Podcast: storia ed esplosione di un fenomeno mondiale

Con un successo sempre crescente i podcast sono diventati la normalità anche in Italia. Scopriamo cosa c'è dietro questo nuovo mezzo di comunicazione.

speciale Podcast: storia ed esplosione di un fenomeno mondiale
INFORMAZIONI SCHEDA
Articolo a cura di

E alla fine i podcast esplosero anche in Italia. Dopo anni di "gavetta" anche il nostro Paese sembra essersi finalmente appassionato alla sempre più fiorente moda dei popolari file audio ascoltabili on demand e in streaming. Con un numero di sistemi di ascolto sempre più ampio e una qualità e varietà di contenuti alzatasi inesorabilmente era solo questione di tempo prima che il podcast diventasse una realtà fiorente anche da noi.
Secondo una recente ricerca di Nielsen, infatti, in poco meno di tre anni gli ascoltatori di podcast in Italia sono passati da 850 mila a oltre 2 milioni e 700 mila persone. Tutti amano i podcast e tanti, da aziende a influencer, da esperti a tecnici, li usano come potente forma di comunicazione. Ma come è nata e si è sviluppata questa particolare forma di comunicazione?

Di cosa si tratta

Il podcast non è altro che una tecnologia che permette l'ascolto di file audio tramite connessione a internet: questi file vengono periodicamente aggiornati e distribuiti in puntate. L'indirizzo in cui il file viene inserito, una sorta di database, è il famoso "feed RSS", una lista con la quale classificare il file audio e che viene aggiornata ogni volta che un nuovo file viene inserito. Raggiunto l'indirizzo in cui il file è stato caricato è possibile scaricarlo sul proprio dispositivo e ascoltarlo. Un processo che è rimasto immutato per diversi anni, almeno fino alla diffusione dei servizi streaming, che hanno "eliminato" la procedura di scaricamento e, tramite il loro database interno, permettono di ascoltare il file direttamente sulla piattaforma, senza doverlo per forza scaricare.

La sua natura intrinseca lo rende quindi molto simile a una canzone, una traccia audio inserita in un "album" più grande, che l'utente decide di ascoltare: anche i creatori, quindi, si impegnano per creare dei file quanto più possibile ben realizzati e curati sin nei minimi dettagli, con un certo copione che ben si differenzia dalle classiche dirette radiofoniche cui siamo stati abituati per anni.

iPodCast

A livello letterale il termine non è altro che una combinazione delle parole inglesi "pod" e "cast". Cast significa semplicemente spargere e diffondere, mentre pod, letteralmente baccello, fa riferimento principalmente al famoso supporto con cui questi contenuti si sono diffusi e sono stati ascoltati per lungo tempo, l'iPod. A coniare il termine fu nel 2004 il giornalista del The Guardian Ben Hammersley, che cercò di classificare il fenomeno che in quegli anni riscuoteva sempre maggiore successo negli Stati Uniti. Questi piccoli e facilmente fruibili file audio fecero quello che le radio non riuscivano all'epoca a fare: con l'assenza di una radio a copertura nazionale, con piccole emittenti locali che si dividevano altrettanto piccole fette di mercato, era davvero difficile che dei programmi validi riuscissero ad avere grande diffusione.

Internet permetteva ai creatori di contenuti e agli speaker di superare i ristretti confini statali e rivolgersi praticamente a tutta la nazione. Fu la tecnologia ad aiutare tutto questo, prima con i più classici servizi peer to peer e poi con l'investitura ufficiale da parte di Apple e Steve Jobs che diedero una spinta importante alla diffusione del fenomeno in tutto il territorio.

Un successo "seriale"

L'arrivo dei nuovi iPod del 2005 fu accompagnato da un'interessante novità che incoronava i podcast come astro nascente dell'ascolto portatile. I nuovi dispositivi della mela erano stati dotati di una funzione specifica per ascoltare e catalogare i podcast e iTunes fu quasi subito dotato di un'intera sottocategoria dedicata proprio a questo tipo di contenuti.
Il successo divenne totale due anni dopo con l'arrivo di iPhone, il primo smartphone per eccellenza, capace di integrare al suo interno le funzioni degli iPod, compresa, naturalmente, quella di ascolto e scaricamento dei podcast. Il potenziale di diffusione raggiunse il suo massimo ma per iniziare a parlare di fenomeno di massa l'attesa durò parecchi anni, fino al 2014. Il lancio di Serial, un podcast strutturato come una serie tv, con puntate interconnesse e avvincenti, divenne un vero e proprio caso in tutto il paese, capace di arrivare a oltre 250 milioni di ascolti.
La natura stessa del prodotto, una fittizia indagine su un omicidio condotta da un finto giornalista, mostrò a tutti la potenzialità reale e la profonda "malleabilità" dei podcast, capaci di catturare con pochissimi mezzi le attenzioni di tutti. Un successo che dopo anni dal lancio nessuno si aspettava così forte e massiccio.

I Podcast nel mondo

Nel resto del mondo però, i podcast hanno fatto davvero molta fatica. Più legati ai metodi di diffusione tradizionali, i mercati europei hanno guardato sempre con parecchia diffidenza il fenomeno. Le radio nazionali, molto più forti, hanno sempre snobbato questa tecnologia, forti del loro dominio sulle frequenze più tradizionali. Il podcast era più che altro un modo in più per diffondere i propri contenuti tradizionali. Basta guardare la realtà italiana di qualche anno fa, dove le liste di podcast in lingua italiana non erano altro che registrazioni di popolari programmi radiofonici già andati in onda, che davano la possibilità di risentire on-demand i programmi che non si era riusciti a seguire in diretta.

Fino a qualche anno fa i podcast erano visti solo come un metodo in più di trasmissione e non una possibilità di proporre contenuti originali pensati per la natura intrinseca del nuovo mezzo. Il modello Serial ha però in qualche modo cambiato le cose, aprendo una strada nuova e dimostrando che un nuovo sentiero, seppur pericoloso, poteva essere percorso. Tutto questo mentre i creatori "indipendenti" di contenuti, quelli lontani dal circuito delle radio tradizionali, iniziavano a capire di avere tra le mani un metodo semplice e immediato per dare sfogo alla loro creatività.

E in Italia?

Nel nostro Paese il podcasting ha fatto molta fatica ad emergere. Inizialmente, ai suoi albori, fu utilizzato da alcuni artisti famosi come Max Pezzali, Fiorello o Jovanotti per avere un rapporto più diretto con i propri fan, con la creazione di contenuti personali in cui parlare delle proprie passioni e della propria sfera privata. Si è trattato quasi sempre di esperienze di brevissima durata, via via rimpiazzate dalla sempre maggiore diffusione dei social network e da nuovi contesti in cui costruire il rapporto con i propri fan.
La diffusione dei podcast, come nel resto d'Europa, fu inizialmente costruita sul successo di specifiche trasmissioni radiofoniche tradizionali. La Rai iniziò a proporre quasi tutte le sue trasmissioni radiofoniche via podcast, per un esempio che fu via via seguito da tutte le altre più importanti emittenti radiofoniche private. Radio Radicale, con i suoi contenuti sociali e politici, fu uno degli esempi più vividi di applicazione totale dell'emittente al nuovo metodo di diffusione.

Agli albori furono anche istituzioni pubbliche e università ad utilizzare questa tecnologia, seppur non in modo continuativo, ma comunque utile per la diffusione tra i giovani di questo metodo di trasmissione. Tutto questo ha dato piano piano linfa vitale allo sviluppo di un circuito indipendente sempre più fiorente fatto di creativi lontani dal mondo della grande editoria.

Grande crescita

La diffusione dello streaming in tutte le sue forme e la nascita di servizi per l'ascolto e la lettura hanno dato il là alla diffusione del fenomeno anche nel nostro Paese. Basta poco per ascoltare questi contenuti, fruibili ormai in qualsiasi modo e in contemporanea con molte altre attività. Tutto questo, abbinato alla diffusione degli smartphone, ha fatto il resto: gli ultimi tre anni hanno fatto registrare una crescita del 217%. Gli ascoltatori italiani sono quasi tutti concentrati nella fascia d'età tra i 18 e i 40 anni con un trend piuttosto positivo tra i giovani tra i 18 e i 25 anni.

Il 66% di loro preferisce ascoltare i propri file a casa, il 28% in macchina, come un qualsiasi programma radiofonico, mentre il 18% durante i propri spostamenti con i trasporti pubblici. Sembra proprio che, soprattutto tra le nuove generazioni, questo metodo di ascolto e fruizione stia diventando di uso abbastanza comune. I creatori stanno dando vita ad una libreria sempre più vasta e capace di coprire parecchi gusti e gli ascoltatori si stanno abituando a una libertà di ascolto che mai avevano avuto prima: ed è forse proprio questa la chiave di un successo probabilmente destinato, negli anni, a ingrandirsi ancora di più.