Com'è nato iPhone? I segreti dietro al keynote del secolo

Oggi avere in tasca uno smartphone è cosa ovvia e scontata, ma questo lo si deve sopratutto ad iPhone di Apple: com'è nato il primo iPhone?

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Spesso si sente dire che il successo di Apple è dovuto esclusivamente al suo marketing aggressivo, alla capacità, sua e di pochissime altre aziende, di saper creare un bisogno da soddisfare con i loro prodotti, dal fatto che i loro telefoni, o tablet, siano più belli e di moda che utili e funzionali. Per quanto si possa riscontrare del vero in queste affermazioni, ma questo vale anche per tutte le altre aziende del settore, sarebbe da miopi (nella migliore delle ipotesi) non rendere merito ad Apple di aver approcciato l'elettronica di consumo come quasi nessun altro prima, e aver oggettivamente rivoluzionato i segmenti di mercato (a volte creati dal nulla, come nel caso di iPad) sui quali hanno deciso di concentrarsi. C'è però stato un preciso momento nel quale Apple è stata solo ed esclusivamente marketing, ed è coinciso con la presentazione dell'iPhone alla MacWorld Conference di San Francisco.
Tutto quanto fatto vedere da Jobs dopo quel "one more thing" diventato di culto è se volete solo ed esclusivamente marketing, una specie di trucco, passateci il termine, necessario per presentare un prodotto che sarebbe sì stato rivoluzionario, ma che in quel preciso momento era pressoché inutilizzabile. Avete presente quelle presentazioni un po' furbette all'E3 dove si mostra la grafica in game di un gioco che però è totalmente pre-renderizzata? Ecco, quello che fece Jobs non è tanto lontano da questo, con gesture, applicazioni e swipe calcolate al millimetro per fare le uniche cose (nella corretta sequenza) che non bloccassero o riavviassero il terminale.

Nessuno vuol vedere un blue screen of death mentre presenta il suo prodotto

Prima però di tornare a quella presentazione, occorre fare un passo indietro e armarsi di pazienza e una certa dose di fede, perché riuscire a costruire il processo ideativo dietro il primo iPhone è qualcosa di estremamente complesso. La Apple di quegli anni era quella della segretezza a tutti i costi, degli NDA infrangibili e dei keynote a prova di anticipazioni: se iPhone è diventato l'oggetto che è ora è anche grazie a quell'alone di misticismo che ne ha accompagnato la nascita, quel desiderio di posizionarlo come il prodotto di un incantesimo e non di un processo industriale per aumentarne l'appeal.

iPhone doveva sembrare venire direttamente dal futuro, non da una fabbrica cinese

Proprio per queste ragioni molte delle cose che sappiamo della sua nascita ci vengono da rivelazioni di ingegneri che ci hanno lavorato, da indagini giornalistiche o dagli atti dei diversi processi dei quali Apple è stata protagonista negli anni, su tutti quello contro Samsung. La leggenda (e un'intervista di Scott Forstall, che sull'interfaccia di iPhone ci ha lavorato) vuole che tutto nasca dal fastidio che Jobs nutriva per un executive di Microsoft, reo di vantarsi spesso di come la sua azienda stesse sviluppando un tablet a display resistivo che si utilizzava con un pennino. Da qua nacque il primo, o forse il decisivo, impulso nella creazione di un dispositivo simile, che però marcasse in maniera netta la differenza delle due compagnie. Il Progetto Purple nacque così con un approccio diverso rispetto a quello di Microsoft: anziché infilare un computer in un tablet, Apple voleva evolvere l'iPod, trasformando il lettore musicale in qualcosa di più. L'idea di renderlo in un tablet (prima ancora che questi esistessero) però venne presto accantonata, in favore del telefono. Fadell (che già aveva creato iPod), Forstall e Ive iniziarono così a lavorare al dispositivo senza però averne il quadro di insieme, e procedendo quindi un po' alla cieca. Non è esattamente facile elaborare il design industriale di un prodotto senza avere idea del software che lo farà muovere, e viceversa.
Per quanto al culto di Jobs sia funzionale la figura del geniale inventore solitario, il primo iPhone fu un lavoro di squadra quasi senza precedenti, che coinvolse tra l'altro tecnologie che in Apple semplicemente non esistevano. La tecnologia multi touch, sulla quale è fondato il suo intero design è stata inventata da Wayne Westerman e dalla sua FingerWorks, acquisita da Apple nel 2005. Anche il vetro GorillaGlass, altra brillante intuizione, non solo di Apple ma di Corning, che è diventato un gigante del settore (si parla di cinque miliardi di dispositivi, non solo Apple) proprio grazie al primo iPhone.

Da sinistra: Philip Schiller, Fadell, Jony Ive, Jobs, Scott Forstall, Eddy Cue

Lavorare al Progetto Purple era complicato, e spesso portava alla distruzione della propria vita privata: incontri segreti con Jobs in dungeon senza finestra, orari impossibili, straordinari senza fine, il tutto poi senza mai avere la visione di insieme del progetto, che avevano solo in pochissimi. Una delle prime versioni proposte da Fadell, successivamente accantonata, prevedeva l'utilizzo del dispositivo tramite una ghiera girevole in stile iPod, che rendeva però assai macchinoso l'utilizzo giornaliero. Il procedimento a tentativi di Ive risulta complesso, perché ogni singolo gruppo di lavoro prepara i suoi progetti su specifiche finte, in modo che non si corra il rischio di fughe di notizie. Oltretutto, un dispositivo con quelle caratteristiche che avesse solo cinque tasti, di cui quattro "di servizio" era una sfida non da poco.

Jony Ive

A lavorare fianco a fianco con Jobs c'è stato più di tutti gli altri Jony Ive, che il primo iPhone, pur se un po' alla cieca, lo ha progettato quasi da zero. Il mantra di Ive, che è anche (sopratutto) quello di Dieter Rams, è che "il buon design é meno design possibile", anche se questo poi lo ha portato in tempi recenti a storture forse evitabili. Ive da Rams ha preso davvero tantissimo: se molti degli oggetti che ha disegnato, dall'iPod alla grafica di alcune app vi ricordano qualcosa, è perché dal designer famoso per i prodotti Braun negli anni cinquanta e sessanta (e pure settanta) ha sempre attinto a piene mani. Con iPhone però le cose sono state più complesse perché in un oggetto che è di fatto tutto display, la sfida, oltre che sul piano produttivo e industriale, si sposta anche su quello software, sia dal punto di vista funzionale, sia da quello estetico. Le prime versioni di OS X (e poi iOS) avevano, pure se estremamente più limitate, una coerenza pressoché totale degli elementi grafici e operativi che si è un po' persa nelle versioni successive alla 7, che viene ricordata anche per aver abbandonato del tutto lo scheumorfismo delle origini, e cioè quel principio grafico per cui si replicavano nella grafica delle applicazioni oggetti e texture del mondo reale (pensate alla simil-pelle delle note).

Tutte queste difficoltà, unite al fatto che Apple in molti campi semplicemente non avesse alcun tipo di esperienza, ha portato a quel keynote con un dispositivo assolutamente inutilizzabile, che aveva solo una routine di comandi ottimizzati oltre i quali si sarebbe andati incontro al fallimento. Persino la ricezione del segnale era instabile, al punto che Apple non solo fece portare da Cingular, il carrier americano che ebbe in esclusiva i primi modelli, un'antenna portatile posizionata dietro il Convention Center, ma "truccò" la visualizzazione della ricezione in modo che segnasse sempre cinque tacche.
Quando però Jobs salì sul palco, tutto questo scomparve: alle 9:41 del diciannove gennaio quell'uomo con dolcevita nero disse che c'era ancora una cosa da mostrare quella mattina, e quella cosa rivoluzionò il mondo.