Diritto alla riparabilità di smartphone e laptop: a che punto siamo?

Dopo lo storico avvio delle riparazioni fai-da-te per gli iPhone, vediamo quanto viene garantito il diritto alla riparabilità di smartphone e PC.

Diritto alla riparabilità di smartphone e laptop: a che punto siamo?
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Progressivamente, con il passare del tempo gli smartphone sono diventati meno riparabili che in passato, al punto che anche solo l'apertura del pannello posteriore di molti telefoni o la sostituzione dello schermo sono divenute procedure praticamente impossibili da condurre in casa e piuttosto difficili anche per i riparatori di professione, lasciando come unica soluzione quella di rivolgersi direttamente al produttore del proprio smartphone, pagando cifre piuttosto elevate in caso di danni accidentali o di device fuori garanzia. Tuttavia, grazie all'apertura di Apple alle riparazioni fai da te per gli iPhone, sembra che sia finalmente tornata al centro del dibattito pubblico la questione del diritto alla riparabilità per smartphone, tablet, laptop e tutti gli altri dispositivi elettronici di consumo. Vediamo, dunque, come si stanno muovendo i principali produttori per garantire le riparazioni dei propri device.

Apple Self Service Repair: un cambiamento a metà

Partiamo da Apple, se non altro perché senza la sua storica decisione in favore della riparabilità degli iPhone questo articolo non esisterebbe.

In realtà, la notizia dell'apertura di Cupertino alle riparazioni fai-da-te era nell'aria già da tempo, poiché già a novembre Apple annunciò che avrebbe fornito kit DIY e parti di ricambio per iPhone e per Mac. Si tratta di un'inversione di 360 gradi per il colosso diretto da Tim Cook, che negli anni era divenuto piuttosto noto per le sue politiche molto stringenti sull'apertura, lo smontaggio e le riparazioni dei propri prodotti, spesso definite eccessive anche dai rivenditori autorizzati. Da qualche giorno, e per ora solo limitatamente agli Stati Uniti, Apple ha dato il via alle riparazioni fornendo kit ufficiali e manualistica, in grado di permettere a chi li richiede di effettuare piccole riparazioni hardware, come la sostituzione del display o della batteria. Per i danni più gravi, ovviamente, l'unica strada percorribile rimane quella di rivolgersi direttamente alla casa madre.

L'iniziativa è stata accolta con favore da molti utenti e criticata da altri, mentre i professionisti hanno dimostrato di avere opinioni contrastati su Apple Self Service Repair. In particolare, benché l'intento di Apple sia nobile, la realizzazione del programma di riparazioni fai-da-te sembrerebbe decisamente meno riuscita del previsto.

Per iniziare, non sembra che sia possibile riparare i Macbook o gli iPhone con più anni sulle spalle, poiché il kit reso disponibile dall'azienda è limitato a iPhone 13, iPhone 12 e iPhone SE di terza generazione: insomma, niente riparazioni per i telefoni della Mela meno recenti, che però potrebbero essere quelli che necessitano più degli altri di un trattamento. La limitazione andrà a scemare con gli anni, man mano che nuovi iPhone si aggiungeranno al programma, ma per ora si tratta di un macigno che pesa sul diritto alla riparabilità dei device Apple.

Altro problema del servizio sono gli elevati costi di noleggio delle attrezzature, che possono essere infatti "affittate" per una settimana alla cifra di 49 dollari.

Il kit di riparazione è oggettivamente enorme, ma non vi è la possibilità di affittarlo a lungo termine o di comprarlo, a meno di essere disposti a una spesa di 50 dollari ogni settimana. In altre parole: riparazioni una tantum in casa sì, negozi professionali di riparazioni no. A ciò si aggiunge anche un'ulteriore limitazione, ovvero il blocco alle riparazioni degli iPhone rubati o smarriti, che può rivelarsi un'arma a doppio taglio: se da una parte lo scopo del blocco è ovviamente quello di fare da deterrente per i furti di iPhone, dall'altra vi è il rischio che alcuni proprietari di un iPhone comprato magari di seconda mano si vedano bloccata ogni riparazione al proprio dispositivo. Infine, le parti di ricambio non sono incluse nel kit di riparazione e vanno comprate a parte.

Un passo avanti, due passi indietro

Dopo il clamoroso annuncio di Apple, né Google né Samsung hanno voluto restare indietro rispetto alla concorrenza: per questo, le due aziende hanno annunciato dei programmi di riparazioni fai-da-te, che in entrambi i casi sono stati portati avanti insieme ad iFixit.

Partiamo da Samsung: l'azienda di Suwon ha annunciato un programma di riparazione degli smartphone Galaxy il primo aprile e ha spiegato che nella sua prima fase saranno pubblicate guide approfondite e gratuite di riparazione per i Galaxy S21, i Galaxy S20 e i Galaxy Tab S7. Mancano, dunque, all'appello sia i Samsung Galaxy S22, ovvero gli smartphone top di gamma del 2022, lanciati da Samsung lo scorso febbraio, sia i Samsung Galaxy di serie A, ovvero i telefoni di fascia media e bassa dell'azienda sudcoreana, spesso tralasciati dalla stampa di settore ma che, in termini numerici, fanno registrare molte più vendite dei fratelli maggiori. Inoltre, mancano anche i Galaxy Tab S8 e i laptop Samsung, per i quali non esistono ancora delle guideline di riparazione ben precise.

Come nel caso di Apple, anche nel programma di Samsung e iFixit gli utenti devono comprare le parti di cui necessitano, mentre Samsung non fornisce alcun kit di riparazione gratuito, limitandosi a delle linee guida generali, ovvero a una sorta di "manuale di istruzioni 2.0".

Fortunatamente, Samsung ha iniziato a vendere parti di ricambio per i suoi smartphone, semplificando le ricerche degli utenti. Un discorso simile vale per Google, che ha annunciato un programma di riparazioni per gli smartphone Pixel, sempre insieme ad iFixit. Il programma sembra questa volta più strutturato, perché comprende tutti gli smartphone da Pixel 2 in su, compresi anche i top di gamma della linea Pixel 6. Inoltre, iFixit ha iniziato a vendere dei "Fix Kit" per ciascuno smartphone del colosso di Big G, che cambiano a seconda delle parti da riparare e delle richieste degli utenti. Il tutto è corredato da una serie di guide approfondite per il fai-da-te, in modo da evitare ogni tipo di errore. Ancora meglio, il programma è attivo anche in Europa: se possedete uno smartphone Google Pixel, potete ritenervi molto fortunati.

La domanda, a questo punto, diventa un'altra: perché non creare smartphone facilmente riparabili in prima battuta? Sia Samsung che Google hanno, infatti, reso progressivamente sempre più difficile l'apertura dei propri device e la sostituzione delle loro componenti, impegnandosi solo tardivamente nelle riparazioni. Per esempio, la stessa iFixit ha definito "impossibili" le riparazioni per i Samsung Galaxy S22 nel suo teardown post-lancio degli smartphone. Lo sesso discorso vale per Google che, inspiegabilmente, impedisce di riparare la fotocamera di Pixel 6.

Anche Apple non è esente dallo stesso problema: anzi, ha fatto molto scalpore la scoperta che il Face ID di iPhone 13 viene disabilitato da qualsiasi riparazione fai-da-te del display a causa di un blocco software imposto da Cupertino e che può essere bypassato solo in-house, affidandosi cioè alla stessa azienda produttrice. Fortunatamente, viste le numerose critiche degli utenti, Apple è tornata sui suoi passi poco dopo il lancio di iPhone 13, inibendo il blocco software con un aggiornamento di iOS.

Modello francese, legislazione europea

Se il settore degli smartphone presenta alti e bassi, quello dei laptop non è da meno. Per esempio, Microsoft ha aperto alle riparazioni con un report commissionato ad un'agenzia indipendente e pubblicato la scorsa settimana, nel quale spiega che le riparazioni fai-da-te riducono emissioni inquinanti e scarti di materiali preziosi in percentuali comprese tra l'80% e il 90% rispetto alla semplice sostituzione presso il produttore.

Un ottimo primo passo, che porterebbe a pensare che l'azienda di Redmond abbia dei piani per la riparabilità DIY dei propri laptop: in realtà, invece, non esistono programmi per i portatili Surface in tal senso. Al contrario, Microsoft si è limitata a dimostrare che Microsoft Surface SE è riparabile con un teardown video prodotto internamente, tacendo invece sulle condizioni dei suoi altri dispositivi di fascia più alta. Tuttavia, che Surface SE fosse facilmente riparabile lo si sapeva fin dal lancio del portatile, quando la compagnia ha spiegato che si trattava di un dispositivo pensato per i più giovani, che potrebbero sottoporlo ad uno stress fisico eccessivo, con conseguente rottura di alcune sue parti.

Per il resto, però, Microsoft sarebbe tra le aziende più indietro in termini di diritto alla riparabilità dei propri laptop, secondo una ricerca del Public Interest Research Group.

L'analisi, infatti, spiega che Apple, Google e Microsoft "falliscono" nel garantire il diritto alla riparabilità dei propri dispositivi (smartphone, tablet, laptop, convertibili e Chromebook) molto più di produttori come Dell, ASUS e Lenovo. Secondo il PIRG, inoltre, le tre multinazionali farebbero persino del "lobbismo" contro i riparatori terzi e il fai-da-te, imponendo il ricorso diretto al produttore per qualsiasi problema riscontrato nel proprio device. Resta, dunque, da capire quale sia la via migliore per garantire la riparabilità dell'elettronica di consumo, una volta appurato che gli sforzi delle aziende, per quanto lodevoli, non sono sempre sufficienti.

Una soluzione potrebbe essere quella di guardare al caso della Francia, che ha imposto a tutte le aziende che operano nel Paese di stilare un tasso di riparabilità di ogni device in commercio e di renderlo pubblicamente visibile ai propri potenziali clienti. Apple ha già seguito le linee guida dell'Eliseo a riguardo, fornendo i punteggi di tutti gli iPhone e i Macbook più recenti, mentre Microsoft ha pubblicato in italiano una pagina di supporto con l'"indice di riparabilità per la Francia" per i dispositivi della linea Surface.

Si tratta di un primo passo ma oltre a informare gli utenti, le aziende dovrebbero focalizzarsi anche su prodotti pensati per essere facilmente riparabili. In tal senso, l'unico modo per incanalare gli sforzi dell'industria potrebbe essere una legislazione europea o internazionale di riferimento, come già avvenuto con la standardizzazione del cavo USB-C come caricabatterie unico, su cui l'Unione Europea è al lavoro ormai da qualche anno.