Come sta reagendo Facebook allo scandalo Cambridge Analytica?

Facebook corre ai ripari dopo lo scandalo Cambridge Analytica, nel frattempo le azioni della compagnia sono in caduta libera e iniziano le prime indagini.

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Cambridge Analytica ha creato una cicatrice nell'immagine pubblica di Facebook. L'incidente, forse per la prima volta, ha sottratto la regia della narrazione dietro al social dalle mani di Mark Zuckerberg. Qualcosa è cambiato, non c'è dubbio, forse per sempre. Addirittura grandi aziende si sono scagliate contro il social network, pensiamo ad esempio alla decisione di Elon Musk di cancellare le pagine delle sue aziende, una scelta replicata anche da altre realtà tra cui Playboy. A ogni modo nessuna delle due compagnie ha abbandonato Instagram, sempre di proprietà di Facebook. Prova che più che di guerrilla contro la datocrazia sarebbe corretto parlare di brillanti scelte di marketing.


Tutti contro Facebook


Anche i quotidiani si sono accaniti contro Facebook: sul The Guardian, a cui si deve l'inchiesta che ha fatto scoppiare il bubbone, lo scorso venerdì è stato pubblicato un pezzo a firma della redazione dove si diceva che è giunto il momento di inasprire le regolamentazioni contro la piattaforma. "I dati in possesso di Facebook sono una finestra diretta sull'anima dei suoi utenti", si legge sul quotidiano britannico. "Grazie a questi è possibile ricostruire la loro personalità con una precisione superiore a quella di cui sarebbero capaci perfino i loro parenti, capire questo è cruciale per comprendere perché i governi devono avere un ruolo nella salvaguardia della privacy". Ma non solo, in questi giorni non c'è stata testata - generalista o legata al Tech, internazionale o addirittura italiana - che non abbia prodotto articoli in cui si spiega come cancellarsi, definitivamente, dal social. Una sorta di resa dei conti, con un settore che deve grossa parte dei cali degli introiti degli ultimi dieci anni agli over the top - a partire da Facebook - e che ora può togliersi più di qualche sassolino dalla scarpa.


Chi altro? Ovviamente anche i competitor - pardon, wannabe competitor - del social, sia Diaspora (che ha bombardato il social di Zuckerberg con ads dove si invitava a cancellarsi da Facebook) che Vero si sono messi in trincea e hanno usato l'incidente per ribadire la loro estraneità al business model data-centrico. Insomma, tutte società che stanno pazientemente aspettando il cadavere del nemico in riva al fiume. Certo questo cadavere è piuttosto in ritardo e, forse, non arriverà mai.


Infine anche gli americani si sono scagliati contro Facebook: oltre il 51% della popolazione degli States, secondo un sondaggio di Reuters, ora ha una considerazione negativa del social. In precedenza, secondo un sondaggio commissionato da The Verge lo scorso autunno, era solo il 31% a dirsi in qualche modo critico rispetto alla gestione dei dati personali da parte del colosso. A Zuckerberg va comunque meglio con gli italiani: per una ricerca di Noto Sondaggi l'82% dei nostri connazionali non ha variato il modo in cui utilizza i social dopo lo scandalo, anche se il 65% si dice inconsapevole del fatto che Facebook raccolga dati in maniera pervasiva (tracciando anche la geolocalizzazione) e il 67% non vorrebbe che il social lo facesse.


Le class action e le indagini della politica

Sono ben quattro le azioni legali mosse contro Facebook nel solo Stato della California, da quando è scoppiato il caso Cambridge Analytica. C'è Lauren Price, donna del Maryland, che ha avviato una class action in rappresentanza degli oltre 50 milioni di americani i cui dati sono stati usati da Cambridge Analytica. Poi c'è la causa contro lo stesso CEO Mark Zuckerberg e il CFO David Wehner mossa dai due azionisti di Facebook Fan Yuan e Robert Casey. Sempre in rappresentanza degli azionisti si è mosso l'avvocato Jeremiah Hallisey. Il gruppo di investitori punta il dito contro i vertici Zuckerberg, Sandberg e il consiglio d'amministrazione: "Non solo hanno fallito nell'impedire l'uso illecito dei dati, non hanno detto agli utenti cosa è successo, violando il rapporto di fiducia". L'obiettivo è quello di farsi rimborsare per le perdite finanziare dovute alla gestione claudicante della vicenda da parte dell'amministrazione.



Le rivelazioni della stampa hanno attirato anche l'attenzione delle autorità. La Federal Trade Commission ha annunciato di aver avviato delle indagini sulla condotta della compagnia. "La FTC ha preso seriamente i report della stampa che hanno evidenziato importanti preoccupazioni sulle pratiche di Facebook in materia di privacy", si legge nella nota rilasciata dall'agenzia. Se l'azienda sarà ritenuta colpevole di aver violato le policy in materia, rischia una sanzione che ammonterebbe a un massimo di 40.000$ per ogni singola violazione. Anche il Regno Unito chiama Facebook a rispondere delle sue responsabilità, una commissione del Parlamento britannico ha richiesto a Zuckerberg di testimoniare sulle politiche della sua azienda. Non è detto che il CEO decida di comparire davanti ai parlamentari del Regno Unito, ma lo farà sicuramente negli Stati Uniti: Zuckerberg, che pure ha rifiutato una simile richiesta da parte della commissione investigativa del Senato, sarà sentito dalla commissione Energia e commercio del Congresso americano.


La strategia di Facebook per contenere i danni

La compagnia è così entrata in full-damage control. Facebook la scorsa domenica ha acquistato un'intera pagina su ben nove quotidiani, sette inglesi e due statunitensi. "Grazie per la vostra fiducia nella nostra community, vi prometto che farò molto di più per voi", si legge nella "pubblicità" a firma Mark Zuckerberg su cui campeggia a grandi caratteri la scritta "We have a responsibility to protect your information, if we can't, we don't deserve it". "[La vicenda Cambridge Analytica] è stata una breccia nel rapporto di fiducia, non abbiamo fatto abbastanza per impedirlo e vi chiedo scusa, stiamo lavorando per assicurarci che questo non accada più". Lo scorso 21 marzo il CEO di Facebook si è prestato anche a un'intervista in esclusiva sulla CNN per chiarire la sua posizione. Se con una mano si cerca di mettere in salvo la reputazione del social, con l'altra l'azienda cerca di portare Washington dalla sua. In questi giorni - lo riporta il The Guardian - Facebook sta assumendo nuovi lobbisti da mandare nella capitale statunitense. Evidentemente una nuova regolamentazione è nell'aria, compito dell'azienda sarà quello di dissuadere i legislatori dal calcare eccessivamente la mano con misure draconiane.


Nel frattempo il social ha preso nuove misure. Rimandata la presentazione dello smart speaker a cui Facebook - così si vocifera - sta lavorando da diverso tempo e che sarebbe dovuto essere presentato questo maggio. "È semplicemente il periodo sbagliato per rilasciare un device pensato per ascoltare costantemente gli utenti", spiega in modo sibillino e conciso Bloomberg. Cambia l'interfaccia privacy, ora più intuitiva e con una nuova sezione chiamata "Access Your Information". Permetterà di accedere alle informazioni condivise dagli utenti, oltre che una gestione di queste più semplice. La scorsa settimana il social ha momentaneamente sospeso il processo di revisione che consente di presentare al social un'app per uso interno alla piattaforma. Il motivo? Incrementare i controlli pre-autorizzazione per scongiurare che questa venga nuovamente data ad aziende poco trasparenti. Facebook in futuro potrebbe avviare colloqui con le aziende sviluppatrici ogni qualvolta ci siano sospetti o si notino attività poco chiare.


E mentre il cielo sopra Facebook è ben lungi dall'essersi schiarito, con una tempesta che non dà segni di volersi placare, il dato più allarmante di tutta questa vicenda è che, a oggi, non è ancora chiaro se Cambridge Analytica abbia o meno eliminato i dati dei 50 milioni di elettori americani di cui ha ottenuto il possesso illecitamente. Quello che è certo è che, come riportava Channel 4 solo due giorni fa, parte del dataset è ancora in circolazione. I profili degli elettori dello Stato del Colorado sono sicuramente stati fatti trapelare fuori dai server di Cambridge Analytica e della sua casa madre, la SCL.