La scoperta di Farout: il più lontano abitante del sistema solare

La scoperta di Farout è stata annunciata un paio di settimane fa: cerchiamo di scoprirne di più sul più lontano corpo celeste del Sistema solare

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Nelle scorse settimane un gruppo di astronomi ha annunciato di aver scoperto il più lontano corpo celeste mai osservato appartenente al nostro Sistema Solare. L'annuncio relativo alla scoperta è stato effettuato il 17 dicembre scorso, e questo "oggetto transettuniano" si muove tanto lentamente da rendere la sua orbita ancora ignota. Cerchiamo di saperne di più su Farout, la cui presenza potrebbe rivelare la posizione del fantomatico Pianeta X, tanto ricercato ma mai osservato direttamente.

Una giusta osservazione

Ad annunciare la scoperta è stato l'International Astronomical Union's Minor Planet Center, l'ente responsabile della designazione dei cosiddetti "minor bodies" del sistema solare: comete, satelliti naturali e appunto pianeti minori, come Farout. Gli autori della scoperta provengono da tre università diverse: Scott S. Sheppard del Carnegie Institution of Washington, David Tholen dell'Università della Hawaii e Chad Trujillo della Northern Arizona University.
"Farout" è il soprannome con cui è diventato famoso questo corpo celeste (in inglese "Far out" è traducibile come "distante" oppure "lontano") ma è indicato come 2018 VG18, sigla tuttavia provvisoria, come da prassi per scoperte astronomiche del genere. Ed è davvero lontano: circa 120 Unità Astronomiche (il simbolo dell'unità di misura è au, in passato noto anche con UA). Può sembrare un numero tutto sommato basso, ma basti pensare che 1 Unità Astronomica corrisponde a circa 150.000.000 di chilometri (ovvero la distanza media che separa la Terra dal Sole), e quindi è subito chiaro che ci si trova di fronte ad una distanza siderale: 18 miliardi di chilometri.

Un legame con planet X

"Farout" è stato scoperto nell'ambito del progetto per la ricerca degli "extremely distant Solar System object", tra i quali figura anche l'ipotetico Pianeta X, di cui vi avevamo parlato qualche tempo fa in uno speciale dedicato. Ricordate "The Goblin"? Distante 80 UA, la sua scoperta è opera dello stesso team di ricerca che ha scoperto 2018 VG18. "The Goblin" è molto distante dai giganti gassosi del Sistema Solare (in particolare Nettuno e Giove) e dunque avverte la loro influenza molto debolmente: l'osservazione del suo moto potrebbe dunque permettere di capire cosa succede e quali forze entrano in gioco oltre i confini del Sistema Solare.

Per le caratteristiche del moto di "The Goblin", è praticamente certo che la sua orbita sia influenzata da un corpo di massa molto consistente, Planet X, appartenente alla categoria dei "Super Terra", ovvero pianeti con una massa stimata dalle 2 alle 10 masse terrestri. E VG18? Si muove tanto lentamente da rendere ancora impossibile la determinazione della sua orbita, e quindi al momento non è possibile appurare se il suo moto è influenzato dall'eventuale presenza del Pianeta X.

Cosa dicono i ricercatori

Sheppard, autore della scoperta, spiega che "2018 VG18 è molto più distante e più lento di qualsiasi altro oggetto del Sistema solare osservato, quindi ci vorranno alcuni anni per determinare completamente la sua orbita". Basandosi sulla posizione occupata dall'oggetto, evidenzia poi una possibile somiglianza rispetto agli altri oggetti già noti appartenenti all'estremità del Sistema Solare, suggerendo che Farout potrebbe avere lo stesso tipo di orbita percorsa dai suoi "compagni".
Questo tipo di ragionamento, basato sulle somiglianze orbitali mostrate da molti dei corpi conosciuti del Sistema Solare, piccoli e distanti, è il ragionamento su cui si fondano le loro dichiarazioni originali, secondo cui "esiste un pianeta distante e massiccio a diverse centinaia di UA attorno al quale pascolano questi oggetti più piccoli". A commentare anche Tholen, spiegando che "Tutto ciò che attualmente sappiamo del 2018 VG18 è la sua estrema distanza dal Sole, il suo diametro approssimativo ed il suo colore". Approssimativamente è noto anche il suo periodo di rivoluzione, ovvero il tempo impiegato per percorrere la sua orbita per intero: 929 anni. E' un tempo davvero considerevole, soprattutto se si pensa che l'ultima volta in cui Farout ha occupato la sua posizione attuale, è stato nell'anno 1089.

Come ci si comporta con una scoperta

Le prime immagini di 2018 VG18 sono state scattate tramite un telescopio posto sulla sommità del vulcano Mauna Kea alle Hawaii, presso l'osservatorio di Mauna Kea, il 10 novembre 2018. Una volta individuato, la sua posizione è stata riesaminata più volte, questo per confermare la sua estrema lontananza. Sono state necessarie più notti di osservazione per determinare con precisione l'effettiva distanza, questo perché (in breve, per esigenze di spazio) il processo di determinazione della distanza di un oggetto astronomico prende in considerazione anche il suo moto apparente rispetto a punti di riferimento tanto lontani da risultare immobili, come le stelle "fisse" appunto. Farout è stato poi osservato per una seconda volta all'inizio di dicembre, tramite il telescopio Magellan presso l'Osservatorio di Las Campanas, in Cile. Nelle settimane successive, sono state effettuate altre osservazioni per determinare alcune proprietà fisiche di base, come luminosità e colore. Nella coppia di immagini presente in questo articolo, si può vedere Farout muoversi mentre le stelle sullo sfondo e le galassie restano ferme. Queste due immagini sono state ottenute nell'arco di un'ora.
E' disponibile anche una versione GIF delle due immagini, che permette di apprezzare al meglio il moto di Farout: è raggiungibile a questo link. E dunque, volendo riassumere quanto scoperto finora, le osservazioni di Magellano hanno confermato che Farout è distante circa 120 UA, e che la sua luminosità suggerisce che abbia un diametro stimato di circa 500 km, ipotizzando che sia caratterizzato da una forma sferica. Il dato più curioso è quello legato al colore: è stato osservato possedere una tonalità rosata, un colore generalmente associato all'abbondante presenza di ghiaccio.


Credit: Roberto Molar Candanosa/Scott S. Sheppard/Carnegie Institution for Science/ David Tholen.