Le pazze avventure di Galileo Galilei, uomo brillante ma difficile

Galileo si è ritrovato spesso a scontrarsi con uomini di scienza e colleghi, a volte con fare duro e deciso. Quali furono le sue più celebri diatribe?

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La storia umana è costellata di molteplici figure di spicco, in tutti gli ambiti possibili: medicina, letteratura, filosofia, matematica e fisica hanno sempre avuto i loro "campioni", che hanno saputo dare grandi contributi al progresso della loro disciplina (spingendosi anche oltre). Di nomi altisonanti e blasonati ce ne sono moltissimi: da Isaac Newton a Bill Gates, da Archimede ad Edgar Allan Poe la lista potrebbe essere infinita, ma c'è da notare come tutti - bene o male - abbiano un denominatore comune, che permette di accomunarli anche attraverso secoli e secoli di cambiamenti: una personalità geniale, ma al contempo spesso scontrosa e/o turbolenta.
Certo, non tutti sono stati tipi stravaganti ed esagerati ed altri hanno avuto semplicemente una vita tranquilla, ma non è il caso del nostro soggetto di oggi, conosciutissimo sia per fama che per scoperte scientifiche, ma anche per le molteplici diatribe che ha avuto durante tutta la sua vita da studioso e scopritore: il suo nome è Galileo Galilei.
Molto si sa su di lui e la letteratura in merito non è di certo esigua, eppure la maggior parte delle persone tende a ricordarlo per poche cose, per lo più quelle roboanti: la diatriba con la Chiesa, l'abiura e qualche scoperta qui e là. In realtà il suo contributo è stato enorme in molti settori e di certo i suoi battibecchi non sono stati pochi. Era come si suol dire, un tipo davvero "peperino" e a breve ne daremo la prova.

Breve antefatto

Come abbiamo già constatato, il signor Galilei non ha davvero bisogno di presentazioni (anche perché si studia nelle scuole fin da subito, quindi qualora qualcuno non lo conoscesse è perché o in quel periodo dormiva, o ha meno di 6 anni). Del resto, è anche uno dei motivi del nostro orgoglio nazionale quindi sapere chi era è quasi un dovere al giorno d'oggi. È lecito però fare un brevissimo riassunto delle sue gesta e della sua forma mentis, soprattutto nei primi anni di attività: Galilei nacque a Pisa nel 1564, da una famiglia molto numerosa (con ben sei fratelli). Fin da subito la sua famiglia volle per lui il meglio, cercando di fargli intraprendere studi di Medicina all'Università, ma Galilei ben presto sviluppò interesse per altre materie, come la Matematica e la Fisica. Proprio la matematica gli fu insegnata in modo più particolare rispetto ai canoni dell'epoca, facendogliela apprendere come una dottrina utile anche per i problemi di tutti i giorni, mettendo in evidenza un carattere molto più empirico che astratto. Da questi insegnamenti imparerà a creare poi in futuro il suo "metodo" che ad oggi conosciamo come il primo, vero metodo scientifico.
Galilei visse la sua esistenza soprattutto tra Pisa, Padova e Firenze e infine, negli ultimi anni di vita, a Roma, per via del suo processo. La sua vita fu piena di esperienze e di scoperte e non mancò di inimicarsi persone di alto rango - ecclesiastiche e non - per via delle sue affermazioni di carattere scientifico spesso rivoluzionarie.

Le prime diatribe con Baldassare Capra

Nel 1604 all'improvviso apparì una stella luminosissima, visibile anche poco prima dell'imbrunire e che rimase tale per circa 18 mesi da quando fu avvistata la prima volta. Si trattava dell'esplosione di una Supernova. Molti scienziati dell'epoca la studiarono a lungo e di certo Galilei non si tirò indietro. Tuttavia, l'invenzione del cannocchiale/telescopio era lontana ancora 5 anni più o meno e ci si doveva accontentare di ciò che si vedeva ad occhio nudo. Su questo fenomeno il nostro connazionale tenne delle lezioni, di cui purtroppo nessuna trascrizione ci è giunta direttamente, in cui sostanzialmente affermava che tale "apparizione" era una prova concreta e tangibile del fatto che il cielo era molto più mutevole ed "imperfetto" di quello che si pensasse (quindi andando contro una delle nozioni aristoteliche).

A rispondere a queste affermazioni fu il milanese Baldassare Capra, collega dello scienziato pisano, che si sentì non solo offeso per non essere stato incluso da Galilei come scopritore dell'evento, ma anche perché iniziava ad esser messa in discussione una dottrina peripatetica (i peripatetici erano gli assidui frequentatori e scolari della scuola di Aristotele) e che la Chiesa di allora ben sposava con le sue Scritture.

Il Capra quindi cercò di dimostrare come questo evento, unito ad uno simile avvenuto nel 1572 (che fortuna che ebbe questa generazione di uomini: due Supernove visibili ad occhio nudo nell'arco di una quarantina d'anni!), in realtà fosse di carattere più profetico e "Provvidenziale", e come dato in sua difesa fece notare che tra i due eventi erano passati esattamente 33 anni, gli anni del Cristo quando morì sulla croce. Non ci fu una grande risonanza "mediatica" su questo confronto, ma alcune fonti riportano che Galileo Galilei non si esentò dal commentare anche in maniera piuttosto "rude" questa risposta, usando persino parole sconce per definire Baldassare Capra, insultando soprattutto il suo uso scorretto della lingua latina e del volgare.

Il compasso della discordia

La guerra tra i due però era appena iniziata e si arrivò alla resa dei conti quando, intorno al 1607, Capra accusò Galilei di aver copiato un oggetto di sua invenzione: il compasso. In realtà nessuno dei due ha mai inventato il compasso, visto che era uno strumento noto da tempo, ma Galilei ne perfezionò l'uso e lo applicò in modi totalmente nuovi già dal 1596, rendendolo quasi un oggetto ex novo. Il suo acerrimo nemico fece in modo di farsi prestare in segreto un compasso galileiano, che studiò a lungo e per anni; prese anche uno scritto di Galilei proprio sull'uso di tale strumento, lo tradusse in latino e lo pubblicò a suo nome.
Praticamente rubò il lavoro allo scienziato pisano e poi lo accusò di essere arrivato secondo. Per fortuna Galilei già allora godeva di ampia fama, e con la sua influenza denunciò tale misfatto riuscendo a dimostrare la palese ricopiatura del suo manuale, facendo notare anche gli errori aggiunti dal suo collega laddove aveva provato ad essere originale.
Il Capra però, fu piuttosto onesto e vista la sconfitta fu subito pronto a scusarsi e a ritirarsi, ma il nostro "sommo" scienziato non volle fargliela passare liscia: calcò la mano cercando di creare sempre più clamore intorno alla vicenda, scrivendo un libretto al riguardo e pubblicandolo a gran velocità in tutta Italia, e all'estero persino (un po' forse per cattiveria certo, ma anche per difendere il suo nome). A rigor del vero è giusto menzionare il fatto che poi si scoprì come il Capra fu spesso mosso contro il suo volere da uno dei principali allievi di Keplero (illustrissimo scienziato a cui hanno intitolato telescopi, sonde e pianeti moderni).

I sospetti, i codici e gli anagrammi segreti

Il nostro amato scienziato pisano deve aver imparato molto da questa esperienza e per le successive sue opere e scoperte si renderà molto più sospettoso e cauto. Non pubblicherà più di getto le sue informazioni ma adopererà un sistema di lettere "cifrate" indirizzate ad amici per lo più, che possano testimoniare in maniera inequivocabile la data delle sue scoperte, qualora vi fossero altri problemi. Spesso inseriva in queste lettere dei pezzi brevi e riassunti dei suoi studi, solitamente anagrammando la frase contenente i dati principali, rendendola di senso non compiuto. Uno degli esempi più palesi di questo suo modo di fare lo ritroviamo in una lettera risalente al 1611 circa, indirizzata a Giuliano de' Medici in cui - con la seguente frase "Haec immatura a me iam frustra leguntur oy" ("Queste cose immature sono raccolte invano da me") - esponeva la sua scoperta sulle fasi di Venere, ovvero "Cynthiae figuras aemulatur mater amorum" ("La madre degli innamorati [Venere], imita le figure di Cinzia [la Luna]").

Di certo Galilei non fu l'unico ad adoperare questo sistema - che al giorno d'oggi è usato nei modi più stravaganti - ma di sicuro fu uno dei primi e grandi fautori, al fine di mantenere sicure le proprie scoperte da possibili "copioni".

Per mantenere a bada la censura e l'Inquisizione per fortuna esistevano nomi falsi e identità doppie, ma per arrestare i propri colleghi affamati di gloria serviva qualcosa di più. Spesso i suoi interlocutori riuscivano a carpire il messaggio, ma altre volte invece rischiavano proprio di prendere abbagli grossolani.
È quello che accade infatti in un altro suo anagramma, diretto ai suoi colleghi e a Keplero stesso: molti intuirono nel messaggio cifrato la possibilità che Galileo avesse osservato ben due satelliti di Marte, ma in realtà la verità era di tutt'altra fattura: lo scienziato italiano voleva intendere di aver osservato Saturno e averlo visto con forma "tricorporeo" (per colpa della scarsa qualità del suo telescopio infatti gli anelli del pianeta gli parvero delle piccole bombature, dando al corpo celeste una forma quasi a tre teste.)

Gli errori di Galilei

Moltissime furono le invenzioni e le scoperte che oggi si riconducono a Galilei: il "metodo scientifico" in primis, il perfezionamento del cannocchiale (in seguito adoperato a mo di telescopio), la caduta dei gravi, le rotazioni dei corpi celesti e molto altro ancora. Nella sua infinita lista di successi vi è però anche qualche bel punto negativo, su cui la sua personalità forte e polemica non riuscì mai a fare un passo indietro e ad ammettere gli errori.
A tal proposito, una delle sue - ulteriori - faide più intense riguardò l'origine e la natura delle comete, e si scontrò con un altro suo collega di elevata fama, un certo Orazio Grassi. Quest'ultimo sosteneva che tali fenomeni celesti fossero veri e propri corpi in movimento, situati oltre la Luna e che erano una prova del modello ticonico (un modello misto tra il copernicano e il tolemaico, formulato da Thyco Brahe, che la Chiesa accettava). Galilei invece non era d'accordo e pensava che le comete fossero meri effetti di luce dovuti ai raggi solari che colpivano gas terrestri ad alta quota. Per i primi anni i due si battibeccarono con pseudonimi e prestanomi (spesso usavano i nomi degli allievi) fino a quando il pisano non uscì a carte scoperte nel 1622 pubblicando il Saggiatore.
Oggi sappiamo tutti che Galilei si sbagliava e che aveva preso un abbaglio sulla questione delle comete, ma vi è comunque una nota di merito nel suo errore: la stesura del Saggiatore e la ricerca della verità erano basati su un processo scientifico e su prove concrete (sebbene viziate a monte, in quanto lo portarono ad una conclusione errata, colpa dell'arretratezza dei mezzi), mentre le tesi del suo oppositore erano basate per lo più sulla riverenza che avevano per le dottrine del passato.

Un altro errore che Galileo commise fu riguardo all'origine delle maree, scontrandosi forse con lo scienziato più famoso e autorevole del tempo: Keplero in persona. Il primo sosteneva che le maree erano dovute principalmente alla rotazione e alla rivoluzione della Terra, mentre il secondo era convinto fossero frutto delle "forze animistiche e magnetiche" tra il nostro pianeta e la Luna. Keplero non seppe mai dire cosa fossero quelle forze, ma oggi sappiamo che si tratta della gravità, e che il suo ragionamento era corretto. Galilei infine rifiutò anche l'idea delle orbite ellittiche dei pianeti (sempre frutto di Keplero), per sostenere invece la tesi delle orbite circolari. Ciò fu dovuto per lo più ad un errata convinzione dello scienziato italiano per cui solo i moti circolari sono inerziali.

La condanna, l'abiura e la morte

Di errori ne commise non pochi insomma, e l'errore ancor più grave fu quello - forse - di sottovalutare le indagini della Chiesa che già dal 1614 si era insospettita non poco riguardo le affermazioni di Galileo Galilei. Il percorso che lo portò alla resa dei conti fu davvero lungo e ci furono molteplici interrogatori da parte dell' Inquisizione fin quando, nel 1633, non si concluse il processo condannandolo di eresia e fu costretto all'abiura, al carcere e a tre anni di recita di Salmi Penitenziali, da pronunciare almeno una volta alla settimana.
Unica sua fortuna, per così dire, fu che in quel periodo Galilei era ormai un vecchio di 70 anni e per l'epoca era un'età piuttosto veneranda. Così i Salmi gli furono risparmiati e gli fu possibile mutare la condanna in arresti domiciliari per circa 5 mesi.

Grazie all'abiura poi gli fu anche concesso di ritirarsi nella sua villa privata, a patto che non invitasse né vedesse persone di alcun tipo, ad esclusione dei familiari. Galilei inoltre era diventato praticamente cieco e la sua unica occupazione era dettare e spedire lettere ai suoi amici e colleghi con cui intratteneva fervide conversazioni sulla Scienza e sul mondo naturale.
È da queste lettere che possiamo apprendere come la sua abiura sia stata più una questione di facciata che un vero cambio di rotta (ovviamente), e sebbene la famosa frase "eppur si muove" è un palese falso storico - che lo scienziato non pronunciò mai - resta comunque un'ottima metafora di come l'animo irrefrenabile di Galilei non morì mai davvero, nemmeno dopo un'apparente sconfitta e nemmeno dopo una cecità debilitante. Come disse un grande rapper e cantautore italiano qualche tempo fa: "Tu vivrai Galileo, come quel Galileo messo in croce prima di te."