Neve artificiale: quando la natura non basta

Le piste con innevamento programmato sono oramai indispensabili se gli impianti sciistici vogliono rimanere aperti d'inverno, ma hanno i loro costi.

Neve artificiale: quando la natura non basta
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I giorni della merla, secondo la tradizione italiana, sono i tre giorni dell'anno in cui il freddo è più rigido e ricadono negli ultimi di gennaio, cioè il 29, il 30 e il 31. Tradizioni a parte, gennaio e febbraio sono mesi perfetti per passare un week-end sulla neve o un'intera settimana bianca, se non è stato possibile durante le vacanze di Natale.
Con il passare degli anni, la domanda di turismo sciistico non è cambiata enormemente; d'altro canto, con anni sempre più caldi, tale condizione economica è destinata a sparire ben presto perché in Italia ma anche all'estero, a determinate quote, la neve è sempre più rara e gli impianti invernali hanno difficoltà ad andare avanti.
Per sopperire alla mancanza di precipitazioni, si utilizzano i cannoni per la neve artificiale, ma come funzionano? Possono rappresentare un problema a lungo termine?

Scende la neve, ma il suo tragitto è breve

La creazione di neve artificiale è un processo fisico tutto sommato semplice: bastano le giuste condizioni ambientali e una sorgente d'acqua. Volendo imitare il processo naturale, abbiamo bisogno di nuclei di congelamento, ovvero particelle dove avviene la crescita: se per la neve naturale si tratta principalmente di polvere o polline, per quella artificiale si utilizza direttamente l'acqua o, per meglio dire, minuscoli cristalli di ghiaccio (Un fenomeno similare avviene per la creazione di nubi temporalesche con l'utilizzo di ioduro di argento).

Prelevando l'acqua da una sorgente, questa viene spruzzata ad alta pressione nell'aria per formare minuscole goccioline (processo di atomizzazione). L'improvviso cambio di pressione e temperatura porta al repentino raffreddamento che può innescare abbassamenti fino a -40° C.
Ottenuti i piccoli cristalli di ghiaccio, su questi vengono spruzzati getti di altra acqua che andrà a solidificarsi e a far crescere il fiocco di neve. L'eventuale uso di aria compressa favorisce la creazione di cristalli di ghiaccio più fini e un minore utilizzo di acqua.

I cannoni più utilizzati creano neve con questa strategia e variano principalmente per l'ingegnerizzazione del processo: ci sono sparaneve con ventole o senza, in modo da arrivare più o meno lontano con il getto, e cambiano forma per risultare più potenti o più versatili.
In media si producono 2,4 metri cubi ogni metro cubo d'acqua. La neve prodotta in questo modo risulta più densa e compatta.
Esistono anche altri due tipi di innevamento programmato. Nel primo si utilizza un blocco di ghiaccio che viene raschiato tramite lame: questo processo crea fiocchi di neve più simili a quelli naturali, ma richiede grandi quantità di ghiaccio. Si può utilizzare anche una tecnica a ultrasuoni per atomizzare le gocce d'acqua, che migliora il controllo dimensionale dei nuclei di congelamento grazie alla modulazione della frequenza utilizzata.
Quest'ultima tecnica ha costi proibitivi per le piste e viene utilizzata per altri scopi quali umidificatori, spray medici e verniciatura a spruzzo.

Giocano un ruolo fondamentale la temperatura e l'umidità; un intervallo ottimale dell'atmosfera per far agire i cannoni va dai -5 gradi ai 10 gradi Celsius e con un'umidità che non superi il 40%. Considerati questi aspetti, risulta evidente che l'utilizzo dei cannoni da neve avviene soprattutto durante la notte, quando la temperatura del suolo è minore di quella dell'aria.

La febbre delle montagne

L'uso dei cannoni sparaneve è impiegato sulle alpi dagli anni '70 e sul versante italiano dagli anni '80. Nati con lo scopo di supporto a una stagione non particolarmente proficua, al giorno d'oggi il loro utilizzo risulta purtroppo imprescindibile: il belpaese è tra le nazioni che più fanno uso di neve programmata nei propri impianti, con il 90% delle piste da sci che ne sono ricoperte artificialmente (per un termine di paragone, le piste francesi che utilizzano neve artificiale sono circa il 40%, mentre per la Svizzera il 50%).

Si tratta di sistemi dispendiosi, sia dal punto di vista energetico che ambientale, perché l'acqua arriva da bacini idrici sfruttati e che può portare ad aggravare la siccità spesso presente nel nostro territorio.
Per questi motivi, i costi sono alti e le stazioni sciistiche hanno problemi a tirare avanti: 249 sono gli impianti chiusi secondo l'ultimo report di Legambiente del 2023.

Con presupposti così pessimistici, si stima che solo i grandi resort, che tipicamente si trovano anche più in alto (dove le precipitazioni sono anche più abbondanti) hanno la capacità di rimanere in piedi e l'incentivo per investire in attrezzature per la creazione di neve artificiale; al contrario, per le strutture piccole e medie gli investimenti potrebbero non fruttare a causa degli effetti del cambiamento climatico troppo impattanti, rischiando così di chiudere battenti.
Dati tutti questi fattori, sono molte le voci che chiedono di cambiare il paradigma del turismo alpino, non più incentrato su sport invernali e discese coperte di neve che ne sono il fulcro, ma piuttosto su soggiorni, trekking e turismo classico, che possono essere sfruttati anche tutto l'anno.

Molto si baserà sul come sarà utilizzata tale tecnologia e le possibilità che può fornire al pianeta Terra: chissà che in futuro non si riesca davvero a utilizzare la neve artificiale per fermare lo scioglimento dei ghiacciai.

Fonti:
Journal of mediterranean ecology
International journal of refrigeration
Legambiente
Journal of alpine research