Meteorologi catastrofisti e razionamento dell'acqua, cosa sta succedendo?

La situazione di emergenza siccità che sta affrontando il nostro Paese non è una novità per la comunità scientifica.

Meteorologi catastrofisti e razionamento dell'acqua, cosa sta succedendo?
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Negli scorsi giorni è diventato virale il video di un meteorologo inglese ospite sulla rete GB news. Il dottor John Hammond (no, non quello di Jurassic Park ma il meteorologo inglese) era stato invitato a parlare in diretta delle imminenti ondate di calore che a breve avrebbero colpito l'Inghilterra. Durante il suo discorso, il dottor Hammond avvertiva della probabile morte di centinaia - se non di migliaia - di persone a causa dell'intenso innalzamento della temperatura.
A quel punto le due presentatrici, senza scomporsi, avevano interrotto il discorso, chiedendo rivolte alla videocamera come mai "tutti i meteorologi ultimamente stessero diventando così fatalisti e messaggeri di sventura".
In molti hanno notato la somiglianza tra questo estratto e il celebre film "Don't look up" dello scorso anno, in cui due scienziati, interpretati da Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence, durante una trasmissione televisiva, cercano di avvertire la popolazione di un enorme asteroide destinato a distruggere la vita sulla terra, senza alcun successo.

Purtroppo, no, non stanno impazzendo tutti gli scienziati del mondo: sarebbe molto meglio per il nostro pianeta. Queste reazioni, che sempre più spesso notiamo sui social e sui canali di comunicazione più tradizionali, derivano dalla frustrazione di chi sta cercando di avvisarci ormai da parecchi anni della situazione attuale.
Vi avevamo già parlato di emissioni di CO2 e acidificazione degli oceani, discorso fortemente collegato all'innalzamento delle temperature. Oggi, invece, cerchiamo di fare chiarezza sul concetto di siccità e su cosa stia succedendo in Europa e in particolare in Italia.

Siccità e desertificazione

Partiamo da due concetti fondamentali, la differenza tra siccità e desertificazione.
La siccità è una condizione meteorologica naturale e temporanea in cui si manifesta una sensibile riduzione delle precipitazioni rispetto alle condizioni medie climatiche di un determinato luogo, affiancate dalla carenza prolungata di approvvigionamento idrico da acque superficiali o sotterranee.

L'aridità o la desertificazione, invece, sono termini che si riferiscono a una condizione climatica-ambientale permanente in cui diversi fattori, tra cui la scarsa quantità di precipitazioni annue, non forniscono al terreno il necessario grado di umidità per permettere lo sviluppo della vita. Aridità e desertificazione hanno poi due connotazioni differenti con un risultato convergente, ma con il primo termine solitamente si sottintende che la causa sia naturale, mentre con il secondo che essa sia antropica.
La desertificazione può derivare da prolungati periodi di siccità e dallo sfruttamento antropico eccessivo o errato del terreno e delle risorse idriche, fino a impedire gli approvvigionamenti di acqua in modo permanente.
Quindi, i due eventi sono strettamente correlati ma non sono la stessa cosa.

La differenza che risiede in questo concetto è in parte la causa dell'elevata frustrazione di molti scienziati, che da anni identificano fenomeni di siccità sempre più frequenti e prolungati. Gli studi scientifici correlano questi eventi a un errato sfruttamento antropico del terreno e delle risorse idriche del nostro pianeta, fenomeni che potrebbero causare la desertificazione in diverse aree del mondo.

Sono anni ormai che la comunità scientifica ci avverte dei numerosi segnali di allarme nascosti dietro fenomeni climatici, metereologici e calamità naturali, che cerca di spiegare le cause e i modi in cui si manifestano e che crea modelli per immaginare le conseguenze future, in modo che ognuno nel proprio ruolo si possa muovere di conseguenza. Tuttavia, sono altrettanti gli anni che questi segnali vengono ignorati o trattati dalla stampa generalista come eventi straordinari fini a sé stessi, senza nessuna causa apparente.
Alla luce di tutto ciò, cerchiamo di descrivere la situazione attuale all'interno del suo contesto, in modo più esaustivo possibile.
La siccità nel nostro Paese è un fenomeno in forte aumento, che sta portando ingenti danni economici, alla salute, al territorio e ha motivazioni ben radicate all'interno dello schema del cambiamento climatico, ma andiamo per gradi.

Le precipitazioni

Nel rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) del 2020 erano già state segnalate diverse anomalie rispetto ai decenni precedenti. Gli studi sono condotti valutando i dati raccolti dal 1961 al 1990 e questi dati vengono utilizzati per definire le condizioni standard del nostro Paese. Successivamente vengono raccolti i valori di precipitazioni dell'anno 2020 e confrontati.

I risultati dimostrano che le precipitazioni si stanno estremizzando all'interno di archi temporali anomali con intense piogge da agosto a dicembre e periodi di siccità prolungati da gennaio a luglio.
Dal report è possibile leggere "La precipitazione cumulata annuale del 2020 è stata inferiore al valore normale su gran parte del territorio nazionale (circa 7% di precipitazioni in meno totali in tutto l'anno). Le anomalie negative di precipitazione sono state particolarmente elevate (fino a -80% circa) sull'estremo arco alpino occidentale, su Emilia-Romagna, Lazio, Campania, Calabria e Sicilia. In alcune aree le precipitazioni sono state invece superiori alla norma; le anomalie positive più intense si sono avute sull'arco alpino centrale ed orientale, Liguria e primo tratto dell'Appennino tosco-emiliano".
Il report segnala, quindi, che gli elementi climatici si stanno estremizzando all'interno di archi temporali anomali rispetto agli anni tra il 1961 e 1990.

Questi dati, tuttavia, sono abbastanza grezzi in quanto considerano generalmente le precipitazioni totali. Esistono altri indici molto utili, tra cui il Consecutive Dry Days (CDD), che rappresenta il numero massimo di giorni consecutivi nell'anno con precipitazione giornaliera inferiore a 1 mm.

Di questo indice, I valori più alti si registrano in Sardegna e in Sicilia (fino a 90 giorni secchi consecutivi). Questo dato viene poi correlato ad un totale di quasi 300 giorni senza precipitazioni in Sicilia, alcune zone del Lazio, Sardegna e Calabria.
Un altro indice importante è l'intensità di pioggia giornaliera (SDII, Simple Daily Intensity Index), che rappresenta la precipitazione cumulata annuale divisa per il numero di giorni piovosi nell'anno, considerando piovosi i giorni con precipitazione maggiore a 1 mm. In questo caso, i dati dimostrano che nelle zone in cui le precipitazioni sono aumentate non ha piovuto più giorni rispetto al periodo 1961-1990, anzi, i giorni piovosi sono stati inferiori con piogge più intense, tanto da portare a fenomeni di rischio alluvione o di distruzione delle coltivazioni.

Le precipitazioni però non sono l'unico indice che merita attenzione. Quando parliamo di siccità, dobbiamo valutare anche la condizione idrologica del nostro Paese, ovvero le risorse idriche.

Le risorse idriche

Il nostro Paese dal 2015 è suddiviso in sette distretti idrografici, dove per bacino idrografico si intende l'unità di riferimento fisica per gestire le acque. La divisione dei distretti (come richiesto dalla direttiva dell'Unione Europea) permette di gestire più facilmente le risorse idriche e raggiungere un buono stato ecologico, chimico e quantitativo delle acque.

Il bacino idrografico è una porzione di territorio che raccoglie acque pluviali o provenienti dalla fusione delle nevi e dei ghiacciai che, defluendo, si raccolgono direttamente o per mezzo di affluenti, dando origine a un corso d'acqua principale, un lago o una zona paludosa. Inoltre, i bacini idrografici sono in stretto collegamento con le acque sotterranee. Le acque dalla superficie possono raggiungere i bacini idrogeologici attraverso l'infiltrazione nel sottosuolo e da lì tornare in superficie.
Quindi, la disponibilità di acqua nel nostro Paese dipende dal buon funzionamento di tali distretti: notate come la questione delle precipitazioni sia importante ma parte di un insieme molto più grande.
L'ISPRA, per valutare lo stato di salute di questi distretti, nel 2016 ha fondato degli Osservatori Distrettuali Permanenti, sede di confronto ufficiale per la gestione della risorsa idrica.

In ciascun Osservatorio, il coordinamento è in carico alla relativa Autorità di Bacino Distrettuale e partecipano come soggetti attivi tantissimi enti di ricerca nazionali pubblici e privati (il MiTE, il MIPAAF, il MIT, il DPC, l'ISPRA, il CREA, il CNR, le Regioni, l'ANBI, i consorzi di regolazione dei laghi, le aziende idriche, energetiche e ambientali e le imprese elettriche), tutti controllati dal Comitato Tecnico di Coordinamento nazionale degli Osservatori (CTC).

Le riunioni dal 2019 in poi degli Osservatori hanno confermato uno scenario di severità idrica alta per quattro distretti su sette (i distretti idrografici del Fiume Po, delle Alpi Orientali, dell'Appennino Settentrionale e uno scenario di severità idrica media con tendenza in peggioramento per il distretto idrografico dell'Appennino Centrale).
Lo stato di salute dei distretti idrografici dipende dalle precipitazioni, dalle acque superficiali, da quelle sotterranee, dai ghiacciai, dalle fonti e tanti altri fattori. Pertanto, è necessario formulare un indice generale di controllo che tenga conto di tutti questi elementi.
L'ISPRA ha sviluppato una procedura automatica denominata BIGBANG-Bilancio Idrologico GIS BAsed, a scala Nazionale, per la stima delle componenti del bilancio idrologico sulla base dell'equazione P - E = R + G + DV che rappresenta le variabili idrologiche:

precipitazioni totali (P) - come già spiegato precedentemente
evapotraspirazione reale (E) - la quantità d'acqua (unità di tempo) che dal terreno passa nell'aria allo stato di vapore per effetto congiunto della traspirazione attraverso le piante e dell'evaporazione, direttamente dal terreno
ruscellamento superficiale (R) - fenomeno di scorrimento delle acque piovane sulla superficie del terreno che si verifica quando esse non possono penetrare in profondità perché è stata superata la capacità di infiltrazione che caratterizza il terreno stesso
ricarica degli acquiferi (G) - quantità di acqua convogliata negli acquiferi attraverso diversi meccanismi di ricarica
immagazzinamento di volumi idrici nel suolo e nella copertura nivale (DV) - quantità di acqua immagazzinata nelle falde acquifere o negli strati di neve non perenne che nei mesi estivi ricaricano le acque superficiali tramite lo scioglimento delle nevi.

In base ai dati attualmente disponibili e alle valutazioni del modello BIGBANG (Rapporto ISPRA n. 339/2021), la disponibilità di risorsa idrica media annua in Italia, calcolata sul lungo periodo 1921-1950 era di circa 166 miliardi di metri cubi, valore storico di riferimento del nostro Paese. Il calcolo della disponibilità di risorsa idrica in Italia effettuato su trentenni climatologici successivi ha evidenziato una tendenza negativa nei valori di disponibilità, il valore annuo medio di risorsa idrica disponibile per l'ultimo trentennio 1991-2020, corrispondente a circa 134 miliardi di metri cubi, che rappresenta una riduzione del 19% rispetto al valore storico.

Previsioni future

La gravità della situazione non è data solo dalla sempre più ridotta disponibilità idrica: un ruolo cruciale, infatti, viene ricoperto dal nostro sempre più elevato consumo di acqua. Si stima che circa 64 miliardi di metri cubi, sui 133 attualmente disponibili, siano il volume che ricarica gli acquiferi. Se noi superiamo questo valore di consumo in un anno, il ciclo si interrompe.

Il ciclo dell'acqua ci viene spiegato in modo molto semplificato alle elementari; tuttavia, è un modo efficace per immaginare la situazione: se a livello antropico noi consumiamo le risorse idriche senza reimmetterle adeguatamente nel sistema, il ciclo si interrompe. Come in una fontana dove l'acqua circola, se noi inseriamo nel sistema una perdita (come un buco in un tubo) la fontana si prosciugherà.
L'azione antropica svolge, dunque, un ruolo fondamentale sul benessere idrologico del Paese e agisce in molti modi diversi, dal surriscaldamento globale allo spreco di acqua diretto. Da una prima analisi condotta dall'ISPRA, si prevede che per effetto dei cambiamenti climatici vi sarà a livello nazionale una riduzione della disponibilità di risorsa idrica di circa il 10% nella proiezione a breve termine, nel caso si adotti un approccio di mitigazione aggressivo nella riduzione delle emissioni di gas serra ( aumento di 1,5 °C secondo il rapporto IPCC).
La riduzione, invece, sarà del 40% (con punte del 90% per il sud Italia) nella proiezione a lungo termine, ipotizzando che la crescita delle emissioni di gas serra mantenga i ritmi attuali (aumento di 2,5 °C, scenario IPCC «business as usual» più gravoso in termini di emissioni).

Questi scenari porteranno inevitabilmente ai fenomeni di desertificazione in alcune zone del nostro paese, secondo l'ISPRA già il 28% del suolo nazionale porta evidenti segni di desertificazione permanente. Considerate che in Spagna ed in Grecia i livelli di desertificazione hanno già raggiunto quasi il 70% del suolo nazionale.

Cosa possiamo fare?

Determinare uno stato di emergenza è sicuramente il primo passo anche se effettuato in ritardo. Tramite il razionamento delle risorse idriche e la richiesta di abbassare i consumi di acqua potabile, già in opera in alcune Regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna), si potrebbe tamponare momentaneamente la mancanza di acqua.
Tuttavia, questo non è sufficiente: Patuanelli, Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, ha recentemente dichiarato che "lo stato di emergenza causato dalla siccità potrebbe essere ampliato ad altre Regioni che stanno facendo richiesta. Tra queste ci sono il Lazio, l'Umbria, la Liguria e la Toscana". Questo è un primo passo ma assolutamente temporaneo, è necessario attuare un programma sul lungo termine.

In Italia il consumo pro capite di acqua potabile secondo i dati ISTAT 2018 è molto elevato: parliamo di 215 litri per abitante al giorno, contro la media europea di 125 litri; per di più, nei Comuni capoluogo e Città metropolitane italiane, il dato (anno di riferimento 2020, ISTAT) sale ulteriormente fino a 236 litri.

I principali consumi dell'acqua nel nostro Paese riguardano l'irrigazione (51%), l'uso industriale al (21%), l'uso civile (20%), l'energia (5%) e la zootecnica (3%). Le fonti di approvvigionamento di acqua per uso civile, per i nostri rubinetti, sono per l'84,3% acque sotterranee, per il 15,6% acque superficiali (corsi d'acqua, laghi e invasi artificiali) e per lo 0,1% acque marine o salmastre.

Per contrastare questa crisi idrologica, vi sono diversi progetti in agenda, come il riuso delle acque in agricoltura e la dissalazione di acque marine, progetti che in minor tempo possibile devono diventare strutturali e non momentanei. Secondo i dati dell'Unione Europea, nel Vecchio Continente vengono trattati con i depuratori più di 40 miliardi di metri cubi di acque reflue; tuttavia, quelli "riutilizzati" sono soltanto 964 milioni di metri cubi. Mentre in Italia si riusano ogni anno 233 milioni di metri cubi di acque reflue. Molti enti di ricerca cercano di promuovere il concetto di economia circolare nell'utilizzo delle acque in modo permanente, anche considerando le ingenti perdite economiche che derivano da questi periodi di siccità (1.3 miliardi solo nel 2021).

"L'ultimo rapporto Istat sull'acqua pubblicato a marzo indica che le perdite del sistema idrico corrispondono ancora al 36,2% nel 2020. La perdita giornaliera per chilometro di rete è pari a 41 metri cubi, pari a 0.9 miliardi di metri cubi ogni anno.

In più di un capoluogo su tre si verificano perdite totali superiori al 45% con punte fino al 70%; cosa che non è degna di un Paese civile", ha dichiarato Patuanelli.
Secondo la fonte di Utilitalia, le aziende italiane del settore idrico sono pronte a introdurre investimenti per circa 11 miliardi di euro nei prossimi 5 anni per la costruzione di serbatoi, la ricerca di nuovi approvvigionamenti, il riutilizzo delle acque reflue, la riduzione delle dispersioni e il miglioramento delle interconnessioni tra acquedotti.
Più in generale, gli investimenti in Italia nel settore idrico hanno raggiunto i 49 euro annui per abitante, un dato in crescita del 22% rispetto al 2017 ma ancora lontano dalla media europea che è di circa 100 euro.

Oltretutto, nelle gestioni comunali "in economia", che interessano più di 8 milioni di cittadini soprattutto al Sud, gli investimenti crollano a 8 euro per abitante.

Risulta ormai necessario investire principalmente sull'ambiente come i nostri scienziati gridano da anni e farlo in tutti i settori, poiché, come è facile intuire, sono strettamente correlati tra loro.
Dobbiamo iniziare a modificare in primis il nostro modo di ragionare nei confronti delle risorse che abbiamo a disposizione, il che non vuol dire privarcene ma evitare gli sprechi. Come insegna Asimov, gli esseri umani sono gli esseri più restii alla privazione e sono in grado di negare qualsiasi cambiamento senza un'alternativa valida pronta e a portata di mano. Ci auguriamo, tuttavia, che l'attuale crisi ambientale sia decisiva per escogitare velocemente queste alternative valide, ma ci vuole collaborazione e capacità di ascolto: se il saggio indica la luna, smettiamo di guardare il dito.


Si ringraziano ISPRA ed Utilitalia per le immagini e i grafici