Il SETI e la ricerca della vita aliena, tra passato e futuro

Il SETI è attivo da quasi sessant'anni e la sua storia è costellata di eventi unici, curiosità e anche apparenti insuccessi. Analizziamoli insieme.

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L'essere umano è sempre stato contraddistinto dalla voglia di conoscenza e dal desiderio di esplorazione. Siamo curiosi e sempre alla ricerca di confini da varcare. La ricerca spaziale è l'esempio perfetto per descrivere l'approccio umano alla scoperta, in particolare quando si tratta di scovare "vita aliena" o "segnali extraterrestri".
Con questo bagaglio di sogni due uomini in particolare riuscirono a fare la differenza, creando una delle organizzazioni fondamentali per questo scopo: Carl Sagan e Frank Drake - entrambi grandi uomini di scienza e divulgatori scientifici - diedero vita al SETI, l'istituto per la ricerca di intelligenza extraterrestre.
Da allora innumerevoli test son stati fatti e molti messaggi e segnali radio sono stati mandati nello spazio, ma qualcuno avrà dato i suoi frutti? Dove sono i destinatari che dovrebbero risponderci?

Le origini del SETI e le prime incognite

Negli anni '60 già ci furono i primi test con vari radiotelescopi, ma il progetto nacque ufficialmente solo nel 1974 grazie alla collaborazione con l'osservatorio di Arecibo (che molti di noi conosceranno soprattutto grazie al film "Contact", ma non solo). In ben 59 anni di età il SETI ha fatto davvero molta strada e ha cambiato il suo modus operandi, aggiornando e raffinando sempre più i suoi strumenti di ricerca.
All'inizio però, ha dovuto lavorare con quello che aveva a disposizione e soprattutto alla "cieca": le prime problematiche, infatti, si focalizzavano soprattutto sul fatto che, non conoscendo il "nostro interlocutore", non c'era una forma prestabilita di linguaggio. Gli alieni avrebbero potuto facilmente fraintendere i messaggi o più plausibilmente non comprenderli affatto.
Molti furono gli scienziati che dibatterono su questo punto, e ancora oggi ci sono vari schieramenti sul fatto che il SETI stia operando correttamente oppure no. Nei primi anni di lavoro l'organizzazione infatti fu accusata di creare mero audience, attirando l'attenzione dei media e della gente comune con la scusa di "parlare con gli alieni". Per fortuna gli addetti ai lavori non si fecero scoraggiare dalle prime critiche, rendendo possibile nel 1974 l'invio di uno dei più importanti messaggi elaborati dal SETI in direzione della costellazione di Ercole: il messaggio di Arecibo.

Null'altro che una composizione di numeri primi in codice binario, in grado di mostrare, in forma semplificata (somigliante ad uno screen di un videogame a 8bit), delle importanti informazioni su di noi, sul nostro pianeta e sulla genetica alla base della vita.
Il messaggio fu ampiamente criticato in quanto la destinazione di arrivo era a circa 25mila anni luce di distanza, ergo non potremmo ricevere una risposta (qualora ci fosse qualcuno capace di captare, elaborare e ritrasmetterne una) non prima di 50mila anni.
Tuttavia, il lavoro del SETI è soprattutto quello di ascoltare e non solo trasmettere; qualcosa di davvero insolito avvenne 3 anni dopo.

Il segnale "Wow!"

Nel ferragosto del 1977 l'astronomo Jerry R. Ehman stava studiando gli ultimi tabulati prodotti dal radiotelescopio "Big Ear", dell'università dell'Ohio, quando vide su uno dei suoi fogli una dicitura fuori dagli schemi: si trattava di un segnale di intensità incredibile, proveniente dalla costellazione del Sagittario.
La cosa molto insolita è che la parabola era sostanzialmente ferma, e analizzava uno spicchio di cielo alla volta ogni 72 secondi, per poi passare oltre: il segnale captato durò per tutti i 72 secondi e poi sparì. Questo fece presupporre che il "messaggio" potesse essere in trasmissione già da più tempo, ma solo in quel determinato punto. Sia la forza, sia la natura di questo fenomeno - non essendoci mai stato un precedente simile - lasciarono presupporre ad una natura artificiale.

Per molto tempo sia Drake sia Sagan difesero la teoria dell'origine aliena: sostenevano infatti che un segnale così forte dovesse essere per forza qualcosa di intenzionale, che necessitava di un grande utilizzo di energia, al fine di focalizzarlo in un punto ben preciso. Un segnale disperso in tutte le direzioni (come un fenomeno naturale), sarebbe arrivato molto più debolmente e sarebbe stato più dispersivo.
Negli anni successivi il dibattito fu grande, fino ad arrivare ai giorni nostri in cui tra il 2015 e il 2017 si è cercato di dare una spiegazione molto più plausibile (e purtroppo molto meno affascinante): a provocare il "Wow!" fu probabilmente un passaggio di comete. Esperimenti analoghi infatti hanno dimostrato come alcune comete possano riprodurre segnali con la stessa intensità. Oggi è la spiegazione ufficialmente accettata, anche se alcuni scienziati si oppongono a questa teoria, in quanto affermano che non erano presenti comete in quel tratto analizzato dal Big Ear nel 1977, e non erano presenti nemmeno quelle che a quel tempo non erano conosciute. Il mistero continua, forse.

Noi, insieme al SETI: BOINC, SETI@home e Technosearch

Prima di proseguire è giusto ricordare che il SETI è un'organizzazione privata, che non dispone di alcun fondo o quotazione in borsa, ma si basa esclusivamente sulle donazioni di privati o di enti pubblici (tra cui anche la NASA). Per decenni il SETI ha subito le angherie dei più scettici, costringendo spesso a tagli di budget e di personale, rallentando i lavori o eliminando i vari progetti. I radiotelescopi a sua disposizione, inoltre, producono migliaia e migliaia di terabyte per ogni singola analisi, e la mole totale di dati da analizzare è enorme per qualunque computer. Non basterebbe un'eternità per verificare ogni porzione di cielo.

Come affrontare entrambi i problemi, con una sola soluzione? Nel 1999 gli scienziati del SETI ebbero la brillante idea di chiedere aiuto a noi, comuni mortali, provvisti dei nostri normalissimi PC o cellulari. Il progetto in sé si proponeva di creare una rete a calcolo condiviso, in cui erano disponibili su dei server tutti i dati ancora da analizzare e permettere quindi, mediante il download di un piccolo software, a chiunque di utilizzare il proprio dispositivo per "decrittare" i segnali.
Il progetto prese il nome di SETI@home e dal 2002 poi è migrato nel più avanzato BOINC, che permette non solo di aiutare il SETI, ma anche moltissime altre iniziative, anche in campo medico. Il software in sé è davvero poco invasivo e permette di sfruttare la propria potenza di calcolo solo quando il computer è a riposo o in un momento di inattività (a meno che non lo si imposti diversamente): in questo modo non ruba risorse al nostro lavoro e contemporaneamente contribuisce al completamento di importanti analisi.

Chissà che magari un giorno non sia uno degli "host" a scoprire un "wow2!". Non a caso il progetto fu un grande successo, è ancora oggi è largamente utilizzato, tanto da creare una sorta di "calcolatore virtuale" con la capacità di computazione di oltre 29mila PetaFLOPS (nel 2017 il supercomputer più potente del mondo arrivava "solo" a 34 PetaFLOPS!) Questi grandi risultati permisero al BOINC di entrare nel Guinness dei Primati, e di rimanerci tutt'ora. Provate voi stessi, scaricare il software è davvero veloce ed intuitivo.
Qualora invece si foste interessati a sfogliare tutte le ricerche passate è stato creato una sorta di archivio digitale in cui è possibile analizzare ogni singolo progetto o conferenza a cui il SETI abbia partecipato: il Technosearch. Oltre ad essere molto facile da utilizzare permette anche di aggiungere le proprie ricerche e di dare una mano "più specifica" alla ricognizione extraterrestre.

Dove sono i risultati dunque?

Cosa ha prodotto il SETI in tutto questo tempo? È il quesito più comune che molti scettici si pongono, e che purtroppo, non ha una risposta così facile e immediata come vorremmo.
La principale problematica è che le trasmissioni partite dalla Terra non sono state molte: contando come più recente quella del 2008, diretta verso la possibile super-terra abitale "Gliese 581 c", sono state poco meno di una ventina. Tutti questi segnali sono stati mandati in destinazioni a molti anni luce da noi, e il più vicino arriverà solamente nell'aprile 2036 (e se ci fosse una risposta immediata dovremmo aspettare il 2069).
Insomma, è come se il SETI fosse ancora agli albori: a causa delle grandi distanze cosmiche è un lavoro che andrà protratto nei secoli, sperando che le generazioni future possano sperare in qualche risultato.

Un altro problema concreto che bisogna tener conto prima di sparare a zero sul SETI è che le probabilità di fare "centro" sono estremamente basse. Non a caso il paradosso di Fermi, e l'equazione di Drake (un'equazione che dovrebbe darci il numero delle varie civiltà presenti nella nostra galassia) si scontrano su questo piano, dando valori discordanti e lasciandoci nel dubbio su chi abbia ragione.
Come ulteriore problema c'è da considerare che molte trasmissioni - soprattutto quelle iniziali - non adoperavano ad una giusta frequenza, e potrebbero esser state confuse o alterate dalle normali radiazioni di cui l'Universo è pregno. Per fortuna i segnali moderni sono ben studiati per lavorare in un certo intervallo, diminuendo il più possibile le varie interferenze.

Tutto questo, infine, è basato sulla "fatale" convinzione che una civiltà extraterrestre possa essere simile a noi o che abbia quanto meno raggiunto i nostri vari step evolutivi: cioè che sappia analizzare un segnale radio, che sappia cos'è la matematica e che sia una forma di vita basata quanto meno sul carbonio.
Sottolineiamo fatale non tanto perché fu un errore degli scienziati adoperare questo tipo di "antropocentrismo" nei propri messaggi, ma perché esclude a priori la possibilità di vita aliena totalmente diversa da noi, così tanto diversa da non poter esser osservabile con la nostra tecnologia. Una civiltà aliena potrebbe aver ricevuto il messaggio, ma senza accorgersene o essere capace di elaborarlo. Del resto, tra i vari mali bisogna scegliere il minore, e questa era semplicemente la cosa più logica da fare.

Oltre la ricerca aliena

In definitiva siamo in attesa di qualche risultato, ma non per questo il SETI è da mettere in pausa o da accantonare come progetto: la sua esistenza trascende la ricerca della vita aliena, e ha dimostrato grande utilità nello studio dell'Astrobiologia, dei fenomeni naturali di altri pianeti, e dell'esplorazione spaziale: recentemente, per esempio, ha aiutato molto nella comprensione della "foto" del buco nero ad opera del EHT.
Non è inoltre da dimenticare il recentissimo accordo con l'Unistellar (una società attiva nell'ambito dell'astronomia): da gennaio 2019 infatti gli sforzi di queste due società hanno dato vita una particolare telescopio, finanziato su kickstarter, di nome EVscope che, alla stessa parità di prezzo, mostra un potenza di oltre 100 volte superiore ai suoi diretti concorrenti. Utilizzabile anche con uno smartphone, le sue doti gli permettono di essere usato anche per osservazioni scientifiche, e non solo prettamente amatoriali.

C'è chi scommetterebbe, tra cui sempre l'irreprensibile Mr. Drake, che ormai non manca molto ad un contatto, e che una civiltà aliena possa farsi sentire entro i prossimi 25 anni.
Sognare non costa nulla, soprattutto quando si hanno le spalle coperte da una grande base scientifica e non da semplici fantasie: il SETI fa questo, ci fa sognare qualcosa di incredibile mantenendoci con i piedi per terra. È un compito arduo, ma proprio per questo va affrontato e forse, un giorno, avrà successo.