Bitcoin è un bene rifugio come oro e diamanti? Parlano gli esperti

La guerra in Ucraina e l'inflazione hanno fatto chiedere a molti se Bitcoin possa essere considerato un bene rifugio: ecco cosa pensano gli esperti.

Bitcoin è un bene rifugio come oro e diamanti? Parlano gli esperti
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I recenti eventi sanitari e geopolitici, come l'ingresso della pandemia da Covid-19 nel suo terzo anno e, soprattutto, l'innesco del conflitto tra Russia e Ucraina, hanno spinto molti risparmiatori a domandarsi come investire al meglio il denaro duramente accumulato negli anni. Uno dei timori più diffusi tra quelli legati alla guerra e alle sue conseguenze economiche è che l'aumento dell'inflazione possa colpire i risparmi, facendo crollare il valore reale della moneta e ridimensionare l'entità dei nostri sacrifici.

Per questo si sente parlare sempre più spesso di beni rifugio, o "safe haven" per gli anglofoni, ovvero quei beni su cui buttarsi per preservare il valore dell'investimento. Tra i beni rifugio più noti vi è l'oro, ma alcuni, soprattutto negli ultimi mesi, hanno avanzato l'idea che anche Bitcoin possa essere considerato tale.

Bitcoin vale più dell'oro?

Per prima cosa, cerchiamo di definire cosa sia un bene rifugio: con questo nome si intende un bene dotato di un valore intrinseco che tende a non perdere nemmeno in seguito all'inflazione e ad un aumento generalizzato dei prezzi.

Esempi di bene rifugio sono l'oro e altri metalli preziosi, come l'argento e il platino, ma anche i diamanti, gli immobili (almeno laddove non vi sia il rischio di speculazione), le monete e i titoli di Stato di Paesi virtuosi e stabili dal punto di vista finanziario. Per molti esperti di mercati digitali, però, anche le criptovalute potrebbero essere considerate beni rifugio, benché atipici rispetto a quelli già citati.
Sappiamo bene che le monete digitali sono decisamente più volatili dell'oro e dei diamanti, come dimostrano perfettamente il calo di Bitcoin di inizio 2022 o il recente crollo del 20% dell'ecosistema DeFi Fantom. Tuttavia, molti investitori si stanno allontanando dai safe haven tradizionali per investire nelle criptovalute per una serie di ragioni, prima tra tutte la riduzione del prezzo dell'oro in parallelo con le altre materie prime.

Da quando è iniziata la guerra in Ucraina, il prezzo dell'oro è ovviamente salito insieme all'inflazione, ma è stato surclassato in termini percentuali da quello delle altre materie prime.

Ora, dunque, chi ha investito nel bene prezioso sperando di trovarsi al riparo dall'inflazione teme che una galoppata inflazionistica porti l'oro a perdere di valore rispetto al livello pre-bellico aggiustati i valori secondo l'inflazione, cosa più unica che rara nella storia finanziaria della materia prima.
Per evitare di trovarsi di fronte a perdite colossali, gli investitori hanno iniziato a diversificare i propri patrimoni, spostandosi sugli altri safe haven e, per la prima volta tra chi si occupa di finanza tradizionale, sulle criptovalute.

Secondo il prorettore dell'Università Bocconi Stefano Caselli, intervistato dal Corriere della Sera, ciò dipende dal fatto che "di fronte a una guerra e alla ripresa dell'inflazione [grafico sottostante], è come se i mercati volessero diversificare i beni rifugio".
Ciò non significa necessariamente che le criptovalute siano diventate la prima scelta degli investitori: al contrario, negli Stati Uniti, un Paese dove la propensione al rischio e all'investimento nel mercato crypto è piuttosto elevata, i grandi risparmiatori si sono gettati in primo luogo sull'immobiliare, poi sui titoli di Stato e sul Dollaro e solo più tardi sulle monete digitali.

Tra le criptovalute, secondo gli esperti del mercato, Bitcoin è quello che più si avvicina a un safe haven, anche se è difficile capire i motivi di questa definizione.
Certamente la criptovaluta ha mantenuto, al netto delle fluttuazioni degli ultimi periodi, un valore elevato, ma è difficile pensare che possa rispondere alla definizione di "bene dotato di elevato valore intrinseco".
Semmai potremmo dire che l'inflazione colpisce meno le criptovalute degli altri asset, dunque Bitcoin e compagnia appaiono come investimenti più sicuri (di nuovo, al netto delle fluttuazioni connaturate nel mercato) in un momento storico in cui l'inflazione sembra in aumento pronunciato.

Nonostante ciò, sono molte le opinioni di coloro i quali ritengono che Bitcoin possa fare da safe haven in un mercato in cui i tradizionali beni-rifugio si potrebbero rivelare meno sicuri del previsto.

Delle monete globali e non politicizzate

A esprimersi sul tema "Bitcoin come bene rifugio" è stato a fine 2021, dunque prima del calo e della guerra in Ucraina, l'investitore miliardario Mark Cuban, che lo ha definito come "il safe haven delle criptovalute", ritenendo che la valuta creata dal misterioso Satoshi Nakamoto diventerà presto o tardi un equivalente digitale dell'oro.

L'analisi di Cuban, apparsa in un'intervista rilasciata alla CNBC, spiega che non è tanto il valore intrinseco di Bitcoin a renderlo un bene rifugio, ma il fatto che le sue quantità siano limitate e legate a un algoritmo che ne regola la produzione in maniera prefissata, rendendo impossibile lo sviluppo di un'"inflazione di Bitcoin" (per saperne di più, potrebbe tornare utile approfondire come funziona Bitcoin).

Inoltre, secondo Cuban la moneta ha anche un secondo "enorme vantaggio sulle altre criptovalute: non ha concorrenza". Con queste parole, il miliardario intende dire che non esistono token capaci di concorrere, in termini di volume di mercato e di popolarità, con Bitcoin. Ciò potrebbe permettere a quest'ultimo di diventare, nel giro di un paio d'anni, "la miglior riserva di valore sul mercato". Un discorso analogo varrebbe anche per Ethereum, benché su scala molto più ridotta.

Lo stesso approccio ottimistico di Cuban è condiviso da Meltem Demirors, Chief Strategy Officer (CSO) di CoinShares, la quale ha spiegato che, benché per il momento Bitcoin non sia un bene rifugio vero e proprio, potrebbe essere proprio il conflitto in Ucraina a farlo diventare tale.
L'analisi di Demirors si basa sul fatto che in diverse parti del mondo, per la prima volta da quando i bancomat greci hanno abbassato le serrande nel 2014, l'accesso dei cittadini ai propri risparmi non sia sempre garantito attraverso le tradizionali vie bancarie.

Gli esempi della CSO di CoinShares sono essenzialmente tre: quello della rimozione della Russia dallo Swift, il sistema internazionale dei pagamenti, quello della fine del supporto russo di Visa e Mastercard, entrambi collegati alla guerra in Ucraina, e quello delle proteste dei camionisti canadesi.

Questi ultimi, infatti, hanno minacciato con i loro scioperi i rifornimenti di beni sugli scaffali dei negozi del Paese e hanno spinto il Premier Justin Trudeau a imporre lo stato di emergenza, congelando i patrimoni dei protestanti e accendendo tra le forze di opposizione il dibattito sulle criptovalute come alternativa al circolo bancario tradizionale.
Se quello a cui andiamo incontro è un futuro in cui l'accesso al denaro è regolato da decisioni politiche, spiega Demirors, le criptovalute, con i loro sistemi decentralizzati e democratici, potrebbero riuscire in quello che le banche tradizionali non riuscirebbero più a fare, ovvero garantire l'accesso dei cittadini ai propri risparmi al netto delle eventuali ingerenze della politica.

Sia ben chiaro, però, che quello di Demirors non è un ragionamento sulla correttezza o meno delle sanzioni internazionali alla Russia o del congelamento dei conti correnti dei camionisti canadesi.

Può essere considerato, più che altro, come una semplice presa d'atto che, in casi sempre più numerosi, l'accesso al denaro viene limitato per ragioni non finanziarie, creando in alcune circostanze problemi a persone non coinvolte. Questo stesso ragionamento è stato proposto da Binance e Coinbase circa la chiusura in Russia dei loro exchange, che metterebbe a rischio più che altro i risparmi delle categorie più deboli e non quelli di politici e oligarchi.
Similmente, Demirors ha spiegato che "credo che ciò che stiamo vedendo sia una crescente consapevolezza che, per la prima volta, le persone, i cittadini che sono le vere vittime di guerre combattute dalle superpotenze, hanno una scelta alternativa. Bitcoin e le altre criptovalute sono delle monete globali e non politicizzate".

Un safe haven a metà

I ragionamenti di Demirors e Cuban hanno senso, ma non spiegano perché un cittadino occidentale (un italiano, per esempio) dovrebbe investire in criptovalute, o perché dovrebbe preferire queste ultime rispetto a un diamante oppure a una casa da rivendere o affittare.

In effetti, il discorso di Demirors crolla laddove non sussistono motivi per temere ingerenze politiche nell'accesso ai risparmi depositati o investiti nel circolo nazionale delle banche, ovvero dove la forma democratica e la salute finanziaria dello Stato non sono messe in discussione, come, almeno per il momento, avviene in larga parte del mondo occidentale.

Cuban, invece, definisce Bitcoin come "il bene rifugio delle criptovalute", e su questo ha ragione: sicuramente chi è alla ricerca di un bene solido in campo crypto si orienterà più facilmente verso Bitcoin, la più scambiata e la più nota delle criptovalute, piuttosto che su una qualsiasi altcoin.

Tuttavia, anche Bitcoin rimane eccessivamente volatile, perciò, in un'ideale scala di beni rifugio, si colloca nettamente al di sotto delle materie prime, dei preziosi o dell'immobiliare, a meno di non trovarsi in una situazione simile a quella della bolla immobiliare americana del 2008.

Numerosi sono gli studi, pubblicati a cavallo della pandemia, che spiegano come Bitcoin abbia un valore ancora troppo fluttuante per poter essere considerato un safe haven, tra cui una ricerca dell'Università di Qingdao, in Cina, oppure il paper di due ricercatori della Smurfit Gradute School of Business dell'Università di Dublino.

Insomma, benché il mondo accademico sia ancora scettico nel considerare le criptovalute come dei possibili beni rifugio, molti investitori ed esperti le considerano già una riserva di valore al pari di oro e diamanti.

Se c'è un Paese in cui Bitcoin potrebbe rivelarsi un utilissimo bene rifugio, però, quello è proprio la Russia. D'altro canto, il rublo sta crollando sotto il peso delle sanzioni internazionali, mentre la disponibilità di Dollari nel Paese è ridotta all'osso sempre come conseguenza dell'ingresso in guerra del Cremlino contro l'Ucraina. In un contesto simile, spiega il Digital Asset Director di WisdomTree Benjamin Dean, "la criptovaluta diventa un'alternativa attraente, perché il sistema economico e la valuta locale stanno crollando, ma non sono nemmeno disponibili Dollari, titoli del tesoro americano o oro".

Proprio questa frase dà l'idea di quello che, anche agli occhi di un investitore occidentale, dovrebbe essere il ruolo da bene rifugio di Bitcoin, ovvero quello di un safe haven a metà, un investimento da operare solo nell'ottica di una diversificazione del patrimonio e non certo come principale riparo per i propri risparmi.