Joe Biden e tecnologia: dalla Net Neutrality alla Cina, cosa cambierà?

Joe Biden è il nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America, ma cosa significa questo per l'industria e il mercato internazionale della tecnologia?

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Joseph Robinette Biden Jr ha vinto le elezioni presidenziali 2020 negli Stati Uniti d'America: dopo diversi giorni di attesa, e con un vantaggio tutt'altro che abissale, l'ex vicepresidente di Barack Obama ha ribaltato il risultato e verrà ufficialmente proclamato il 46° Presidente degli Stati Uniti nel gennaio 2021.
Ma cosa significa tutto questo per l'industria tech? Quali saranno le linee che "Zio Joe" adotterà a partire dal prossimo anno nei confronti delle grandi aziende e, specialmente, della potenza cinese?

I piani nazionali: da antitrust a Net Neutrality

In primis, ovviamente, bisogna considerare tutti i problemi nazionali a partire dalle leggi antitrust, da riformare per frenare le più grandi aziende tecnologiche, ovvero le cosiddette GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) che già da agosto 2020 sono sotto la pressione continua del Congresso degli Stati Uniti e del Dipartimento di Giustizia.
L'attacco frontale nei loro confronti è continuato di recente con la causa antitrust ai danni di Google, avviata per monopolizzazione illegale della ricerca e dei mercati pubblicitari da parte del gigante di Mountain View, e molto probabilmente continuerà sotto l'amministrazione Biden e con il Congresso a prevalenza Dem, anche se non è chiaro come questi intendano procedere: la Sen. Elizabeth Warren ha spinto per lo smantellamento delle aziende Big Tech nella sua campagna per la nomination democratica alla presidenza, ma Biden si è già espresso "frenando" questa volontà di disfare l'industria tecnologica nazionale.

I problemi continuano con la famosa Sezione 230, una vecchia legge statunitense approvata all'interno del Communications Decency Act nel 1996 e che mette al riparo i social network dai contenuti pubblicati dagli utenti iscritti alle piattaforme. Il testo, definito da molti esperti del mondo tech come "le 26 parole che hanno creato Internet", è il seguente: "Nessun fornitore e nessun utilizzatore di servizi Internet può essere considerato responsabile, come editore o autore, di una qualsiasi informazione fornita da terzi". Curiosamente, sul destino di questo testo sia Democratici che Repubblicani sono d'accordo: la Sezione 230 va revocata. Trump lo ha dichiarato via Twitter, come da sua consuetudine, per criticare l'operato delle piattaforme nei confronti delle sue dichiarazioni e di quelle dei colleghi Repubblicani, mentre Biden al New York Times ha spiegato che tale sezione "sta propagando falsità che sanno essere false, e dovremmo stabilire degli standard non diversamente da come stanno facendo gli europei in materia di privacy".
La Federal Communications Commission guidata da Ajit Pai e a prevalenza Rep sta però valutando la possibilità di modificare la 230 per penalizzare le aziende, idea che potrebbe venire scartata dall'amministrazione Biden a favore di richieste al Congresso e di una legge che sostituisca tale Sezione.

Giungiamo ora al famoso dilemma sulla Net Neutrality, principio fondamentale della rete per cui si vieta agli Internet Service Provider di discriminare arbitrariamente gli utilizzi della rete, scegliendo alcuni contenuti a cui dare priorità, penalizzandone degli altri; o detto più semplicemente, dare maggiore velocità di accesso a YouTube e altri siti "opportuni" piuttosto che a Torrent e altri servizi giudicati negativamente. Nell'era Trump la FCC si è pronunciata in materia con l'intento di smantellarla, ma sotto l'amministrazione Biden potrebbe tornare in auge: non sono soltanto i colleghi Bernie Sanders ed Elizabeth Warren a sostenere fortemente questo principio, ma anche lo stesso Biden intende proteggerlo a ogni costo; sarà interessante vedere come intenderà intervenire sulla questione.

Ultimo punto, ma non meno importante, riguarda l'accesso alla banda larga per le comunità rurali che ancora non possono sfruttarla: durante la campagna elettorale, Biden ha puntato molto sulla ricostruzione della classe media investendo diversi miliardi di dollari per collaborare con i servizi municipali e portare la fibra ottica in tutta l'America rurale. Lo stesso Biden, specialmente in seguito agli effetti della pandemia COVID-19 sulla popolazione, ha dichiarato: "La banda larga ad alta velocità è essenziale nell'economia del 21° secolo. In un momento in cui così tanti posti di lavoro e attività commerciali potevano essere localizzati ovunque, l'accesso a Internet ad alta velocità dovrebbe essere un grande equalizzatore economico per l'America rurale, non un altro svantaggio economico".
Il "digital divide" è stato considerato anche dall'amministrazione Trump con il programma Rural Digital Opportunity, ma ci si può aspettare una campagna molto più accesa da parte dei Democratici.

I legami di Kamala Harris

In tutto questo va sottolineato un fattore non tanto noto oltreoceano: la vicepresidente Kamala Harris ha dei legami piuttosto stretti con la Silicon Valley e con i big del mondo tech, specialmente con Facebook, Google e Uber. David Balto, in passato avvocato in materia antitrust per il Dipartimento di Giustizia, ha detto alla stampa che lei "ha una conoscenza esperta del tipo di equilibrio che deve essere tracciato nella tecnologia" e questo potrebbe giovare moltissimo a entrambe le parti: gli utenti e le aziende.
Deve essere chiaro, infatti, che un legame così stretto (circa vent'anni di lavoro nell'area di San Francisco per le società tech) non significa per forza lavorare a vantaggio di GAFA e altri colossi specifici in base agli interessi economici.

La stessa Harris al New York Times si è espressa dicendo che le compagnie tech dovranno essere regolate maggiormente e che la priorità sarà assicurarsi che la privacy degli utenti sia intatta e che i consumatori abbiano il pieno potere di decidere cosa succede alle loro informazioni personali in rete.
Ciò che le aziende apprezzano di questa sua politica è che la sua linea non è così severa come la media dei Democratici, ma nemmeno così ostile come i Repubblicani populisti. Tale rapporto così positivo si nota benissimo nelle donazioni effettuate dalle società per sostenere la campagna elettorale Biden-Harris: i dipendenti delle GAFA, infatti, avrebbero donato circa 1.5 milioni di dollari nell'ultimo mese a favore del duo Dem candidato alla presidenza. Sarà decisamente interessante vedere cosa questa elezione significherà nel 2021 per i Big Tech, dato che ci sarebbero tutte le basi per inaugurare una collaborazione mai vista prima.

I piani internazionali: USA vs Cina

Quello che forse interesserà molti lettori, invece, riguarda la guerra tecnologica tra USA e Cina. Già ne avevamo parlato nell'articolo dedicato, concludendolo proprio con un punto di domanda in attesa delle elezioni presidenziali di questi giorni; mentre l'amministrazione Trump ha deciso di agire duramente danneggiando imprese e consumatori cinesi ma anche americani, giudizio condiviso anche dallo stesso Joe Biden, durante la sua campagna elettorale il candidato Dem non ha lasciato trapelare molto riguardo la sua vera posizione.

Analisti di Wall Street e agenzie di stampa statunitensi ritengono probabile una posizione leggermente più morbida da parte della prossima amministrazione Biden, ideale per evitare il rischio per le società tecnologiche americane di perdere clienti nel mercato cinese: soltanto Apple, per esempio, fa affidamento alla Cina per circa il 15% delle vendite e, alla luce del ban di WeChat, il 95% degli utenti cinesi si era detto pronto ad abbandonare iPhone.
Essendo la Cina il vero partner delle aziende high tech americane per la produzione e l'assemblaggio dei prodotti venduti sul mercato mondiale, l'obiettivo futuro probabilmente sarà quello di far ricrescere i flussi di investimenti e diminuire i costi di gestione degli affari, evitando una guerra commerciale così dirompente per puntare sì a una politica "Made in America" che prevede nuove regole per gestire gli scambi con il Dragone e il resto del mercato asiatico, ma non così aspra come quella promossa e attuata da Donald J. Trump.

Un silenzio da mille dubbi

La verità, però, è che non si sa ancora niente di concreto: lo stesso Joe Biden non ha lasciato trapelare molto nelle sue ultime dichiarazioni, dato che il focus iniziale sarà - come ha comunicato anche nel suo discorso tenutosi nella notte tra 7 e 8 novembre - muoversi per far fronte all'epidemia di COVID-19 e migliorare la condizione sociale ed economica degli americani che lo hanno sostenuto, dai giovani alle comunità di asiatici, nativi americani, latinoamericani, afroamericani e non solo.
Le riforme sono numerose e richiederanno parecchio tempo prima di essere attuate: la futura amministrazione Biden dovrà lavorare duramente anche e soprattutto in materia sanitaria e ambientale, dove Donald Trump ha mostrato di volere evitare ogni collisione con le altre potenze. Il mondo della tecnologia non è una priorità per il nuovo presidente degli Stati Uniti e il suo silenzio, alla fine, fa solo sorgere diversi dubbi.