Estate a rischio: aumentano voli cancellati e ritardi, che succede?

Il settore dell'aviazione sembra impreparato all'estate: tra voli cancellati, ritardi e scioperi, andare in vacanza potrebbe diventare un'impresa.

Estate a rischio: aumentano voli cancellati e ritardi, che succede?
Articolo a cura di

Il mondo sembra essersi lasciato alle spalle l'emergenza pandemica da Coronavirus: sempre più persone, approfittando della stagione estiva 2022, hanno ripreso a viaggiare all'estero in aereo. La ripartenza dei viaggi nazionali e internazionali, oltre a far tirare una boccata d'aria al settore del turismo, ha però portato con sé un effetto indesiderato che potrebbe rovinare le vacanze a milioni di persone in tutto il mondo, Italia compresa. A partire dalle scorse settimane, infatti, le code negli aeroporti sono diventate chilometriche e sono state accompagnate da proteste del personale di terra e di bordo degli aerei. Cerchiamo di capire cosa non abbia funzionato nella ripresa post-pandemica dei viaggi in aereo e quale sia lo scenario futuro.

Un brusco risveglio

Stando ai dati riportati da diverse fonti, come il New York Times, tra giugno e luglio i voli aerei sarebbero tornati, per numero e quantità di passeggeri su ciascuno, ai livelli pre-Coronavirus dell'estate 2019.

Più nello specifico, il numero di persone che hanno transitato negli aeroporti americani nel mese di giugno è stato il più alto da febbraio 2020, appena prima dei lockdown globali legati alla prima ondata di Covid-19, mentre il totale dei controlli di sicurezza è stato solamente dell'8% inferiore ai dati di giugno 2019, testimoniando che il settore turistico è tornato ai livelli pre-pandemici o quasi. Al contempo, il portale Skift spiega che le cancellazioni e i ritardi dei voli sono aumentati notevolmente: circa il 15% dei voli dei mesi di luglio e agosto è stato cancellato o posticipato nei soli Stati Uniti, con dei dati del tutto simili anche in Europa e nel resto del mondo. Di norma, il tasso di cancellazioni dei voli aerei è inferiore all'1%, mentre quello dei ritardi non arriva al 7%.

A livello macroscopico, dunque, a causare i disservizi negli aeroporti sono le cancellazioni e i ritardi dei voli. A causare questi ultimi, però, è un insieme più profondo di concause. Sicuramente, da una parte, vi è l'intersezione tra le misure anti-covid vigenti e l'alto numero di passeggeri negli aeroporti.

Ci spieghiamo meglio: date le numerose precauzioni e i controlli aggiuntivi contro il Coronavirus richiesti per recarsi in molti Paesi (per alcuni dei quali è ancora necessario un tampone negativo), i tempi dei controlli sui singoli passeggeri si sono allungati a dismisura negli ultimi due anni. Durante la pandemia, visto il ridotto numero di viaggiatori, l'allungamento dei controlli non è stato un problema; ora che i volumi di passeggeri sembrano essere tornati alla normalità, invece, i nodi stanno iniziando a venire al pettine. Ovviamente, poi, alcuni aeroporti si sono fatti cogliere impreparati, o semplicemente non hanno mai avuto l'organico necessario a garantire una corretta gestione dei check di sicurezza, causando code infinite: a tal riguardo, vi invitiamo a controllare il portale FlightStats, che contiene dati sui ritardi in tempo reale degli aeroporti di tutto il mondo, oppure a leggere del caso dell'aeroporto di Schiphol, ad Amsterdam, dove le code per i controlli hanno iniziato a somigliare a quelle in cui molti italiani si imbattono nel weekend tornando dalle gite fuori porta.

Carenze di personale e scioperti

Pensiamo però al caso migliore possibile: il vostro aereo non è stato cancellato di punto in bianco prima della partenza e il vostro aeroporto si è attrezzato a dovere in vista della ripresa del turismo. La logica dice che il vostro volo non avrà alcun intoppo, ma purtroppo le cose non stanno proprio così. Aeroporti e linee aeree, per sopravvivere ad un biennio di fatturato ridotto all'osso, hanno dovuto fare economia, ovvero licenziare i propri dipendenti, proporre prepensionamenti, ridurre gli orari lavorativi, tagliare gli stipendi e i giorni di ferie dei lavoratori.

Comprensibilmente, questa mossa ha causato il malcontento degli operatori di terra e di aria, a partire dai controllori fino agli addetti al trasporto dei bagagli, passando per hostess e piloti. Negli Stati Uniti, dove le compagnie aeree hanno licenziato ben 84.000 dipendenti solo nel 2020, i problemi riguardano perlopiù le linee aeree stesse, che non hanno abbastanza hostess e piloti e che non possono assumerne in blocco rapidamente: per entrambe le professioni, infatti, i tempi di training sono molto lunghi. D'altro canto, è impossibile pensare di assumere un pilota disoccupato, per quanto esperto possa essere, e posizionarlo alla guida di un aereo per passeggeri nel giro di pochi giorni.

In Europa, invece, le cose stanno diversamente: le linee aeree, probabilmente più previdenti delle colleghe del Nuovo Mondo, non hanno infatti licenziato in massa i propri dipendenti. Anzi, nel Vecchio Continente, sono le stesse compagnie aeree a puntare il dito contro gli aeroporti e il loro staff.

In effetti, in Europa sono proprio gli aeroporti ad aver fatto economia, spingendo la gestione del personale di terra al limite: guardie di sicurezza in numero minimo, operatori dei Gate di terra ridotti all'osso e personale tecnico col contagocce hanno di fatto imposto tempi più lunghi per partenze e arrivi, riducendo gli slot per i voli in entrata e in uscita dagli aeroporti. Pensiamola così: se il personale di terra è dimezzato, allora saranno dimezzati anche la capacità di imbarco di passeggeri e bagagli, il numero di controlli sugli aerei in atterraggio e in decollo, oppure più semplicemente le pulizie degli aeroporti e il servizio clienti. In altre parole, anche i voli dovranno essere dimezzati. Laddove le compagnie aeree hanno preso atto delle riduzioni degli organici, si sono verificate le cancellazioni preventive dei voli in partenza; al contrario, dove gli operatori dei voli hanno sottodimensionato il problema, sono nati i ritardi e le code chilometriche.

A peggiorare le cose vi sono poi gli scioperi del personale degli aeroporti e delle linee aeree. Gli operatori, che si sono trovati di punto in bianco a lavorare di più per coprire i colleghi disoccupati e per giunta senza alcun incentivo salariale (nonostante l'inflazione in aumento), hanno iniziato a scioperare richiedendo un trattamento migliore e la reintegrazione dei lavoratori licenziati dalle rispettive compagnie.

In alcuni casi, invece, gli scioperi sono nati in relazione a timori legati al Covid: gli aeroporti ripopolati, specie nel mezzo di una nuova ondata di Coronavirus, sono divenuti luoghi perfetti per la trasmissione del virus, spingendo i lavoratori a chiedere più sicurezza in campo sanitario. Intanto, per gli aeroporti è diventato anche più complesso trovare personale di terra: quest'ultimo, che non richiede un apprendistato particolarmente lungo, è ormai introvabile per via dei salari poco appetibili, delle condizioni lavorative difficili e della generale carenza di manodopera "non specializzata" in alcuni mercati, come quello europeo e quello americano. Insomma, una tempesta perfetta, e il settore dell'aviazione sembra esserci entrato in pieno con un Boeing 737.

Un futuro tutt'altro che roseo

Quando si risolveranno i problemi? Non è dato saperlo: il CEO e Presidente di Lufthansa, Carsten Spohr, ha ammesso al Corriere della Sera che "le cose non andranno meglio nel prossimo futuro. Il peggio deve ancora arrivare".

I dati europei parlano da soli: 11.000 voli cancellati a giugno, altri 41.000 in via di cancellazione a luglio, agosto e settembre. In totale si stima che saranno colpiti dai problemi aerei dell'estate ben sette milioni di viaggiatori. Fortunatamente, spiega Wired, gli aeroporti italiani sono tra i meno colpiti al mondo dalle cancellazioni e dai ritardi, ma si tratta di una magra consolazione: a meno che non stiate valutando di viaggiare su tratte interne, infatti, le probabilità che dovrete barcamenarvi tra code chilometriche e imprevisti dell'ultimo minuto almeno sul volo di ritorno dalle vacanze sono alte. Accanto al già citato Schiphol, infatti, i ritardi hanno colpito gli aeroporti di Londra, Bruxelles, Parigi, Amburgo e Monaco, oltre che le principali destinazioni dei vacanzieri in Spagna e Portogallo. In Nord America la situazione sembra leggermente più fluida ma comunque difficile da sostenere. Ad eccezione dell'aeroporto di Toronto, la cui condizione è stata definita tra le peggiori al mondo, ogni ingresso in un aeroporto equivale a una partita di poker: se siete fortunati arriverete a destinazione in tempo, altrimenti dovrete prepararvi a lunghissime code prima di salire su un aereo, oppure a trascorrere una notte in più nel luogo in cui vi trovate.

Le previsioni più ottimistiche su un (vero) ritorno alla normalità per il turismo parlano di almeno sei mesi perché la carenza di personale si risolva. Tuttavia, dai regolatori e dagli esperti arrivano delle dichiarazioni molto meno speranzose: la rappresentante del consorzio degli aeroporti europei presso l'Airports Council International, Virginia Lee, per esempio, ha spiegato che quello che stiamo vivendo è un "problema endemico del settore dell'aviazione" e che in quanto tale la sua soluzione è difficile e richiederà ingente lavoro da parte delle compagnie aeree e degli aeroporti.

Al più la situazione potrebbe presto stabilizzarsi, nel senso che le grandi compagnie aeree riusciranno a capire quale sia la reale capienza degli aeroporti di tutto il mondo e rivedranno al ribasso il numero di voli in accordo con le stime. In altre parole, non rischierete più di arrivare in aeroporto per attendere il vostro aereo per ore ed ore: molto più semplicemente, verrete avvisati della sua cancellazione direttamente a casa.

Ovviamente, poi, le ripercussioni dei problemi aeroportuali dovrebbero portare a un rapido aumento dei prezzi dei biglietti aerei, il cui costo dovrebbe crescere in maniera inversamente proporzionale al calo numerico degli aerei in circolazione: minore è l'offerta di posti, più il prezzo per ciascuno si alza.

Al momento abbiamo dei dati relativi agli Stati Uniti, i quali ci indicano che il prezzo medio di un biglietto aereo per il mese di luglio si è alzato del 34% rispetto al 2021 e del 20% rispetto al 2019. I dati europei sono difficilmente comparabili, vista anche l'esistenza di compagnie low-cost come Ryanair e EasyJet, ma i presupposti per un aumento del prezzo dei biglietti anche nel Vecchio Continente sembrano esserci tutti. A salvarsi, semmai, potrebbe essere proprio Ryanair, poiché secondo Rai News, il suo personale non ha indetto altri scioperi dopo il 1° luglio, perciò, almeno lato linea aerea, la situazione potrebbe presto migliorare. Certo, vi è anche da dire che la compagnia irlandese ha apertamente criticato tutte le manifestazioni degli operatori di aria e di terra, causando un certo malcontento nei propri stessi impiegati, che potrebbero tornare nuovamente a scioperare. Invece, le cose sembrano andare decisamente peggio per EasyJet, i cui dipendenti hanno programmato scioperi per il 2, 3, 15, 16, 17, 29, 30 e 31 luglio, in concomitanza con i weekend più "caldi" di questo mese.