Il dilemma della privacy: evitare i social o diventare digitali?

In un'era sempre più fondata sul digitale e sulla comunicazione tramite social network, vale davvero la pena pubblicare i propri dati personali online?

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Abbiamo già visto come i nostri dati personali sono diventati la nuova moneta dell'era digitale, comprendendo anche quanti e quali di essi interessano maggiormente alle aziende e come possono utilizzarli traendone profitto. Due domande, però, sono rimaste pressoché irrisolte: la nostra privacy viene tutelata? Ma soprattutto, vale davvero la pena "pubblicarsi" creando account che ci rappresentano in social network, forum e siti diversi?

La nostra "impronta digitale 2.0"

Riprendendo qualche nozione presentata nell'editoriale linkato sopra, tra le varie tipologie di dati parte dei cosiddetti "Big Data" ne esiste una che riguarda direttamente noi utenti: i dati human generated, ovvero tutti quei piccoli elementi che noi rendiamo pubblici una volta che ci iscriviamo a social network come Facebook, apriamo un blog come Wordpress, scriviamo una recensione di un ristorante su TripAdvisor o di un hotel su Booking, o ancora compriamo un bene su eBay o Amazon e vediamo una serie TV su Netflix.

Queste sono tutte piattaforme che ormai siamo spinti a usare almeno una volta al mese, se non addirittura quotidianamente, per lavoro, per viaggiare o anche semplicemente per divertirsi. Una volta che apriamo un account e iniziamo a usare tali servizi, a volte essi iniziano sin da subito a chiederci di condividere i nostri gusti e le nostre passioni per "mappare" la nostra persona e proporci contenuti adatti a noi: per esempio, Spotify chiede quali sono i tuoi generi musicali o artisti preferiti, per creare playlist ad hoc in un primo momento e poi consigliare altre canzoni su Discover Weekly, Release Radar e Daily Mix; Facebook invece chiede quali sono le pagine e i gruppi che possono interessarti, o addirittura di accedere alla rubrica dei contatti per capire chi ha il numero di telefono registrato sul social e invitarti a inviare una richiesta d'amicizia.

Una nuova normalità

Aggiungiamo altre dieci, venti piattaforme che offrono servizi diversi e chiedono gusti e passioni differenti, ed ecco che effettivamente abbiamo permesso al World Wide Web di conoscerci, o meglio abbiamo concesso alle aziende di tracciare i contorni della nostra identità digitale in base alle impronte che lasciamo quando ci iscriviamo: età, sesso, geolocalizzazione, foto in cui appariamo noi o la nostra famiglia, e così via.

Parlarne così sembra una distopia, eppure ormai è diventata una cosa normalissima: tutte le aziende che hanno messo piede nel settore digitale raccolgono i dati personali dell'utente tramite diversi algoritmi, e noi, per usufruire dei loro servizi o acquistare beni dal loro sito Web, acconsentendo ai famosi "Termini e Condizioni di utilizzo", permettiamo loro di tenere una certa quantità dei nostri dati che verranno trattati "nel pieno rispetto delle leggi applicabili e delle informative sul loro trattamento". Del resto, ogni singola piattaforma online deve adeguarsi alle norme in materia di privacy e trattamento dei dati personali: prendendo come esempio il social network più famoso e utilizzato al mondo, ovvero Facebook, esiste una pagina completamente dedicata alle policies dell'azienda.

Citando le prime frasi che si possono leggere, "Raccogliamo i contenuti, le comunicazioni e le altre informazioni che fornisci quando usi i nostri Prodotti, anche quando crei un account, crei o condividi contenuti e invii messaggi o comunichi con le altre persone. Può trattarsi di informazioni presenti nei contenuti forniti o relative a essi (come i metadati), quali la posizione di una foto o la data in cui è stato creato un file.
Ciò comprende anche gli elementi visualizzati attraverso le funzioni che offriamo (ad es. la nostra fotocamera), che ci consentono di effettuare azioni come suggerire maschere e filtri che potrebbero piacerti o fornirti consigli sull'uso della modalità ritratto. I nostri sistemi trattano automaticamente contenuti e comunicazioni che tu o altri fornite per analizzarne contesto e contenuti per le finalità descritte qui sotto"
, a cui segue una breve lista dei dati soggetti a protezioni speciali ai sensi delle norme UE, tra cui la GDPR.

Il vero problema è che alla maggior parte degli iscritti i temi legati alla privacy non sembrano interessare: uno studio di Deloitte condotto nel 2017 ha mostrato che su 2000 cittadini statunitensi il 91% acconsente a tali Termini e Condizioni di utilizzo senza nemmeno leggerli, con il picco del 97% nella fascia d'età 18-34.
Un altro test condotto tra 2016 e 2018 ha invece coinvolto 543 studenti a cui è stato chiesto di iscriversi a un social network completamente nuovo chiamato NameDrop, nel quale appariva nel paragrafo 2.3.1 dei TOS la richiesta di donare alla piattaforma il loro futuro figlio primogenito.
I risultati? Il 74% degli intervistati ha saltato la sezione Privacy Policy (circa 30 minuti di lettura alla velocità media di lettura degli adulti), mentre il 26% ha passato in media 73 secondi nella pagina dedicata; tutti i partecipanti hanno invece "letto" i TOS per circa 51 secondi di media. Infine, il 97% ha accettato la Privacy Policy e il 93% i TOS.

Quali sono i fattori che influenzano la scelta di non leggere la lunga lista di articoli e paragrafi dove si elencano le politiche per tutelare gli utenti? Secondo i ricercatori Jonathan A. Obar e Anne Oeldorf-Hirsch, ma anche altri docenti come Rainer Böhme della UC Berkeley e Stefan Köpsell della Dresden Technische Universität, a portare gli utenti a selezionare "Accetto" senza leggere nulla sarebbero il design del sito, l'approccio "click-to-agree" e la lunghezza dei TOS.

I tipi di privacy

Eppure, la privacy, specialmente dopo lo scandalo Cambridge Analytica, è diventato un concetto estremamente importante per i cittadini di tutto il mondo; la sua complessità, però, lo rende sempre meno accessibile all'utente medio. I policy makers hanno compreso nel corso degli anni che era necessario correre ai ripari con nuovi regolamenti aggiornati come la General Data Protection Regulation (GDPR) dell'Unione Europea, ma anche filosofi, sociologi e molti altri autori si sono soffermati sulla privacy, dividendola addirittura in otto tipologie diverse:

Identificatori tradizionali: ogni informazione base per identificare una persona, compresi dati demografici come nome, data di nascita, sesso, razza, indirizzo e altro.
Comportamenti e azioni: atteggiamenti assunti in spazi pubblici, semipubblici e privati, e abitudini nello shopping, transazioni monetarie, cronologia di ricerche in rete.
Pensieri e sentimenti: opinioni riguardo una vasta serie di argomenti, comprese quelle sulle aziende, note nel mondo marketing anche come psychographics.
Immagini: foto scattate da persone, apparecchiature di vario tipo, droni, satelliti e robot in spazi pubblici e privati
Dati biologici: caratteristiche fisiche come viso, colore dei capelli, corpo, voce, ma anche salute fisica e mentale
Comunicazione personale: chat tra cliente e azienda tramite e-mail, social media, telefono o messaggi, ma anche ricerche nel Web tramite i cookies
Geolocalizzazione: informazioni riguardo la posizione geografica di un individuo o di sue proprietà
Associazioni e gruppi: affiliazione o partecipazione alle attività di gruppi e sottogruppi, religiosi, politici, legati al mondo del lavoro o a hobby e passioni personali.

Uno studio recente di Deloitte ha analizzato il problema della privacy in maniera molto esaustiva studiando come i vari paesi si approcciano dal punto di vista legale alla protezione dei dati personali degli utenti, che però non sempre si allinea ai valori culturali e alle aspettative dei cittadini, in cerca di standard etici a loro completamente noti per evitare le cosiddette "zone grigie", ovvero la mancanza dei chiarimenti sull'utilizzo etico e responsabile di tali dati.

La percezione del cittadino medio

Per fare ciò, Deloitte ha condotto un sondaggio su 6000 individui provenienti da sei paesi differenti (Canada, Cile, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti): i risultati hanno rivelato che la maggior parte (circa l'80%) non presta attenzione a come le loro informazioni vengono raccolte e usate dai rispettivi governi o dalle aziende, poiché si limitano semplicemente a fidarsi di loro e di un utilizzo allineato alle loro aspettative etiche; l'86% dei partecipanti sarebbe pronto a rompere ogni legame con l'organizzazione se essa dovesse utilizzare i dati senza rispettare la loro etica. Nonostante ciò, il 53% ha affermato di non conoscere bene le norme in materia di privacy e il 20% non ne conosceva nemmeno una.

Ancora, se circa l'83% di essi ha dichiarato di acquistare beni e servizi online più volte durante l'anno, soltanto il 55% legge le Privacy Policies prima di concludere tali acquisti, mentre il 67% "in qualche modo" si fida delle condizioni elencate senza leggerle e il 24% si fida "completamente".
Ciò che colpisce però è la risposta alla domanda "Condivideresti dati online in cambio di qualcosa?", poiché nella maggior parte dei casi, su un totale di dieci casi diversi presentati dai ricercatori ai partecipanti al sondaggio, se si trattasse di condividere informazioni personali per il bene dell'umanità lo si farebbe subito: il 61% si è infatti detto disposto a rendere disponibile la loro anamnesi personale fisiologica per scoprire una cura a malattie potenzialmente mortali; oppure, il 64% ha affermato di non farsi problemi se la polizia dovesse sbloccare e accedere ai cellulari di sospetti criminali per questioni di sicurezza.

Tralasciando invece gli standard etici, il 57% si è detto favorevole alla condivisione con le aziende della loro cronologia di acquisti in cambio di sconti sui loro marchi preferiti; il 55% circa, invece, si è detto favorevole all'accesso alla loro cronologia in app come Spotify, Netflix e Hulu per ricevere suggerimenti su canzoni, film e serie TV da sentire e vedere.

I vantaggi...

Nell'era digitale odierna la quantità di dati diffusi online è sempre più in espansione e ciò può terrorizzarci, ma ci sono anche dei vantaggi. In primis, come detto sopra, il beneficio che noi utenti possiamo trarre immediatamente in seguito all'iscrizione a una piattaforma è la possibilità di accedere a sempre più contenuti consigliati dagli algoritmi.
Quando per esempio visualizziamo il feed di Instagram, il sistema ce lo riempie automaticamente con foto e video di content creator che non conosciamo, per farci scoprire sempre più realtà e farci stare meglio. Lo stesso accade con YouTube, Amazon Prime Video e tanti altri siti dove esiste la sezione "Consigliati per te" basata sulle nostre ricerche precedenti, sulle nostre playlist di video, film e serie TV salvate nell'account per la visione in un secondo momento.

Nel mondo dei social però si prospettano altri vantaggi: diverse aziende, infatti, specialmente per posti di lavoro specifici come i social media manager o esperti di marketing, cercano di definire l'identità del candidato in base a contenuti postati nelle piattaforme o anche a pagine e gruppi gestiti in passato, come se quest'ultima attività fosse parte del suo curriculum. Inoltre, LinkedIn è considerato uno dei social più utili per lavoratori e aziende: il 93% dei datori di lavoro ricerca e contatta i candidati direttamente tramite tale servizio, osservandolo come se fosse un Curriculum Vitae base.

E non mancano benefici potenziali, che però necessiterebbero di cambiamenti radicali nella società: in questa realtà fondata sui big data, infatti, esistono grandi responsabilità sia per i cittadini che per le aziende, ma ambo le parti - specialmente l'ultima - spesso non fanno le scelte giuste e non rispettano alcuni valori etici.
Per questo motivo, sullo stile della GDPR, potrebbe essere un'idea stilare tante nuove norme per creare infine una rete di sicurezza e proteggere i dati degli utenti e la loro privacy. Alcuni esempi li ha fatti nel 2016 un altro studio di Deloitte:

Rivedere e rinnovare le Privacy Policies attuali, dato che spesso includono affermazioni "neutre" o ritenute pressoché inutili o poco chiare, per far sì che gli utenti possano fidarsi davvero dell'organizzazione e comprendere tutte le implicazioni (costi e benefici, vantaggi e svantaggi) della diffusione dei dati personali online e dei permessi dati alle aziende per raccoglierli e trattarli.
Esplorare le nuove tecnologie per proteggere le informazioni sensibili, come nel caso della crittografia end-to-end.
Usare in maniera positiva i dati e le tecnologie emergenti, per garantire benefici sia agli utenti che alle aziende e istituzioni: i primi condividerebbero le loro informazioni per permettere alle compagnie di esplorare nuovi strumenti e possibilità, mentre le seconde dovrebbero aprirsi maggiormente ai primi spiegando loro i motivi e i benefici dell'utilizzo dei dati in un certo modo.

...e gli svantaggi

Pubblicarsi online, però, è diventato anche un terno al lotto per vari motivi: uno dei più sottovalutati lo abbiamo visto nella serie di sondaggi svolti dal sito Statista in materia di privacy, nello specifico uno studio condotto in Italia tra 8000 giovani tra i 13 e i 20 anni in cui vengono elencate le maggiori minacce della rete. Le più condivise sono il cyber-bullismo, la perdita di privacy, il diventare bersaglio di troll, minacce e molestie, stalking e sexting e altro ancora. Ecco che allora tra adolescenti e giovani adulti la preoccupazione maggiore non è come le aziende e le istituzioni usano i dati personali disponibili sui social, ma come altri cittadini (e non solo i coetanei) si approcciano alla rete.

Il possibile trend per cui con il calo dell'età media crescono le preoccupazioni per la propria privacy online allora può essere imputato alle altre persone più che alle multinazionali e ai gestori dei social, soprattutto tra i giovani. Se infatti i legislatori stanno continuamente mettendo sotto pressione i giganti del mondo tech con questioni riguardanti la tutela del cittadino digitale, il cittadino stesso può creare account (anche fake, se lo desidera) per dedicarsi ad attività che possono ledere la salute psicologica e anche fisica di un altro utente, come per esempio il bullismo online, molestie e troll.

Nonostante esistano moltissime campagne di sensibilizzazione in materia, purtroppo l'istinto umano rimane questo: sfruttare un servizio sempre disponibile e gratuito a proprio vantaggio, anche se questo viola i principi etici o le leggi stesse. Rispetto all'approccio fisico, "nella vita vera", quello online rischia di concludersi positivamente anche per il malintenzionato, specialmente se si tratta di attività come "trolling" (inviare messaggi provocatori, irritanti, senza senso con lo scopo di disturbare la comunicazione e far innervosire gli altri utenti) o "catfishing" (creare un account con falsa identità per raggirare altri utenti), dato che solitamente si conclude con la mancanza di segnalazioni da parte della vittima.
Infine, i dubbi sul trattamento dei dati personali da parte delle aziende sono certamente leciti, ma un rimedio semplice potrebbe essere dedicare del tempo a leggere buona parte se non gli interi documenti riguardanti i Termini e Condizioni dell'utilizzo di un determinato servizio; così facendo ogni cittadino potrà sapere cosa può fare una società con i dati da egli forniti.

La realtà di oggi ci vuole digitali

Tutto sommato, rimane praticamente impossibile determinare se vale la pena pubblicarsi o meno poiché alla fine è una scelta personale. Esistono browser che tutelano maggiormente la privacy dell'utente durante la navigazione online, come per esempio DuckDuckGo; o anche applicazioni, social e forum che non necessitano di quantità enormi di dati, come 4chan (per quanto sia controverso e peculiare), Signal e Discord, che permettono di mantenere un certo anonimato dietro un codice o un nickname. Ma la scelta di tali piattaforme rispetto alle più convenzionali Facebook, Twitter, Google Chrome e altro ancora spetta soltanto all'utente.
Ormai la realtà di oggi ci vuole digitali per comunicare tra noi, le aziende e le istituzioni. Non essendo tema dell'articolo non abbiamo trattato la rapidità garantita dalla digitalizzazione dei servizi, che permettono di creare conti in banca, pagare bollette e svolgere tante altre attività con pochissimi click; però questo rimane un notevole vantaggio dell'approcciarsi al mondo virtuale.
Sta soltanto a noi decidere quanto e come mostrarci al mondo, basta farlo nel rispetto degli altri cittadini come noi.