per ottemperare alle richieste dei legislatori di Strasburgo, l'azienda di Tim Cook ha dato il via libera ai wallet alternativi a quello proprietario sui suoi Melafonini e ha persino "sbloccato" la tecnologia NFC per i pagamenti contactless, che dunque potrà essere utilizzata da tutte le app che lo desidereranno, per la gioia di banche, istituti di credito e, soprattutto, diretti competitor di Apple Pay nel mondo dei pagamenti digitali.
E poi, ancora, c'è l'apertura al gaming via cloud su iPhone, che dovrebbe consentire ad app come Xbox Cloud Gaming e NVIDIA GeForce Now di sbarcare sull'App Store. Che una rivoluzione copernicana sia in corso dalle parti di Cupertino?

Marketplace di terze parti e acquisti in-app

Per iniziare, dobbiamo subito smorzare la portata della "giravolta" di Apple.
Non illudetevi che si tratti di una mossa voluta dalla Mela Morsicata, perché l'ondata senza precedenti di liberalizzazioni nell'ecosistema di iOS dipende solo e soltanto dall'approvazione del Digital Markets Act europeo, avvenuta a metà 2023 e che ha imposto ad Apple, Google, Microsoft e compagnia di prendere delle misure anti-monopolistiche - talvolta anche piuttosto pesanti - entro il 4 marzo 2024, quando il DMA entrerà in vigore.

L'azienda capitanata da Tim Cook è senza dubbio la più colpita da queste misure e questo spiega perché i cambiamenti implementati con la beta di iOS 17.4 abbiano fatto tanto scalpore negli scorsi giorni.
Non è un caso, d'altro canto, che Apple abbia considerato un ricorso contro il DMA e che le novità in arrivo in Europa non verranno replicate negli Stati Uniti, in Asia e nei mercati emergenti: in questo modo, anche la portata rivoluzionaria delle novità appena introdotte potrebbe essere disinnescata dal disinteresse degli sviluppatori d'Oltreoceano, specie considerato che i mercati più importanti per Cupertino restano quelli di USA e Cina. Un altro motivo dietro alla virata improvvisa di Apple potrebbe poi essere l'imminente lancio di Apple Vision Pro. Colossi come Netflix, YouTube e Spotify non avranno app per Vision Pro al lancio.
Dietro la retorica ufficiale, è chiaro che la motivazione di questa scelta sia una radicata insofferenza delle Big Tech per le elevate commissioni che Apple impone per ogni acquisto effettuato o abbonamento sottoscritto tramite App Store, che peraltro è rimasto fino ad ora l'unico sistema per i pagamenti in-app su iOS, "blindando" gli account Premium di YouTube, Netflix e Spotify di milioni di utenti dietro a delle commissioni che oscillano tra il 15% e il 30% per ogni acquisto: spropositatamente alte, secondo molte aziende, che stanno cercando di far valere il proprio peso "rovinando" il lancio di Vision Pro.

Non è un caso, quindi, che la prima novità di peso introdotta da Apple con la Developer Beta 1 di iOS 17.4 sia la possibilità di effettuare acquisti in-app fuori dall'App Store. Prendiamo ad esempio il caso di Netflix: dovete rinnovare il vostro abbonamento? Bene: ora lo farete tramite la piattaforma proprietaria di Netflix e non più tramite il marketplace di Apple.

Un cambiamento minimo per gli utenti, ma colossale per gli sviluppatori, che non dovranno più "regalare" alla Mela Morsicata una cospicua fetta dei loro ricavi. Tutto è bene quel che finisce bene, no?

Non proprio, perché Apple non dirà addio tanto facilmente alla voce più positiva del suo bilancio annuo (non scherziamo: Apple guadagna più dai servizi che dagli iPhone e dai Mac, e non di poco!). In questo frangente arriva non a caso l'annuncio di Apple Core Technology Fee, che aggiunge un ulteriore livello di complessità al sistema di pagamenti dovuti alla Mela Morsicata dagli sviluppatori. Come spiega un comunicato di Apple, le commissioni dell'App Store verranno abbattute dal 30% al 17% per le grandi aziende e dal 15% al 10% per le compagnie medio-piccole. A questa somma ci sarà da aggiungere una tassa addizionale del 3% per usare i sistemi di pagamento di Apple per la gestione degli acquisti in-app e delle sottoscrizioni. Per chi deciderà di pubblicare le proprie app su marketplace terzi e di non avvalersi dei sistemi di gestione dei pagamenti di Cupertino, invece, le commissioni dovute ad Apple saranno ridotte a zero.

Termini piuttosto favorevoli, potrebbe pensare qualcuno. Peccato che a questi ultimi si unisca la "Core Technology Fee" vera e propria, ovvero una tassa fissa e annua di 50 centesimi per la "prima installazione annuale di ogni app al di sopra del limite minimo di un milione di download". Proviamo a spiegare cosa significa tutto ciò e perché gli sviluppatori se la stanno prendendo con Apple per questa misura.

Con la Core Technology Fee, gli sviluppatori di ogni app "famosa" - cioè scaricata almeno un milione di volte, sia dall'App Store che dai marketplace terzi - dovranno pagare 50 centesimi ogni anno ad Apple. Per il primo anno dall'uscita di ogni software, questa tassa verrà abbattuta a zero, mentre a partire dall'anno successivo i produttori di software particolarmente utilizzati dovranno pagare cifre stratosferiche al colosso di Cupertino. Il problema potrebbe insorgere nel caso di software gratuiti o freemium, cioè con introiti non garantiti o pari a zero, diventati virali nel giro di poco tempo. Ancora peggio, la tassa viene reiterata di anno in anno.

Facciamo di nuovo un esempio: pensate ad un piccolo sviluppatore che pubblica su App Store un'app gratuita che viene scaricata su un milione di device. Dopo il primo anno, lo sviluppatore deve pagare 50 centesimi per ogni primo download del suo software effettuato nei dodici mesi successivi, update compresi. Se l'app è gratuita o non porta grandi introiti a chi l'ha prodotta, questi finisce inevitabilmente per andare in rosso. Peggio ancora se l'app viene "tenuta nel cassetto" della memoria dell'iPhone per un secondo anno: in questo caso, lo sviluppatore si trova a dover pagare un Euro per ogni download della sua app effettuato nei 24 mesi precedenti. Perlomeno, il colosso di Cupertino ha confermato che conterà solo il "primo download annuale", riducendo il rischio di download-bombing e permettendo agli sviluppatori di pubblicare tutti gli aggiornamenti e le patch che desiderano per i loro software.

Le voci discordanti su questo sistema non sono mancate: Spotify ha definito la Core Technology Fee "un'estorsione", spiegando che andrà a intaccare il modello di business di svariate app popolari in Europa, come Whatsapp, Pinterest e, per certi versi, Spotify stessa e i principali social network.

In generale, per tutte le app gratuite e freemium - che ottengono i loro guadagni con le pubblicità o con un mix tra queste ultime e gli acquisti in-app - non ci sarà più la certezza di andare quantomeno in pari con le spese, dal momento che la Core Technology Fee rischia di far crescere i costi di mantenimento di un'app al punto da eguagliare o persino superare gli introiti generati da quest'ultima. Una cosa che, nel più stabile sistema delle (elevatissime) commissioni previste dell'App Store di iOS fino ad oggi, era semplicemente impossibile. Chi verrà colpito maggiormente dalla Core Technology Fee? Non certo gli sviluppatori medio-piccoli, fatto salvo il remoto caso di grandi exploit in termini di popolarità di un'app prodotta "in casa" da team di piccole dimensioni. Al contrario, la mossa di Apple sembra voler spremere le altre Big Tech, specie quelle con software gratuiti che si tengono in piedi grazie a pubblicità, acquisti in-app e sottoscrizioni. Secondo le stime di Cupertino, il 99% degli sviluppatori pagherà meno rispetto a prima o quanto prima, mentre meno dell'1% vedrà i suoi costi aumentare a causa della "tassa" sulle app più popolari. Peccato che questo 1%, ad oggi, comprenda i produttori delle app più utilizzate sul suolo europeo.

Dal sideload delle app al cloud gaming

Passando alle cose più semplici - e forse anche più importanti per gli utenti - Apple ha aperto al sideload delle app, anche se a modo suo. Non si potranno scaricare software da internet - come invece si fa con i file .apk su Android e con i programmi per Windows, insomma - ma ci saranno dei marketplace alternativi rispetto a quello di Apple, da cui gli utenti potranno ottenere le proprie app. Qui però casca l'asino: se nessuna app può essere scaricata da internet, da dove si potranno ottenere questi app store "alternativi"? Che domande: dall'App Store, ovviamente. Se vi suona strano che Apple voglia mettere in vetrina i suoi competitor sul proprio stesso app store, avete colto nel segno.

La Mela ha già spiegato che l'apertura al sideload non sarà un "libera tutti" incondizionato, ma che ogni marketplace alternativo dovrà superare dei precisi controlli di sicurezza prima di essere pubblicato sull'App Store di iOS ed essere reso disponibile al grande pubblico. Come se ciò non bastasse, i marketplace di terze parti avranno anche delle limitazioni piuttosto ingenti: niente rimborsi o assistenza per le app scaricate su iOS da fonti "non ufficiali", per esempio. In altre parole, sarete completamente responsabili di ciò che acquisterete al di fuori dell'ecosistema Apple. Ciò non sembra comunque aver fatto desistere gli sviluppatori: il primo app store alternativo per iPhone, chiamato AltStore, è già stato annunciato, mentre l'Epic Games Store potrebbe arrivare su iOS nel corso dell'anno, portando con sé pietre angolari del mobile gaming come Fortnite.

A proposito di videogiochi: Apple ha finalmente aperto al cloud gaming su iOS e iPadOS, permettendo l'arrivo delle app di gaming in streaming su App Store.

Fino ad ora, servizi come GeForce Now di NVIDIA e Xbox Cloud Gaming di Microsoft sono stati accessibili solo via web, con tutti i problemi e i bottleneck che un sistema basato sulle web app di Safari causava agli utenti. Per ora, non sappiamo se GeForce Now o Xbox Cloud Gaming arriveranno sull'App Store nel prossimo futuro, dal momento che nessuna delle aziende dietro a queste piattaforme ha rilasciato dei commenti ufficiali (così come c'è stato silenzio radio anche da Amazon e Sony, rispettivamente per Luna e PlayStation Plus). Resta da capire quanto davvero i colossi del mondo videoludico vorranno investire nell'ecosistema iOS, anche perché diversi player di spessore, a partire da Epic Games, hanno definito la nuova Core Technology Fee "immondizia", dimostrando che l'ingresso di Apple nel mondo del gaming avverrà a rilento (ammesso che davvero possa verificarsi).

Per concludere ci sono le modifiche ai sistemi di pagamento, che sono essenzialmente due. Il primo riguarda lo sblocco della comunicazione NFC degli iPhone, che da marzo potrà essere utilizzata da app terze parti per i pagamenti contactless.

Finora, questa funzione era limitata solo alle carte di credito registrate sull'iPhone tramite Apple Pay, mentre da iOS 17.4 in poi gli utenti europei potranno scegliere un sistema di pagamento NFC alternativo a quello di Apple. La possibilità, in questo caso, è quella di assistere al proliferare di app di pagamento di terze parti, magari con programmi di cashback dedicati o altri benefit che il colosso di Cupertino ancora non garantisce. Per il momento, però, è ancora troppo presto per fare speculazioni a riguardo. Il secondo cambiamento lato pagamenti, invece, riguarda i portafogli virtuali per iPhone: finora, l'unico Wallet predefinito di iPhone è stato, per l'appunto, Apple Wallet. Da marzo le cose cambieranno, perché ogni sviluppatore potrà pubblicare il suo portafogli digitale, che gli utenti potranno anche impostare come predefinito sul proprio smartphone, richiamandolo al volo con il doppio tocco del pulsante di accensione del device. Un'occasione ghiotta per le banche, ma non solo: anche in questo caso, infatti, la novità potrebbe far gola a tanti sviluppatori terzi che potrebbero ambire a sostituirsi al colosso di Cupertino con app dotate di funzioni aggiuntive o più comprensive, capaci magari di contenere i dati di più tipi di carte e di documenti rispetto a quanto Wallet oggi permetta di fare.