Coronavirus: il modello Wuhan può funzionare anche in Italia?

In piena emergenza Coronavirus sono in tanti a guardare alla Cina come esempio virtuoso per combattere questa temibile epidemia.

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Non sono giorni facili. La quarantena forzata cui siamo sottoposti sta mettendo a dura prova tutto il Paese, sia dal punto di vista umano che economico: l'emergenza sanitaria del Coronavirus si è palesata in tutta la sua gravità, portando il Governo a prendere drastiche ma necessarie misure in un modo che nessuno, fino a qualche settimana fa, si aspettava.
Eppure, molto lontano da noi, in Cina, tutta questa situazione era già stata vissuta. Wuhan è stata per lungo tempo al centro delle cronache del mondo, come focolaio principale di un'epidemia che vedevamo lontana e remota e che invece ora stiamo vivendo direttamente sulla nostra pelle. Il governo cinese ha preso drastiche misure per fermare il contagio e ora pare che la situazione sia in fase di risoluzione: ma com'è stato gestito il contagio nel paese? Il tanto discusso modello Wuhan è applicabile anche alla nostra realtà?

Cosa è successo

Il 23 gennaio è diventata per molti la data simbolo dell'epidemia di Coronavirus in Cina: in quel momento il governo ha deciso di mettere in quarantena la città di Wuhan, epicentro del contagio, e tutta la provincia di Hubei. 60 milioni di cinesi sono stati "chiusi in casa" con un blocco totale di tutte le attività commerciali. Le immagini della città deserta hanno fatto il giro del mondo, dimostrando quanto il virus non fosse più da prendere sotto gamba come si era pensato. Eppure le prime avvisaglie erano arrivate oltre un mese prima, quando un oculista aveva individuato un virus mai visto prima in ben sette persone.

Un virus subito riconosciuto come molto pericoloso, capace di diffondersi con grande velocità e che subito aveva messo in allarme tutta la struttura. Eravamo alla fine del 2019 e qualcosa, purtroppo, è andato molto storto nella gestione della situazione: il governo cinese, infatti, ha iniziato a censurare il più possibile tutte le voci che iniziavano a crearsi sull'epidemia, eliminandone ogni traccia da social e ricerche internet e cercando di "contenere" ogni tipo di informazione a riguardo.

Ammissione tardiva

Questo oscurantismo mediatico ha in sostanza reso molto più difficile affrontare il contagio. Il mondo scientifico e politico è rimasto per troppo tempo all'oscuro di tutto ritrovandosi, quando era troppo tardi, con un contagio già avvenuto e un fenomeno trasformatosi in qualcosa di ben più globalmente diffuso. Quando la Cina ha "ammesso" la presenza del nuovo virus era ormai troppo tardi, con una situazione fuori controllo a Wuhan e in tutto il paese: tantissime persone, circa 5 milioni, si erano già spostate fuori dalla città, diffondendo il virus su una scala ormai impossibile da gestire se non attraverso una serie di norme stringenti per evitare ulteriori contagi e morti.
Qui ha preso vita il tanto discusso "modello Wuhan", la città è stata chiusa all'esterno, i controlli sono diventati stringenti e asfissianti, le regole impossibili da violare e numerose altre città sono state coinvolte in una sorta di grande zona rossa controllata dal governo.

Luci e ombre

Va detto, questo isolamento forzato ha certamente portato i suoi frutti. Mentre il Coronavirus ha iniziato a mostrare la sua terribile forma nel resto del mondo, la Cina ha avuto i primi risultati positivi. I guariti hanno iniziato a lasciare gli ospedali e il numero dei contagi è diminuito drasticamente, seppur con un costo terribile di 2404 morti, e la visita per la prima volta in città del presidente Xi Jinping ha sancito l'inizio di un lento ritorno alla normalità per Wuhan.

Il virus è stato quindi contenuto, ancora non sconfitto, ma comunque con una forte riduzione della sua pericolosità. Ma qual è stato il costo per gli abitanti del Paese? I cittadini hanno vissuto sulla propria pelle una serie di misure stringenti che hanno dovuto per forza di cose accettare, in parte necessarie per la portata dell'epidemia ma dovute ad un doppio, madornale e gravissimo errore del Governo.
Non solo l'epidemia è stata sottovalutata, nonostante chiari segnali di pericolo, ma si è deciso di nasconderla agli occhi dei cinesi prima e del mondo poi. Quando tutto è precipitato e non se ne poteva più fare a meno si è iniziato a parlarne e si è corso ai ripari, con modalità quanto meno discutibili nella forma e nella comunicazioni delle stesse.

Le catene del governo

Sin da subito le misure prese dal governo sono state ben più stringenti rispetto alle nostre. Attività economiche e sociali sono state subito fermate: Wuhan è stata chiusa in una sorta di bolla con aeroporti e trasporti bloccati, scuole, fabbriche e uffici chiusi. Ad essere impediti non sono stati solo gli spostamenti esterni ma anche quelli interni. Sin da subito non si è parlato di "appelli" o "inviti", ma di veri e propri ordini, pena la reclusione in carcere. Da un giorno all'altro il paese si è trovato in una situazione d'emergenza e, senza troppe discussioni, si è visto costretto a subire queste norme sulla propria pelle.

Il campionato di calcio è stato congelato dallo stesso governo, senza troppe discussioni da parte delle autorità sportive e delle società coinvolte; i cittadini sono stati obbligati a restare sempre e comunque a casa; la spesa è stata sin da subito fatta con ordini online, con consegne gestite dalle autorità e portate alle porte dei vari comprensori residenziali, per evitare qualsiasi tipo di contatto.
Misure che hanno portato ad un netto miglioramento della situazione con la città che, in questi giorni, sta lentamente tornando alla normalità. Tantissime persone sono ancora in quarantena precauzionale ma Wuhan non è più deserta come qualche mese fa, visto che, seppur con tante precauzioni, è stata "riaperta al mondo".

I principi di base

I risultati e la buona riuscita di queste pratiche sono incontrovertibili e alla luce del sole, con l'epidemia contenuta con successo e una crisi ormai in fase di risoluzione. Se dovessimo valutare il modello cinese solo sulla riuscita dello stesso non potremmo non considerarlo come positivo: a pensarci, in ogni caso, i principi di base sono ragionevoli e più che giusti per contenere il contagio. Evitare il più possibile i contatti umani, gli assembramenti, chiudere i luoghi di aggregazione sono le mosse migliori per evitare che un virus ancora poco conosciuto si diffonda.

Questi principi sono stati quelli che anche il nostro Paese, seppur con mano meno ferma, ha deciso di attuare. In questo la Cina, seppur con colpevole ritardo, ci ha visto giusto: ad oggi isolare le persone è forse l'unico modo per contenere la diffusione e non sovraccaricare il sistema sanitario.
Eppure, ad essere molto diverse dal nostro sentire democratico sono le modalità con cui le restrizioni sono state attuate sul suolo cinese. Una costrizione obbligatoria e una maglia di controllo statale molto stretta che, anche in casi di emergenza, non dovrebbe mai passare come unica soluzione per la risoluzione del problema.

Risolutezza e malcontento

Pechino, con pugno fermo e rigido ha fermato tutto, lo ha fatto rapidamente, senza la politica dei piccoli passi che si è vista da noi, ma lo ha fatto dopo essersi vista con le spalle al muro, con i contagi a livello altissimo e l'oscurantismo mediatico venuto drammaticamente alla luce. Il pugno duro è l'unico che una repubblica socialista con un solo grande partito al governo concepisce ed è quello che è stato attuato, unito però ad una totale fiducia nei propri mezzi: sin da subito è stata garantita la sopravvivenza del tessuto economico, con lo stato che si è impegnato per sostenere in ogni modo la ripresa economica.

Un pugno duro che sta comunque avendo un costo economico enorme e che ha creato un certo malcontento tra la popolazione, reclusa in casa e costretta da un giorno all'altro a rinunciare a tutta la sua vita. Da qui una propaganda serrata per cancellare gli errori del governo, eliminare dai media il malcontento della gente, reprimerlo e riscrivere la narrazione dipingendo il partito e il suo presidente come i salvatori della patria, quelli che, senza errori, hanno salvato la Cina dal disastro sanitario. Ma, come abbiamo visto, gli errori ci sono stati, eccome.

Censura preventiva

Per reprimere errori e malcontento la censura è stata l'arma maggiormente adottata dal governo. Non solo tutte le informazioni sul Coronavirus sono state eliminate prima che l'epidemia esplodesse ma anche durante la quarantena tutte le voci non concordi con la narrazione voluta dal governo sono state censurate ed eliminate. Il New York Times ha condotto uno studio su tutti i materiali nascosti sotto il tappeto dal governo cinese e venuti drammaticamente a galla: persone disperate, sull'orlo di una crisi di nervi per un controllo totale e una reclusione forzata, code interminabili dentro e fuori dagli ospedali, supermercati completamente vuoti, persone portate via da casa con la forza.

Il governo non solo ha nascosto tutto questo, ma ha anche instaurato una sorta di stato di polizia ancora più stringente rispetto al solito con un controllo tecnologico quanto mai serrato. Gli smartphone e i dati delle compagnie telefoniche sono stati utilizzati per monitorare gli spostamenti dei cittadini, le autorità dotate di sistemi all'avanguardia per riconoscere i cittadini e misurare a distanza la temperatura corporea, telecamere accese giorno e notte per controllare ogni movimento, con tutti i problemi di violazione della privacy che questo comporta.
Misure che la Cina ha ritenuto necessarie: per affrontare l'emergenza era necessario mettere in secondo piano le libertà individuali, in un modo che fa discutere e che da noi non potrebbe mai essere applicato in tali proporzioni.

Il modello Italia

Il modello Wuhan ha certamente funzionato ma è palese che non è stato perfetto, ne nei tempi e nemmeno nelle modalità. Ha dimostrato al mondo un assunto fondamentale: con l'isolamento e la cautela il virus si può combattere e l'emergenza sanitaria può essere riportata sui giusti binari. Sacrificarsi oggi significa stare bene domani e rispettare le regole è necessità incontrovertibile per tutti noi. Ad essere sbagliate sono state, sin dal principio, le modalità con cui queste restrizioni sono state applicate sul suolo cinese, restrizioni che mal si adattano ad una democrazia parlamentare come la nostra, dove le libertà individuali dovrebbero essere sempre al primo posto e mai represse.

Viviamo in una situazione d'emergenza e siamo costretti a fare delle rinunce, ma si tratta comunque di condizioni eccezionali per loro natura e quindi temporanee. Il modello Wuhan, così come è stato applicato in Cina difficilmente potrebbe funzionare nel nostro Paese, proprio perché farebbe venir meno molti dei principi base su cui da sempre si è fondata la nostra Repubblica.
Per questo, seppur con tutti i problemi che vediamo in questi giorni, adattare le regole imposte dalla Cina al contesto italiano è stata la scelta più giusta. Il resto sta a noi, al nostro senso civico, al rispetto per la comunità in cui viviamo. Il pugno duro di uno stato non dovrebbe mai superare certi limiti ma anche noi abbiamo il dovere di rispettare ciò che ci viene detto, di comprendere la gravità e la straordinarietà della situazione. Solo così riusciremo a tornare quanto prima alla normalità.