Huawei vs USA: una guerra fredda per il dominio delle telecomunicazioni

Le agenzie di intelligence americane mettono in guardia gli alleati: attenzione ad usare strumentazione Huawei.

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Che fra Cina e Stati Uniti non corra buon sangue non è certo una novità. Si tratta di due fra i paesi più potenti e influenti del mondo, nei cui portafogli risiede una parte non indifferente della bilancia commerciale globale, e che in particolar modo dall'ascesa al potere del Presidente USA Donald Trump hanno iniziato a duellare in una vera e propria guerra commerciale.
Una guerra le cui battaglie non sono solo combattute a suon di dazi e tariffe, ma anche attraverso l'esercitazione della propria influenza sugli alleati. Stando ad un recente report del Wall Street Journal, infatti, pare che l'amministrazione Trump abbia contattato vari funzionari governativi e dirigenti delle compagnie di telecomunicazioni in paesi come la Germania, il Giappone e anche l'Italia, per mettere questi in guardia da Huawei.
La preoccupazione degli USA risiede nella paura che le diffusissime strumentazioni del colosso cinese - che vanno ben oltre gli smartphone e i computer venduti a milioni di consumatori sul mercato - possano essere manomesse al fine di essere monitorate dal governo cinese, o dal Partito Comunista a cui esso fa capo.

La relazione fra governo e aziende in Cina

Dal canto suo, Huawei ha tentato a più riprese di affermare che le sue operazioni commerciali sono gestite in modo del tutto indipendente dal governo, ma le principali agenzie di intelligence americane quali CIA, FBI ed NSA hanno tutte insistito sull'urgenza di bandire i dispositivi della azienda cinese, e il senatore dell'Arkansas Tom Cotton si è addirittura spinto nel dire che Huawei è "a tutti gli effetti un braccio del governo della Cina".
Non è del resto un mistero che Ren Zhengfei, il CEO e fondatore di Huawei, abbia lavorato come ingegnere per l'esercito, ed è notizia dei giorni scorsi che la figlia di Zhengfei - e chief financial officer di Huawei - Meng Wanzhou è stata arrestata dalle autorità canadesi a Vancouver su ordine del governo statunitense, sulla base di supposte violazioni di sanzioni contro l'Iran.

I rapporti fra il monolitico (e monocolore) governo cinese e le grandi imprese non sono neanch'essi, del resto, una notizia. Proprio nelle scorse settimane i media locali hanno diffuso una rivelazione su Jack Ma, capo del colosso di e-commerce Alibaba, il quale avrebbe legami molto stretti con il Partito. E non sarebbe neanche in cattiva compagnia, dacché il report del People's Daily cita anche personaggi ai vertici di grandi società come Baidu e Tencent.

Cybersicurezza, spionaggio, e il "Big Hack" di Bloomberg

Il terrore dello spionaggio informatico, negli ultimi tempi, è arrivato ad un culmine, e i suoi risvolti sono ancora tutti da definire, in un periodo tendenzialmente turbolento per la geopolitica tutta. Poco oltre due mesi fa, infatti, il settimanale Bloomberg Businessweek ha lanciato una bomba nel mondo dell'IT e della cybersecurity con il suo reportage "The Big Hack".
Dopo oltre un anno di investigazioni e 17 fonti indipendentemente confermate dalla testata, il controverso articolo ha affermato che il braccio militare del governo cinese, l'Esercito Popolare di Liberazione, sarebbe riuscito a far compromettere alcune schede madri costruite da un subcontractor cinese di Supermicro, un'azienda californiana che vede nel suo portfolio di clienti giganti del calibro di Amazon e Apple.
Tracciando il complesso percorso di manomissione, Bloomberg sarebbe arrivata alla conclusione che alcuni degli acquirenti finali - fra cui i suddetti Amazon ed Apple, oltreché lo stesso governo USA - sarebbero stati spiati dall'altra parte del Pacifico, tutto grazie ad un componente non più grande di un chicco di riso.

In una mossa rara per le aziende tech, i capi delle divisioni addette alla sicurezza informatica (e, nel caso di Apple, lo stesso CEO Tim Cook) hanno deciso di opporsi pubblicamente alle dichiarazioni contenute nel dossier di Bloomberg, giungendo addirittura a chiedere il ritiro dell'articolo, e generando una grande confusione nel mondo della cybersicurezza. A oggi, Bloomberg - una delle più grandi, rinomate e rispettate testate a livello globale - non ha ancora rettificato la sua storia, riaffermandone anzi la veridicità in altre occasioni. Chi ha ragione? Impossibile dirlo, resta il fatto che oggi la battaglia per l'industria tecnologica mondiale è più aperta che mai, e ha travalicato pubblicamente i confini delle aziende per entrare in quelli della politica.