La vita nell'antico Giappone medievale: il matrimonio e il culto dei morti

Continua il viaggio all'interno del Giappone medievale, visto con gli occhi di una immaginaria famiglia di contadini che vive ai piedi del monte Fuji.

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Il nostro viaggio all'interno del Giappone medievale continua e ci stiamo avvicinando ad uno dei momenti più importanti della vita di un uomo e di una donna, persone comuni che vivono ai piedi del Monte Fuji in un semplice villaggio: il matrimonio. Nell'articolo precedente abbiamo visto come si nasceva e si viveva all'interno del complesso mondo del Giappone feudale (ci troviamo nel periodo Kamakura, per la precisione, un periodo compreso tra il 1185 ed il 1333). Abbiamo seguito la nascita di un bambino, il figlio di un contadino, ultimo di una serie di numerosi fratelli e sorelle, alcuni defunti a causa della mortalità infantile molto elevata all'epoca.

Essa, però, veniva in qualche modo compensata dal fatto che le donne rimanessero incinta praticamente ogni anno. Abbiamo quindi visto come questo fanciullo è cresciuto, trascorrendo i momenti più importanti della sua vita e di come non vi fosse, almeno tra i bambini, nessuna differenza tra maschio e femmina, di come essi potessero giocare insieme e vestire allo stesso modo, almeno fino ad una certa età.
Ed è così che, crescendo, questo giovane ragazzo ha raggiunto l'età giusta per sposare una donna, l'età da matrimonio, uno dei momenti più importanti della vita di un uomo e di una donna nel Giappone medievale.

Il matrimonio

Benché fosse un evento molto importante, il matrimonio era visto in maniera molto diversa dai due sessi. Le donne e gli uomini dell'epoca avevano, infatti, una vita sessuale molto attiva e senza vincoli. Il sesso veniva considerato come una necessità fisiologica, non vi veniva dato molto peso e sia le donne che gli uomini lo scoprivano molto presto, complice il fatto di vivere in case povere, con ambienti che non venivano separati. Ecco, dunque, che le donne consideravano il matrimonio come un qualcosa da procrastinare il più possibile nel tempo perché sposarsi, per loro, significava perdere parte della libertà di cui godevano. Per l'uomo il matrimonio, invece, era un obiettivo da raggiungere il prima possibile per un motivo estremamente pratico: prima si sarebbe sposato, prima avrebbe fatto nascere un erede che, una volta cresciuto, lo avrebbe aiutato nel lavoro.

Non ci si poneva il problema del sesso del bambino. Maschi e femmine, nelle famiglie più povere, aiutavano a coltivare e nei lavori di casa e una ragazza, una volta cresciuta, avrebbe potuto sposare qualcuno che potesse elevare la famiglia. Da questo punto di vista si potrebbe pensare che i matrimoni fossero combinati. Ed in parte è vero, i matrimoni erano combinati dalle famiglie, ma spesso e volentieri si chiedeva anche il consenso dei figli quando non erano loro ad indicare la persona che desideravano sposare.

Il nostro giovane, che anni prima abbiamo visto nascere in una fredda giornata invernale, sta discutendo con il padre di una questione molto importante: è innamorato di una giovane fanciulla del villaggio. Sono cresciuti insieme, sin da piccoli giocavano nella radura poco distante. Avevano la stessa età e, da qualche anno, era sbocciato il loro l'amore. Il padre non ha nulla da ridire e, anzi, dà la sua benedizione al figlio: i due si possono sposare.
Un intermediario, un amico della coppia, organizza il tutto ma, per prima cosa, la fanciulla deve superare una prova: secondo l'usanza del villaggio, doveva andare a vivere nella casa dei futuri suoceri, aiutarli, imparare gli usi ed i costumi della nuova famiglia e, soprattutto, farsi conoscere. Questo periodo di prova durava da uno a più mesi e, se la ragazza non si fosse trovata bene, poteva decidere di andare via. Ma non è il nostro caso. La fanciulla è già conosciuta in casa del nostro giovanotto innamorato ed è considerata quasi una seconda figlia.

I due, così, si sposano e la cerimonia viene servita da un monaco buddista fatto arrivare da uno dei templi vicino al villaggio. Il sacerdote invoca i Kame, gli spiriti degli antenati, perché possano vegliare sulla nuova coppia ed i due sposi, come gesto di fedeltà e amore, si scambiano tre coppe ricolme di Saké che devono bere in tre sorsi. La cerimonia avviene nella casa del marito arredata a festa. Si mangia ma, soprattutto, si beve, ci si diverte con gli invitati, amici e parenti, si passa una notte spensierata.
In questo frangente la rigidità ed i vincoli sociali dei giapponesi vengono meno. In occasione di queste feste, si può essere estremamente più flessibili e gradire cose che non si sarebbero accettate nella vita comune. E' così che l'allegria, in questi frangenti, dilaga come un fiume in piena. La gente danza sulle note di canzoni licenziose e scurrili, sono ben accetti scherzi salaci e le donne stesse si uniscono agli uomini in questo senso comune di libertà che dura tutta la notte. Durante i pasti e le feste, infatti, le rigide convenzioni sociali vengono meno.

E' l'alba e per tutta la notte si è fatto festa e si è bevuto. Gli sposini sono andati via prima ma la festa è continuata fino alle prime luci dell'alba. Un silenzio quasi innaturale cala lì dove, poco tempo prima, si cantava e si ballava, si rideva e si scherzava, dimenticandosi, per poche ore, dei problemi della vita quotidiana. Il matrimonio, benché officiato da un monaco buddista, aveva effettiva validità solamente dopo la nascita del primo figlio. Anche nella società Giapponese del medioevo, però, esisteva il divorzio. Il divorzio poteva essere effettivo se entrambi i coniugi erano d'accordo oppure se la donna veniva ripudiata dall'uomo. Benché fosse una pratica con regole, il divorzio era mal visto dalla gente comune. In entrambi i casi, comunque, eventuali figli della coppia rimanevano con il padre.

La morte

La morte fa da sempre parte della vita dell'uomo. Essa era vista come una parte della vita stessa, una legge naturale ineluttabile che colpiva tutti e, come tale, era inutile temerla. Il samurai, poi, che doveva convivere spesso con la morte, era l'emblema di questo coraggio, di questa accettazione assoluta della morte.
Un lutto ha colpito la nostra famiglia immaginaria. Dopo essersi sposato, il figlio minore ha avuto a sua volta molti bambini che hanno riempito la casa dove vive con i genitori anziani, la moglie ed alcuni fratelli. Purtroppo, però, il capo famiglia nonché padre del giovane è morto nel sonno, pacificamente.

Gli anziani vengono tenuti in grande rispetto nella civiltà del Giappone medievale. Benché abbiano lasciato il lavoro dei campi ai figli, sono loro ufficialmente i proprietari della casa e dei terreni agricoli e la loro parola viene ascoltata e rispettata. E' a loro, infatti, che si chiede consiglio. Tuttavia la vita va avanti in un ciclo infinito e, mentre lui si spegne, il figlio tiene in braccio un nuovo nato, il figlio più piccolo, probabilmente, però, non l'ultimo.

E' così che i defunti diventano dei Kame, degli spiriti che tornano nella natura, che osservano e proteggono i viventi. Solitamente la cerimonia funebre prevedeva che il cadavere venisse bruciato insieme agli averi ai quali era più affezionato, ma dal XVI secolo si prese l'abitudine, anche, di dare un nome postumo al defunto con il quale, da quel momento in poi, veniva ricordato. Le vedove, dopo la morte del marito, potevano decidere se risposarsi o meno.
Se non lo facevano, perché per esempio in avanti con gli anni o per altri motivi, si tagliavano i capelli. Ciò era molto simbolico perché lasciava intendere che la donna rifiutava i piaceri terreni. Più spesso le donne potevano, invece, risposarsi, ma solo dopo aver rispettato un periodo di lutto.

L'antico Giappone festeggiava, come noi facciamo con Halloween (con le dovute differenze), le anime dei defunti. La festa iniziava il 13° giorno del 7°mese e durava per tre giorni consecutivi. Durante questi tre giorni i lavori domestici erano sospesi, non si cucinava neppure e in città, nei templi e nei villaggi si danzava e si cantava nelle piazze dove veniva acceso un immenso falò.
In questo periodo si ringraziavano le anime per essere venute a far visita ai vivi, le convenzioni sociali erano in parte, se non del tutto, abbandonate. L'ultimo giorno venivano, infine, utilizzate delle torce per formare un sentiero fino alla tomba dei defunti in modo tale che le anime potessero tornare dal luogo del loro riposo; la festa finiva con il lancio in acqua di piccolissimi battelli con delle luci montate sopra.

E qui finisce il nostro immaginario viaggio nel Giappone medievale. Ci siamo fatti aiutare da una normale famiglia dell'epoca per descrivere le usanze ed i modi di vivere della gente semplice e non quella, già ampiamente trattata in molti contesti, dei samurai o dei nobili imperiali.

Se siete interessati ad approfondire l'argomento, consiglio caldamente la fonte principale di questo breve racconto: (raggiungibile attraverso questo link) "La vita quotidiana in Giappone al tempo dei Samurai (1185-1603)" di Louis Frédéric, Edizioni BUR Rizzoli.