Le elezioni presidenziali più scandalose della storia americana

Alla scoperta di quattro elezioni presidenziali che, in qualche modo, hanno segnato la storia degli Stati Uniti d'America per i loro scandali.

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Tutto il mondo, in questo momento, pone i suoi riflettori sulle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. I pronostici e le affermazioni dei due principali candidati continuano a dare speranza, o meno, agli elettori, ma sfortunatamente ancora per un po' di giorni non sapremo nulla di quello che accadrà. Una sola cosa sembra certa: Donald Trump, in caso di sconfitta, giocherà la carta del ricorso alla Corte Suprema. I repubblicani, già da mesi, hanno più volte contestato la votazione per posta e sostengono che l'estendere la "deadline" per ricevere e conteggiare i voti, in considerazione dei tempi del servizio postale americano, potrebbe rendere l'elezione "una frode al popolo americano".
Quello che il partito repubblicano sta proponendo non è nulla di nuovo. La storia americana è colma di elezioni presidenziali che hanno fatto parlare di loro con candidati pronti a contendersi la poltrona anche per via legale, sovrastando spesso il volere popolare. Vediamo insieme quali furono.

Elezione presidenziale del 1876

Il risultato finale di questa corsa alla presidenza è stato quello che ha gravato maggiormente sui civili, soprattutto sulle minoranze afroamericane. Bisogna mettere in chiaro una cosa importante prima di procedere e spiegare quali furono gli scandali che caratterizzarono l'elezione del 1876: le ideologie politiche dei due partiti principali, quello repubblicano e quello democratico, erano molto diverse da quello che immaginiamo oggi. Detto questo, cerchiamo di comprendere in quale contesto storico si svolse questa tanto discussa corsa alla presidenza.

Il 1876 fu un anno particolare per la storia degli Stati Uniti. La guerra di secessione americana, combattuta tra gli Stati Uniti d'America e gli Stati Confederati d'America, si era conclusa da 11 anni. Tuttavia, la crisi politica tra stati del Nord e stati del Sud (i confederati) si consolidava giorno dopo giorno.
Mentre oggi il cosiddetto "magic number" da raggiungere è quello di 270 Grandi Elettori all'interno del Consiglio elettorale, all'epoca il numero necessario per vincere l'elezione era 185. I candidati alla presidenza furono il repubblicano, nonché governatore dell'Ohio, Rutherford Birchard Hayes e il democratico, governatore di New York, Samuel Tilden.
Alla vigilia dell'Election Day, ci si aspettava che il gruppo guidato da Hayes ottenesse la maggioranza tra gli elettori afroamericani e in tutti quegli stati a favore della "ricostruzione", cioè l'unione tra stati confederati e uniti; viceversa, il democratico Tilden aveva puntato sui voti degli ex-schiavisti e di tutti coloro che non avevano accettato l'esito della guerra civile. Gli Stati maggiormente osservati furono la Florida, con 4 voti elettorali, la Louisiana, con 8 voti elettorali e la Carolina del Sud, con 7 voti elettorali.

Questi erano ancora governati dai carpetbagger, abitanti del nord America che si erano trasferiti nel sud e che formavano una coalizione all'interno del partito repubblicano, sia con schiavi liberati sia con bianchi del sud che appoggiavano l'unione, o ricostruzione. Al contempo, però, la presenza politica dei confederati, nelle zone più rurali di questi tre stati, era molto accesa.

Sfortunatamente, molti cittadini afro-americani, soprattutto negli ex-stati confederati, vennero minacciati di percosse o di morte e molte schede elettorali vennero truccate. Secondo fonti dell'epoca, nel South Carolina, per prendere il voto della popolazione analfabeta repubblicana, i democratici misero nelle loro tessere il volto di Abraham Lincoln, politico e presidente del partito repubblicano, facendo credere ai sostenitori di Hayes di star votando il loro candidato.

Dopo gli scrutini, entrambi i partiti affermarono di aver vinto in questi tre stati, perché i risultati truccati sembravano aver dato la vittoria ai democratici. Se, invece, i repubblicani avessero provato la frode e le minacce subite a danno dei loro elettori, Hayes avrebbe potuto vincere i 185 seggi contro i 184 di Tilden. Venne creata, perciò, una commissione bipartisan per capire come gestire la situazione.

Essa era formata da 7 rappresentanti democratici, 7 repubblicani e 1 dell'Illinois, il giudice David Davis - un simpatizzante democratico. La vittoria per l'odierno partito blu sarebbe stata certa. Tuttavia, secondo l'Articolo 2, sezione 1, della Costituzione americana, l'incarico che ottenne Davis non poteva essere riconosciuto perché già aveva una posizione nell'organo giudiziario.

Di conseguenza, venne scelto come rappresentante "superpartes" il repubblicano Joseph Bradley, assicurando, così, la vittoria repubblicana. I democratici non contestarono questo risultato. Sigillando un accordo informale con i sostenitori di Hayes, il cosiddetto "Compromesso del 1877", il Consiglio elettorale diede la presidenza al candidato repubblicano e, in cambio, vennero ritirate definitivamente le truppe federali dagli stati meridionali.
Questa scelta ebbe delle conseguenze irreparabili: l'era della Ricostruzione si concluse e i "redeemers", i democratici del sud (nonché schiavisti), iniziarono lentamente a privare le comunità afro-americane di tutti i diritti che erano riusciti ad ottenere negli anni precedenti - soprattutto quello di voto.

Le elezioni presidenziali del 1888

La contrapposizione elettorale tra voto popolare e voto elettorale si fece nuovamente presente nelle elezioni del 1888. Questa volta si scontrarono il senatore dell'Indiana, Benjamin Harrison, e il democratico, nonché già 22esimo presidente degli Stati Uniti, Stephen Grover Cleveland. In un contesto non tanto diverso dal 1876, ancora le schede elettorali erano distribuite direttamente dai partiti candidati e il voto era pubblico - tutti potevano vedere chi stava votando e cosa. Molti, addirittura, vendevano il proprio voto al miglior offerente. Questa volta furono i repubblicani di Harrison a progettare un broglio elettorale: il Tesoriere del Comitato Nazionale repubblicano, William Dudley, scrisse delle circolari a tutti i presidenti delle contee dell'Indiana dicendo loro di dividere gli elettori indecisi in gruppi da cinque e che ciascuno di loro avrebbe ricevuto una somma in denaro in cambio del voto per Harrison.

I democratici provarono ad ostacolare il partito avversario, pubblicando delle copie di queste lettere per indignare l'opinione pubblica, ma non servì a molto. Anche se Cleveland aveva ottenuto la maggioranza dei voti popolari, i voti elettorali, per poco, segnarono la vittoria dei repubblicani.

La più grande sconfitta per i democratici fu il distacco di un punto percentuale nei seggi elettorali dello stato di New York. Probabilmente, anche qui vi furono dei brogli elettorali e molte schede vennero vendute. Cleveland non portò il caso di fronte alla Corte Suprema, bensì aspettò e, quattro anni dopo, venne nominato, per la seconda volta, presidente degli Stati Uniti. Inoltre, i problemi sorti dopo l'elezione del 1888 portarono i governi successivi a prediligere le schede elettorali segrete.

Elezioni presidenziali del 1960

Gli anni '60 del Novecento. Basta dire questo per far capire il contesto assolutamente delicato in cui i due candidati si stavano scontrando. I movimenti per i diritti civili stavano iniziando ad assumere risonanza mediatica, gli accordi economici tra gli Stati Uniti e Cuba saltarono e la Guerra Fredda iniziava a diventare l'incubo dell'intera comunità internazionale.
È proprio in questo scenario che fecero la loro comparsa il democratico John F. Kennedy e l'uscente vice-presidente, nonché repubblicano, Richard Nixon. Per quanto, in questo caso, il voto popolare abbia determinato la vittoria dei democratici, il distacco tra i due candidati fu solo di 100 mila voti. La vittoria così risicata di Kennedy, soprattutto in stati storicamente repubblicani, portò Nixon e il suo partito a gridare allo scandalo.
Chiesero il riconteggio dei voti del Texas meridionale e di Chicago, perché, se avessero vinto in questi due stati, avrebbero raggiunto il "numero magico" nel Consiglio elettorale e avrebbero vinto.

I giornali repubblicani continuarono ad investigare, anche dopo il giuramento di Kennedy, e cercarono di dimostrare che le elezioni erano state truccate. Tuttavia, Nixon, come Cleveland, non contestò la posizione del nuovo presidente e nelle elezioni del 1968 si ripropose come candidato repubblicano...vincendo.

Elezioni presidenziali del 2000

La sfida che inaugurò la fine del primo anno del secolo: il repubblicano George W. Bush contro il democratico e ambientalista Albert Arnold Gore Jr., conosciuto anche come Al Gore.

Per quanto siano state rivoluzionarie nella storia dell'associazione tra partiti e colori, le elezioni del 2000 furono un susseguirsi di problemi uno dopo l'altro. Innanzitutto, il sistema per votare aveva presentato, già dagli anni '60 -quando fu creato-, una serie di malfunzionamenti che avevano, spesso, reso non valide le schede elettorali. Molti elettori democratici, soprattutto originari dello stato della Florida, convinti di votare per Al Gore, videro il loro voto entrare tra i conteggi dei repubblicani. Quando iniziarono ad essere pubblicati i risultati provvisori, tutti sapevano che non si sarebbe arrivati velocemente alla nomina di un presidente. I voti andavano ricontati, soprattutto quelli degli stati decisivi.

Il processo dei conteggi durò un mese, perché fu molto difficile, proprio per via del sistema di votazione, capire chi gli americani avessero votato. Nacque, così, il caso giudiziario "Bush VS Gore", che venne trattato dalla Corte Suprema in tre separate sessioni l'11 Dicembre del 2000. Alla fine si concluse, con una maggioranza di 7 a 2, che il riconteggio manuale dei voti della Florida, lo stato da cui sarebbe stata determinata la vittoria di uno dei due partiti, andava sospeso perché non vi era "una base coerente" e il tempo necessario.

Dopo la sentenza della Corte, i democratici rinunciarono e Bush venne dichiarato quarantatreesimo presidente degli Stati Uniti d'America.