Coronavirus: la scuola si sposta su Internet, ma chi è veramente preparato?

Considerazioni sullo stato attuale del mondo scolastico italiano, sulla base di quanto abbiamo visto in questi giorni e di quanto emerge dai dati.

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In questi giorni siamo tutti chiusi in casa, ma le scuole e le università devono andare avanti. Andando oltre alle sessioni di laurea, che in un modo o nell'altro si stanno svolgendo online, i problemi più grandi causati da questa situazione riguardano gli studenti delle scuole elementari, medie e superiori. Stiamo infatti parlando di ragazzi che hanno un'età compresa tra 6 e 19 anni. Soprattutto i più piccoli hanno bisogno di un aiuto per capire come svolgere le attività didattiche da casa, visto che potrebbero non aver mai acceso un computer.
Tuttavia, questa situazione si trascina tutta una serie di altri problemi che affliggono da parecchio tempo il nostro Paese, dalla scarsa alfabetizzazione digitale alla mancanza di tempo dei genitori (alcuni in questi giorni stanno continuando a lavorare). Insomma, oggi più che mai si sta notando un problema di fondo importante per il mondo scolastico: la scarsa considerazione degli strumenti tecnologici.

Le lezioni online e le difficoltà di studenti e docenti

Nonostante l'e-learning venga utilizzato ormai da parecchi anni (soprattutto in ambito universitario), la scuola italiana non era preparata a gestire questo metodo di insegnamento. Parlando di situazioni che abbiamo visto con i nostri occhi nelle ultime settimane e soffermandoci solamente sulle più significative, ci sono docenti che stanno tenendo videolezioni su YouTube in modo pubblico, con gli studenti che interagiscono solamente tramite nickname, alcuni che non sono nemmeno riusciti a registrarsi a uno dei servizi di e-learning resi gratuiti in questi giorni e altri che si sono rassegnati e stanno semplicemente assegnando dei compiti per casa, come se questo sostituisse le lezioni.

Di conseguenza, come possono aver formato i ragazzi all'utilizzo di queste piattaforme? Potremmo star qui a discutere di età anagrafica, difficoltà nel passare a un nuovo metodo di insegnamento, connessioni a Internet non esattamente performanti ed efficacia dei vari metodi per fare lezione, ma la realtà è che c'è ancora molta strada da fare in campo e-learning.

Non fraintendeteci, i problemi sono anche dal lato delle famiglie: in molti non hanno nemmeno un PC o un tablet in casa, mentre alcuni ragazzi sanno usare lo smartphone, ma solo per compiti basilari. Stando a quanto riportato da Repubblica, se prendiamo le famiglie con almeno un minore, 3 su 4 non hanno un computer fisso, solo 1 su 2 possiede un portatile e 1 su 3 ha un tablet.

Questo sembra aver causato una sorta di "condivisione" degli strumenti elettronici, in quelle famiglie in cui ci sono più studenti. Prima fa i compiti il fratello minore e poi quello maggiore. Ma se entrambi dovessero iniziare a dover seguire le lezioni alla stessa ora? Insomma, il problema coinvolge tutti, dai docenti alle famiglie.

Se i nostri esempi non vi bastano, i dati confermano la situazione. Secondo una recente indagine dell'Osservatorio Scuola a Distanza di Skuola.net, effettuata su un campione di oltre 30.000 studenti di scuole secondarie e oltre 2000 genitori, 9 studenti su 10 stanno sfruttando lo "smart learning".
Fin qui sembra tutto nella norma, ma il problema risiede nei modi in cui le attività didattiche vengono svolte. Infatti, al Nord il 58% degli studenti sta utilizzando strumenti di e-learning "avanzati" (es. G Suite), mentre nel Mezzogiorno il 47% degli studenti sta semplicemente sfruttando il registro elettronico.
Sì, avete capito bene: è facile parlare di "smart learning", ma molte volte quest'ultimo di "smart" ha ben poco, da Nord a Sud della penisola.

Questo senza contare che esclusivamente un ragazzo su quattro ha sperimentato interrogazioni o compiti in classe da remoto. Inoltre, per quanto riguarda gli studenti delle scuole medie, solamente il 77% afferma di star svolgendo attività didattiche. Se vi state invece chiedendo quanti studenti stanno effettivamente seguendo delle "vere" lezioni online, parliamo del 51% al Nord (dato che scende se prendiamo in considerazione le scuole medie) e del 23% al Sud. Da non sottovalutare, inoltre, che un ragazzo su 10 non sta seguendo in alcun modo le attività didattiche, nemmeno quelle legate al registro elettronico.

Ma gli studenti che ne pensano? Sempre stando alla succitata indagine, il 35% dei ragazzi che bocciano questo metodo afferma di non riuscire a rimanere concentrati, il 24% di non capire a fondo le spiegazioni e il 19% dichiara che potrebbero esserci dei problemi nella valutazione.
Anche i docenti non sono contenti della situazione: persino alcuni tra i più "tecnologici" sono concordi nell'affermare che servirebbe un "potenziamento" delle competenze digitali. Insomma, la situazione che emerge è tutt'altro che rosea e non fa altro che confermare le impressioni che abbiamo avuto in questi giorni.

Eppure, gli strumenti di e-learning esistono da molto tempo e ogni anno, in fiere come Didacta, molti docenti continuano a dimostrare la volontà di approcciarsi a questi metodi. Siamo però in un Paese in cui, solamente qualche mese fa, è stato realizzato un decreto per abolire i corsi universitari telematici di Psicologia, che in seguito è stato ritirato in seguito a proteste di studenti e docenti.
Quello che si chiedono in molti, a questo punto, è se la situazione attuale servirà quantomeno a far capire a insegnanti e famiglie l'importanza degli strumenti digitali. Speriamo inoltre che quanto sta avvenendo sia di esempio anche per i governi che verranno, perché anche i tagli alla scuola fatti nel corso del tempo hanno il loro, grande, peso nelle difficoltà che si stanno incontrano oggi.