La continua lotta alle più frequenti malattie dello Spazio

Tra le bellezze del cosmo si annidano calamità che possono mettere a dura prova la vita dell'Uomo, come le malattie spaziali.

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Se c'è una cosa sulla quale tutti possono concordare è che lo Spazio, cosi per come lo conosciamo, è un luogo ostico e pericoloso. Rubando una citazione del famoso film The Martian (2015) di Ridley Scott potremmo dire "Questo è lo spazio, e non collabora". Non c'è affermazione più vera e lo sanno bene gli astronauti che hanno passato almeno qualche ora lassù tra le stelle.
L'essere umano è stato "progettato" per vivere sulla Terra, nelle specifiche condizioni ambientali del nostro pianeta. Cosa succede dunque quando il nostro corpo viene lanciato in piccoli veicoli, al limite della vivibilità, circondato dal vuoto cosmico, in ambiente di microgravità e con quantità di radiazioni ben oltre la comune dose terrestre?
Ci si ammala, e molto facilmente anche. Ma quali sono le principali patologie che si rischiano nello Spazio? Doverle elencare tutte sarebbe difficoltoso in quanto ogni individuo può reagire in modo diverso a determinate situazioni di stress, e le radiazioni - sebbene non siano dannose per le missioni brevi - sono invece un vero terno a lotto per le tratte più lunghe e il loro esito è spesso imprevedibile (ma certamente sempre dannoso: niente X-Men purtroppo). Tuttavia, esistono delle casistiche ricorrenti, più o meno gravi.

Sindrome da adattamento allo Spazio

Un astronauta - che sia di carne o artificiale - nei lunghi anni di addestramento prima di una missione spaziale, è adeguatamente istruito su come affrontare una vasta serie di avversità fisiche e mentali alle quali è probabile andare incontro, ma non si è mai del tutto immuni. Uno dei casi più comuni al quale oltre il 45% degli astronauti è andato incontro è la cosiddetta SAS, sindrome da adattamento allo spazio. Può benissimo essere intesa come un "mal di spazio" nel quale possono alternarsi stati di malore diffuso, comprendendo vomito, diarrea, e cefalee. In genere i sintomi sono facilmente gestibili e nell'arco di un paio di giorni il corpo si abitua alle nuove condizioni. A tal proposito è spesso utilizzata la "scala di Garn" per quantificare il livello di gravità della sindrome. L'aneddoto interessante è che questa scala prende il nome da Jake Garn, un senatore statunitense che ebbe modo di partecipare ad una missione dello Space Shuttle Discovery (nel 1985). La sua SAS fu così acuta e debilitante che i medici NASA decisero di scegliere i suoi sintomi come valore massimo possibile e di creare la scala che oggi ne porta il nome.

Formazione di calcoli renali

Altra elevata casistica che si è spesso riscontrata (in maggior quantità negli uomini) è la formazione di calcoli renali. Di base anche sulla terra è una patologia piuttosto frequente, ma gli studiosi ne hanno rivelato un sensibile aumento nelle condizioni di microgravità (e hanno rilevato anche altri problemi). Sostanzialmente si tratta di piccole sedimentazioni che vengono a crearsi nei tratti urinari e nei reni, spesso dovute a diete troppo ricche di sale e di grassi; in ambiente di microgravità - anche con una dieta altamente selezionata - essendoci circa il 30% della gravità terrestre, è più difficile espellere le parti litogene (tutte quelle sostanze che favoriscono la formazione di corpuscoli simili a pietre).
Il caso più eclatante fu quello dell'astronauta russo Anatoly Berezovoy in volo sulla Saljut 7 (una vecchia stazione spaziale monoblocco, dismessa nel 1991) che dovette fermare ogni sua mansione in quanto un fortissimo dolore al lato sinistro del corpo gli impedì qualsiasi normale attività.Per lungo tempo i medici a terra cercarono di capire se avessero dovuto intervenire con una costosa missione d'emergenza per riportarlo sulla Terra ed operarlo (l'ipotesi era che si fosse ammalato di appendicite), oppure tenerlo sotto osservazione e in cura nella stazione.
Poco prima della decisione fatidica, Anatoly riuscì a urinare e ad espellere il fastidioso calcolo che gli stava provocando le dolorose fitte. Incredibilmente i sintomi sparirono quasi del tutto e l'astronauta riuscì a completare la sua missione nei tempi previsti.

Da questa esperienza i colleghi della NASA hanno imparato molto, e hanno deciso di equipaggiare la ISS con una macchina ad ultrasuoni poco più grande di un laptop in grado di rilevare la presenza di eventuali anomalie solide nei tratti urinari e persino di eliminare i calcoli più piccoli.

Scompenso del circolo dei fluidi

Il nostro corpo può essere debilitato anche dall'interno, e a soffrire parecchio sono i nostri sistemi ed apparati, in particolare quelli fluidi (sanguigno e linfatico per esempio). L'ambiente altamente stressante e "inconsueto" delle missioni spaziali mette a dura prova l'elasticità e le resistenze del nostro organismo.
Per prima cosa l'assenza del normale peso del corpo umano fa sì che il nostro baricentro si sposti e che i fluidi tendano a stazionare nella parte medio-alta del busto, tra testa e torace.


Questo comporta non un grave problema nell'immediato, ma è nel rientro a Terra che si riscontrano i primi sintomi: l'afflusso di liquidi - in particolare il sangue - risentendo di nuovo della gravità tende a spingere verso il basso a grande velocità creando uno scompenso nella distribuzione sanguigna e lasciando soprattutto il cervello "a secco", creando disorientamento e confusione negli astronauti.
Coloro che l'hanno sperimentata affermano che è una sensazione simile a quando ci si sente svenire o ci si alza violentemente da una sedia, ma con effetti decisamente più intensi.

Ovalizzazione del Cuore

Sappiamo tutti quanto importante sia il nostro "organo-motore" che pompa sangue di continuo nel nostro organismo, e possiamo immaginare dunque quanto possano essere serie delle alterazioni a suo carico. Il cuore risente di questa "vita sospesa", in assenza di gravità: gli astronauti che hanno avuto la (s)fortuna di vivere nello spazio per oltre 6 mesi infatti, hanno riscontrato frequentemente un'ovalizzazione della forma del loro cuore, dovuta principalmente al fatto che senza peso il muscolo cardiaco lavora con molta meno intensità, tendendo ad atrofizzarsi e ad incurvarsi. E pensare che c'è chi ha sostato per quasi un anno nella ISS. Non è certo una trasformazione molto pronunciata, ma i problemi cardiaci che ne possono derivare, soprattutto una volta che si ritorna sulla terra ferma, possono essere pericolosi e bisogna essere manenuti in continua osservazione.

Alterazioni delle ossa e della vista

Per quanto riguarda le nostre ossa di certo la situazione non migliora: la mancanza di gravità tende a rendere la vita più facile in un primo momento, facendoci sentire leggeri e con la capacità di muovere oggetti (e persino noi stessi) con minimo sforzo. Ciò comporta, però, un intorpidimento del nostro corpo, in quanto non lo sfruttiamo a pieno come faremmo nella vita di tutti i giorni.
Esso così tende a curare meno le parti che reputa non più necessarie: le ossa a questo punto necessitano di meno calcio, che viene espulso in gran quantità nelle urine (essendo reputato in eccesso), lasciando invece i tessuti scheletrici sempre più debilitati. Si va facilmente incontro ad osteoporosi (condizione in cui le ossa si ritrovano ad essere meno dense e con alto rischio di frattura).
Persino l'occhio non è risparmiato e gli studi hanno più volte confermato che, già dopo qualche settimana nello spazio, gli astronauti hanno vari problemi alla vista, come offuscamento, difficoltà della messa a fuoco e minor potere risolutivo. La principale causa è riconducibile sempre alla cattiva affluenza sanguigna dalla quale gli occhi (e la vista in generale) dipendono moltissimo.

Proliferazione di Funghi e Batteri

Se questo non dovesse bastare non bisogna dimenticare della grande presenza di batteri e funghi che può venirsi a creare nei veicoli e nelle stazioni spaziali (nonostante le sterilizzazioni e i continui controlli minuziosi, è impossibile rendere un ambiente totalmente asettico). Non sempre sono pericolosi, ma è comunque un rischio in più da aggiungere ad una bilancia già poco favorevole per quanto riguarda l'essere umano.
Nella ISS infatti, nel 1998 - anno del suo lancio ufficiale, l'equipaggio accusò molti casi di congiuntivite e difficoltà respiratorie a causa di un'infezione diffusa; molto più di recente abbiamo assistito ad una proliferazione di questi "passeggeri indesiderati": nei primi mesi del 2019 infatti la NASA affermò che sulla Stazione Spaziale Internazionale si fosse sviluppata una massiccia presenza di microrganismi, anche potenzialmente dannosi per l'essere umano.

Sembra dunque che lo Spazio abbia da regalare solo sciagure a chi voglia osare una permanenza già solo lievemente più lunga del normale, eppure questo non ha affatto scoraggiato né astronauti, né medici, né bioingegneri delle varie agenzie spaziali che lavorano alacremente per trovare soluzioni sempre più efficaci e durature a queste problematiche.
Per fortuna la ricerca medica nell'ambito aerospaziale è non solo fondamentale per la realizzazione di viaggi interstellari sempre più lunghi, ma è di grande aiuto anche per noi terrestri: grazie ai grandi sforzi e ai vari traguardi ottenuti, le malattie sulla Terra sono più affrontabili e gestibili, potendo contare su macchinari all'avanguardia e su laboratori di ultima generazione in cui condurre esperimenti sempre più mirati.Insomma, c'è tutto di guadagnato nell'affrontare le grandi ostilità del cosmo. Speriamo che presto si possano trovare soluzioni definitive per i viaggiatori che verranno selezionati per i lunghi viaggi marziani, stimati della durata di circa un anno e mezzo. Non manca molto ormai al tanto vociferato 2030, che dovrebbe dare il via alle missioni su Marte con equipaggio, e per allora tutti i problemi di cui abbiamo parlato dovranno essere risolti, o quantomeno dovranno essere facilmente aggirabili. Che la sfida abbia inizio.