L'obsolescenza programmata e lo spietato mondo del consumo

Il caso delle batterie Apple e le indagini in Francia hanno riportato al centro della scena i concetti di obsolescenza programmata e consumo spietato.

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É guerra aperta tra la Francia e le aziende tecnologiche sull'ormai noto concetto di obsolescenza programmata, la presunta "data di scadenza" pianificata degli oggetti che usiamo tutti i giorni e che ci spinge, dopo un certo periodo di tempo, a sostituirli con gli ultimi prodotti, anche quando in realtà non ce ne sarebbe bisogno. La procura di Parigi ha aperto un'inchiesta lo scorso 5 gennaio, accostando questa pratica al reato di truffa e facendo partire una vera e propria inchiesta contro Apple per il caso esploso sulle batterie usurate e sul rallentamento volontario dei dispositivi. Non era mai successo che un'azienda venisse formalmente accusata per una pratica da sempre conosciuta e discussa in tutto il mondo, sempre in bilico tra realtà e fantasia, tra complottiamo e consumismo spinto.

Francia vs Apple

Il caso francese è quello che negli ultimi tempi sta facendo più discutere. L'indagine paventa come reale il sospetto che l'azienda americana abbia accelerato volutamente il deterioramento dei suoi dispositivi per spingere gli utenti a passare al modello successivo. Dopo la denuncia di un'associazione transalpina, una delle procure di Parigi ha puntato gli occhi su Cupertino e su altre quattro multinazionali, Epson, Brother, Canon e HP. Se l'accusa dovesse andare in porto le aziende potrebbero essere incriminate per una pratica che, dal 2015, è vietata anche secondo la legge francese. L'inchiesta arriva pochissimo tempo dopo le accuse dell'opinione pubblica contro Apple, con i dispositivi rallentati intenzionalmente grazie ad una funzione di iOS per preservare l'utilizzo dei dispositivi anche con alti livelli di usura delle batterie. I vertici di Apple hanno ammesso il downgrade delle prestazioni, parlando di una strategia per evitare spegnimenti improvvisi e dispositivi inutilizzabili nel lungo periodo. Per evitare ulteriori polemiche Cook e soci hanno deciso di scontare di 60 euro il cambio delle batterie a tutti i clienti con iPhone 6 o successivo fino a dicembre 2018, mentre ulteriori novità saranno inserite nelle prossime versioni di iOS. Una mossa importante che però non ha impedito alla procura francese di portare comunque avanti la sua inchiesta.

Un concetto vecchio come il mondo

Quella dell'obsolescenza programma è una pratica industriale per limitare la vita dei dispositivi ad un periodo di tempo prestabilito. Ne esistono due tipi, una reale e una percepita. La prima è quella voluta dalle aziende, facendo in modo che i loro prodotti smettano di funzionare dopo un determinato periodo di tempo. La seconda è quella pratica che porta i produttori a indurre il consumatore a cambiare il proprio dispositivo presentando nuovi modelli con caratteristiche migliori. Tutto nasce intorno al 1920, quando alcuni produttori di lampadine si accordarono per diminuire la durata dei loro prodotti in modo da spingere i consumatori a comprarne di nuovi. Fece ancora più scalpore, qualche anno dopo, la decisione dell'industria chimica Dupont di indebolire volontariamente un nuovo tessuto di nylon da loro scoperto perché questo avrebbe potuto portare ad un ristagno degli affari e ad una possibile chiusura degli impianti produttivi. Tra i casi più recenti ancora Apple, accusata nel 2003 di produrre batterie degli iPod destinati a rompersi dopo soli 10 o 8 mesi in modo da spingere gli utenti ad acquistare i nuovi modelli. Steve Jobs fu citato in tribunale e riuscì a trovare un accordo economico per evitare di arrivare ad una sentenza.

Rimedi legislativi

Oggi, in tempi in cui gli oggetti tecnologici di consumo sono diventati pane quotidiano per tutti noi, il concetto di obsolescenza pianificata è tornato ad essere piuttosto discusso. Oltre alla Francia sono numerosi gli stati europei e non che stanno provando a tracciare un quadro legislativo per regolare il fenomeno. Il 9 giugno scorso il Parlamento Europeo si è espresso contro questa pratica, invitando la Commissione Europea a legiferare per obbligare le aziende a rispettare i criteri di robustezza, riparabilità e durata dei loro prodotti. Una direttiva comunitaria ha provato a tutelare il consumatore, ma a livello legale le garanzie sono ancora poche. In Italia la situazione è ancora piuttosto fumosa. In Parlamento giacciono due proposte di legge: la prima chiede un'estensione del periodo di garanzia a cinque anni su prodotti di grandi dimensioni; la seconda chiede che i pezzi di ricambio siano disponibili al consumatore per tutta la presenza sul mercato del prodotto ma anche nei cinque anni successivi al suo "pensionamento" e ad un costo proporzionato rispetto al prezzo di vendita dell'oggetto. Le proposte sono entrambe ferme in Camera dei Deputati e i tempi per una loro futura applicazione sono ancora sconosciuti, vista anche l'incerta situazione politica e le elezioni ormai imminenti.

Altre soluzioni

Un rapporto dell'Onu di fine 2017 ha provato a fornire delle soluzioni per riuscire a raggiungere un equilibrio tra quelle che dovrebbero essere le aspettative dei consumatori e i margini di guadagno dei produttori, nonché la tutela dell'ambiente per avere meno rifiuti possibili da smaltire, altro problema di non poco conto quando il ricambio dei prodotti è continuo e incessante. Il rapporto suggerisce un aumento ponderato del tempo di utilizzo dei dispositivi tramite un miglioramento del design e della progettazione e un maggiore supporto tecnico in caso di malfunzionamenti o riparazioni. Elettrodomestici di grandi dimensioni come una lavatrice o un frigorifero, ad esempio, dovrebbero essere costruiti in modo più efficiente e durare almeno dieci anni prima di essere sostituiti. Numeri per ora del tutto irrealistici, ma la base di partenza potrebbero essere gli incentivi per una progettazione più attenta ai consumi e all'ambiente e per un'estensione della garanzia, nonché una maggiore attenzione per i servizi di riparazione e per la presenza di pezzi di ricambio sul mercato.

Consumo si, consumo no

Nel corso degli anni le aziende hanno imposto dei tempi di consumo sempre più frenetici e folli, abituando gli utenti ad un ritmo degli acquisti davvero troppo veloce per poter essere ancora sostenibile nel lungo periodo. La corsa al profitto da un lato e alla novità dall'altro è un bene per il miglioramento della vita e per la crescita della tecnologia, ma un male per la salute stessa della nostra economia e del nostro pianeta. Rallentare i ritmi è quanto mai necessario per ritrovare equilibrio, ma per farlo occorrerebbero maggiori tutele, sia per chi acquista che per chi produce.
Pianificare la fine di un prodotto per farne uscire uno nuovo dovrebbe essere una pratica proibita a prescindere, ma fermare le novità sarebbe ancora più dannoso: nuovo e vecchio possono tranquillamente coesistere nello stesso mondo; basterebbe aumentare le tutele sull'usato, sui prodotti rigenerati e sulle riparazioni, sia per le aziende che per i consumatori. La crescita economica non dev'essere l'unico fattore determinate per decidere quanto produrre; occorre guardare anche altro, pensare all'ambiente e ai diritti di chi i prodotti li consuma, rieducando la gente ad apprezzare quello che ha e a non buttarlo via per qualcosa di solo apparentemente migliore ma che, in fondo, offre poco di meglio rispetto a quello che aveva già. Perché la crescita per funzionare dev'essere davvero efficace, dare un progresso reale e non essere fine a se stessa: così facendo non consumeremo solo i vecchi oggetti ma anche noi stessi, le nostre vite e il nostro pianeta.