Cellulari e smartphone causano il cancro? Ecco cosa dicono gli studi

Le onde elettromagnetiche emesse dai cellulari sono da anni al centro di studi scientifici, scopriamo a quali conclusioni sono giunti.

speciale Cellulari e smartphone causano il cancro? Ecco cosa dicono gli studi
INFORMAZIONI SCHEDA
Articolo a cura di

I cellulari fanno parte della vita quotidiana di ognuno di noi. Nati alla fine degli anni '80, si sono diffusi esponenzialmente negli ultimi 30 anni. È aumentato, quindi, non solo il numero di telefoni in circolazione, ma anche il tempo che ciascuno di noi passa al telefono.
Contemporaneamente è cresciuta la preoccupazione, a volte persino l'isteria e la paura verso questo mezzo. Sono cominciate a circolare voci, articoli, video sui danni gravi e irrimediabili che questi apparecchi causerebbero, arrivando addirittura a dire che potrebbero causare un tumore al cervello. Si è persino arrivati ad una class action del Codacons e ci sono state sentenze che confermano una possibile correlazione. La situazione è complessa, tuttavia abbiamo molte certezze riguardo a questi argomenti, e alcuni dubbi.

Ma come funzionano i cellulari?

I telefoni cellulari funzionano ricevendo e inviando segnali ai ripetitori di segnale più vicini. Per questo utilizzano onde a radiofrequenza (RF), una forma di energia elettromagnetica che si situa tra le onde radio a media frequenza e le microonde.
Cosa sono le onde a radiofrequenza? Quando si parla di energia elettromagnetica o onde elettromagnetiche (di cui vi abbiamo parlato in altre occasioni) si parla di una cosa sola: fotoni.
I fotoni possono avere molte energie diverse e più la loro energia cresce, più la loro lunghezza d'onda (lambda) é corta. Si avranno quindi le onde radio (con lambda che va dai 10 metri fino ad 1 metro circa), poi le onde TV, le microonde, gli infrarossi, la luce visibile (lambda da 700 nm a 400 nm), la luce ultra-violetta, i raggi X, i raggi Gamma e i raggi cosmici. Tutti fotoni, ma con energie diverse.
In particolare la radiazione elettromagnetica si divide tra radiazione ionizzante e radiazione non ionizzante. La prima é in grado di ionizzare un atomo, cioè ha l'energia sufficiente per strappargli un elettrone e, lo sappiamo molto bene, è in grado di indurre per questo motivo delle mutazioni cancerogene in maniera diretta. È il caso dei raggi X, dei raggi Gamma, dei raggi cosmici. La seconda radiazione, invece, non ha l'energia sufficiente per ionizzare l'atomo e non ha, per questo motivo, nessuna probabilità di creare danni diretti.

Qualcuno di voi potrebbe allora dire: "Si beh, magari un fotone no. Ma se ci sto per ore e ore, anche se è poca energia, piano piano si accumula!" E invece no. Se l'energia non è quella "giusta", la radiazione non sarà mai in grado di ionizzare l'atomo. In poche parole, questo avviene perché l'elettrone interagisce con non più di un fotone per volta e, se viene eccitato, perde molto rapidamente l'energia acquisita subito dopo. O il fotone ha l'energia necessaria o non accade nulla; non c'è ionizzazione, se non c'è ionizzazione non c'è danno diretto.

Le onde a radiofrequenza (d'ora in avanti chiamate ORF) tuttavia possono scaldare i tessuti. Le ORF sono generate dall'antenna del cellulare, dove infatti sono più intense, e perdono velocemente energia mano a mano che ci si allontana da essa. Questo è un effetto facilmente verificabile, basta provare a tenere il telefono vicino all'orecchio (anche senza contatto) per alcuni minuti, noterete presto un aumento della temperatura della vostra pelle.

A questo proposito, la quantità di ORF assorbite da un'unità di tessuto biologico per unità di tempo è nota col nome di "tasso specifico di assorbimento" o SAR (acronimo di specific absorption rate). Diversi modelli di cellulare hanno anche diversi SAR: il limite massimo autorizzato in Europa è di 2 watt per kg misurati su 10 grammi di tessuto. Il valore di SAR è in genere indicato sull'apparecchio o sul sito del produttore.

I cellulari possono causare tumori?

Gli studi si sono concentrati dapprima nella ricerca di correlazione tra l'utilizzo dei cellulari e la comparsa di tumori cerebrali (gliomi, meningiomi, neurinomi del nervo acustico ecc...), successivamente altri piccoli studi hanno investigato il rapporto con il cancro della pelle, dei testicoli e delle ovaie (d'altronde teniamo i telefoni in tasca). Per fare questo si è svolta una ricerca su due fronti: in laboratorio, esponendo colture cellulari o animali a ORF, e con degli studi epidemiologici, cercando di quantificare a posteriori il tempo di utilizzo del cellulare in persone che si sono ammalate dei tumori sopra citati. Entrambi hanno pregi e difetti.
Per quanto riguarda gli studi epidemiologici, uno dei problemi principali è la quasi totale assenza di un gruppo di controllo, ovvero di persone che non usino un cellulare. Per avere dei dati consistenti un gruppo di controllo è fondamentale. Servirebbe infatti a dirci "loro, che non usano il cellulare, hanno questa probabilità di avere questo tumore, e loro, che lo usano molte ore hanno quest'altra probabilità, diversa. Oppure uguale."

L'assenza di un gruppo di controllo rende difficile collegare certi tipi di tumore all'uso dei cellulari piuttosto che ad una causa del tutto differente, per esempio. Oltre a questo si deve aggiungere che i dati raccolti si fondano sulla memoria dei pazienti, su questionari scritti che indagano quanto e quando il telefono è stato usato negli ultimi anni. Sono certamente dati soggetti a molte variabili non controllabili. I pazienti poi devono essere un numero statistico rilevante e lo studio può prendere moltissimo tempo.
Prendendo in esame gli studi in laboratorio invece, al contrario degli studi epidemiologici, è possibile calibrare a piacere le variabili sperimentali ed é presente il gruppo di controllo. Tuttavia i risultati ottenuti non sono sempre traslabili dagli organismi studiati all'uomo.

Risultati degli studi sugli umani

Partiamo con gli studi epidemiologici, avendo bene a mente i limiti citati sopra.
In particolare, citeremo i 3 studi più importanti, riportati anche sul sito dell'AIRC (Fondazione AIRC per la ricerca sul Cancro). Lo studio INTERPHONE, uno studio del Danish Cohort Study e infine uno studio prospettico del Million Women Study.
Partiamo con il primo, svolto tra il 2000 e il 2004, che è il più vasto studio sulla relazione tra uso del cellulare e rischio di tumori cerebrali fatto sino ad ora, coinvolgendo 13 paesi (tra cui l'Italia) distribuiti tra 4 continenti. Sono state analizzate le storie d'uso del cellulare (raccolte tramite intervista) di oltre 10.700 persone tra i 30 e i 59 anni di età. Di queste, 2.708 erano pazienti con glioma, 2.409 pazienti con meningioma e 5.634 soggetti di controllo (con i limiti visti) non affetti da tumore. A tutti i partecipanti è stato chiesto di indicare quando avevano iniziato a usare il telefono cellulare, il numero di telefonate effettuate e il tempo medio quotidiano trascorso al telefonino.

Tra gli utilizzatori regolari di telefoni cellulari, lo studio non ha riscontrato alcun aumento di rischio di gliomi o meningiomi cerebrali, e anzi, queste persone presentavano un'apparente diminuzione del rischio, probabilmente a causa di un artefatto metodologico e certamente non per eventuali benefici nell'utilizzo dei cellulari.

Non è stato riscontrato nessun aumento del rischio di tumore cerebrale neppure tra coloro che usavano il telefonino da dieci anni o più. Per quanto riguarda il rischio associato a livelli crescenti d'uso del cellulare, è stato osservato un apparente incremento del rischio di glioma (e in misura minore di meningioma) tra gli utilizzatori con il numero più elevato di ore cumulative d'uso. Circa il 10% dei partecipanti. In questa categoria, però, sono stati riferiti livelli d'uso inverosimili (5 o addirittura 12 ore al giorno).
Al contrario, non si è osservato alcun incremento del rischio di glioma o meningioma in nessun altro al di sotto di tali ore cumulative d'uso, e non è stata riscontrata alcuna relazione tra rischio e numero cumulativo di chiamate effettuate né per il glioma né per il meningioma. Questi dati suggeriscono che l'apparente aumento di rischio nella fascia di persone con i valori più elevati di ore cumulative d'uso non può essere interpretato come evidenza del fatto che i telefoni cellulari causano tumori.

Il secondo studio, Danish Cohort Study, ha invece valutato l'incidenza di tumori in 400.000 possessori di cellulari dal 1982 al 1995 (poi esteso fino al 2002) con un gruppo di controllo di altrettante persone che invece non lo possedevano (in quel periodo era certamente più semplice di adesso). Nonostante sia importante, avendo studiato principalmente i vecchi telefoni, considerati più a rischio di quelli moderni, non è stata trovata alcuna correlazione tra l'uso dei cellulari e la comparsa di tumori cerebrali. Una mancanza di correlazione confermata anche dal successivo follow up, pubblicato in seguito e riguardante i 7 anni successivi, ovvero fino al 2002.

Infine l'ultimo studio, il Million Women Study, che ha coinvolto 800.000 donne britanniche a ha valutato il rischio di sviluppare un tumore cerebrale in un periodo di sette anni di utilizzo del cellulare. Ancora una volta, non è stato trovato alcun riscontro se non un possibile legame con il neurinoma del nervo acustico. Gli studi sono certamente rassicuranti, se non per quest'ultimo possibile legame, pur ricordando i molti limiti a cui sono soggetti le ricerche questo tipo.

Risultati degli studi in laboratorio

Le ricerche di laboratorio sul tema sono molte e giungono tutte a risultati simili, ne riportiamo quindi due, uno studio condotto dal National Toxicology Program (di cui vi parliamo anche in questo articolo) ed uno studio italiano dell'Istituto Ramazzini di Bologna.

Nel primo, svolto negli Stati Uniti, un gran numero di roditori é stato esposto a ORF per 9 ore al giorno, fin dalla nascita e per oltre due anni di vita. È stata verificata, in questo caso, la relazione con lo sviluppo di gliomi e schwannomi del cuore, dimostrando un lieve incremento di questi ultimi nei ratti maschi ma non nelle femmine.
Rimane da notare che l'intensità a cui erano sottoposti i roditori, e anche le ore consecutive, erano ben lontane da quello che sperimentiamo noi quotidianamente e che quindi rimangono dati di difficile interpretazione e applicazione.
Tuttavia, detto questo, la ricerca confermerebbe che le ORF, ad altissima intensità e in condizioni di elevata esposizione, possono in qualche modo interferire con i tessuti.

Nel secondo studio, i ricercatori dell'Istituto Ramazzini hanno riscontrato aumenti statisticamente rilevanti nell'incidenza degli schwannomi maligni, tumori rari delle cellule nervose del cuore nei ratti maschi del gruppo esposto all'intensità di campo più alta, 50 V/m.
Inoltre, hanno individuato un aumento dell'incidenza di altre lesioni: l'iperplasia delle cellule di Schwann sia nei ratti maschi che femmine e gliomi maligni nei ratti femmine alla dose più elevata. Nello studio del Ramazzini, 2.448 ratti Sprague-Dawley sono stati esposti a campi RF per 19 ore al giorno, dalla vita prenatale (cioè durante la gravidanza delle loro madri) fino alla morte spontanea. Lo studio comprende dosi ambientali (cioè simili a quelle che ritroviamo nel nostro ambiente di vita e di lavoro) di 5, 25 e 50 V/m. Valori estremamente più bassi (circa mille volte) rispetto a quelli usati nello studio del National Toxicology Program.

Conclusioni

I limiti sperimentali sono molti e di varia natura, tuttavia la maggior parte degli studi, specialmente quelli condotti sugli umani, sembrano indicare la mancata correlazione tra l'esposizione alle ORF e l'insorgenza di tumori nelle zone interessate. Tuttavia, proprio a causa dei molti limiti sperimentali, le conclusioni, per quanto incoraggianti, non sono risolutive.
Se il legame fosse stato diretto e significativo, sarebbe certamente stato registrato in ogni studio svolto con criterio. D'altra parte conosciamo abbastanza bene i fotoni e le onde elettromagnetiche generate dai telefoni. Ne conosciamo la potenza e il comportamento e sappiamo come si comportano entrando in "contatto" con gli atomi.
Non sembrano esserci motivi reali per essere spaventati (come non ce ne sono per aver paura del 5G), ma, se questo fosse il vostro caso, per stare più tranquilli, ci sono alcune soluzioni semplici che vi permettono di avere maggiore sicurezza: usare gli auricolari al posto di portare il telefono vicino all'orecchio quando chiamate (abbiamo infatti visto che l'intensità varia considerevolmente con la distanza), non dormire con il telefono vicino al corpo (per ridurre, almeno la notte, l'esposizione alle ORF), tenere il cellulare lontano dal corpo quando non necessario (per esempio evitare di tenerlo costantemente in tasca).

Per i meno paranoici, state sereni, è molto più probabile morire per centinaia di migliaia di altre ragioni piuttosto che per una manciata di fotoni di bassa energia, almeno secondo studi fatti finora.