Serie A e diritti TV: una storia complicata che continua da oltre trent'anni

I diritti tv della nostra Serie A di calcio sono sempre stati al centro di vicende lunghe e travagliate, molto più complesse di quanto si possa immaginare.

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Il 2018 ha segnato un nuovo e importante capitolo della trentennale storia dei diritti televisivi della Serie A di calcio: al monopolio Sky e al ridimensionamento di Mediaset si è aggiunto un nuovo soggetto, Dazn, che per la prima volta introdurrà lo streaming e internet nella contesa. Per seguire tutte le partite i tifosi saranno costretti a sottoscrivere più abbonamenti, spendere di più e a gestirsi tra più piattaforme. Una situazione che sta scontentando tutti, ennesimo capitolo della travagliata storia televisiva del nostro campionato, da anni al centro di infiniti giochi di potere tra società e network, pronti a tutto pur di accaparrarsi uno dei business più redditizi del Paese.
Il tutto, da sempre, a discapito degli utenti, che ora dovranno ulteriormente cambiare le loro abitudini e fare dei sacrifici per godere a pieno dei match della propria squadra del cuore. Dal dominio Rai, all'arrivo della pay tv, fino al digitale terrestre: ripercorriamo tutta la storia televisiva del nostro campionato.

La preistoria

Per lungo tempo calcio e televisione sono rimasti due mondi totalmente separati. Fino agli anni '80 il concetto di trasmissione televisiva era assente nel nostro Paese: gli introiti arrivano tutti dai biglietti, non erano previsti guadagni o pubblicità sull'evento e tutte le partite si giocavano per consuetudine la domenica pomeriggio. Per questo motivo, potenzialmente, ogni televisione privata aveva libero accesso allo stadio e possibilità di riprendere il match, ma nessuno approfittò mai di questa possibilità per mancanza di introiti o dei mezzi necessari per garantire la riuscita della messa in onda. Le abitudini degli italiani erano ben diverse e il calcio veniva seguito per radio, con la diretta di tutte le partite e il mitico "Tutto il Calcio Minuto per Minuto".
La Rai trasmetteva alla fine della giornata gli highlights, nonché la telecronaca in differita di una partita a scelta. Venivano mandati in onda solo eventi eccezionali, come anticipi o spareggi, ma la regola era che questi non dovevano essere trasmessi nella provincia della squadra di casa, per evitare la perdita di spettatori paganti allo stadio. Il calcio si viveva solo "live" e il "modello stadio" era preponderante su tutto il resto.

Il monopolio Rai

Il primo vero e reale concetto di vendita dei diritti televisivi arrivò negli anni 80' e si ispirò palesemente ad un modello anglosassone, che era capace di sfruttare nel modo migliore la messa in onda del calcio e i diritti televisivi che ne derivavano. Lega Calcio e Rai stipularono i loro primi contratti nel 1980: per 3 miliardi di lire la televisione di stato veniva eletta come unica depositaria delle immagini dei match. In sostanza, tutte le telecamere delle emittenti private vennero escluse dagli stadi per far posto, in esclusiva, solo agli addetti Rai. Il calcio doveva essere gratuitamente disponibile per tutti e la logica della messa in onda non cambiò per più di 10 anni. La Rai gestiva le immagini delle partite, mandava in onda i riassunti grazie a 90° minuto, trasmetteva anticipi o eventuali spareggi e si occupava di tutto. Lo stadio era ancora prerogativa assoluta, vera e unica fonte di guadagno per i club, almeno fino a quando, negli anni '90, un nuovo concetto distrusse ogni certezza trasformando radicalmente il mondo del calcio italiano ed europeo: era arrivata la pay tv.

I diritti "criptati"

L'avvento di Fininvest aveva regalato al mondo televisivo italiano una nuova veste, molto più commerciale: tutto poteva essere business, tutto poteva essere comprato e gli spazi pubblicitari erano diventati linfa vitale insostituibile per la sopravvivenza stessa del mezzo. In questo quadro si inserì Telepiù, società francese che lanciò per prima il concetto di pay tv in Italia. I suoi canali, con contenuti di qualità e fortemente tematizzati, venivano trasmessi agli abbonati attraverso un decoder analogico da collegare alla propria tv, in una sorta di antesignano di quello che poi sarebbe diventato l'odierno digitale terrestre. Il 1993 segnò il definitivo addio del calcio visibile gratuitamente e per tutti, grazie agli accordi della Lega con Telepiù. Nacque così il concetto, anche questo mutuato dalle logiche anglosassoni, di diritti televisivi criptati.
I diritti di messa in onda della Serie A non erano più un unicum, ma due corpi giuridici separati: la Rai mantenne i "diritti in chiaro", Telepiù acquisì quelli criptati: solo chi pagava poteva avere accesso ai contenuti. Il calcio da stadio iniziò a diventare via via sempre meno importante, sostituito da una logica che privilegiava la messa in onda televisiva. Non ci volle molto prima che i diritti diventassero un business milionario, fonte di introiti via via sempre più preponderante nel bilancio delle squadre di calcio e delle stesse istituzioni che le governavano.

L'era Telepiù

Per tre anni, dal '93 al '96, la prima pay tv italiana ebbe la possibilità di trasmettere la Serie A in diretta. Sui suoi canali veniva mandata in onda una partita a settimana del campionato, per l'occasione posticipata alle 20.30 della domenica, per garantire il massimo della visibilità. I posticipi erano esclusiva degli abbonati al servizio, semestrali e annuali, con la scelta anticipata delle gare da trasmettere nel rispetto di alcuni vincoli di equa visibilità per ciascuna squadra. La Rai poteva mandare in onda in diretta solo gli eventi eccezionali, come gli anticipi, i rinvii o gli spareggi di fine campionato. Il modello, tanto gradito e fonte di guadagni importanti, venne ampliato in maniera decisa nel triennio successivo. Fino al 1999 Telepiù, grazie al lancio della sua piattaforma satellitare, si garantì un maggiore numero di canali e la possibilità di mandare in onda tutte le partite di Serie A: i tifosi potevano sottoscrivere diversi abbonamenti, sia per vedere tutte le partite, sia per avere solo quelle di una squadra, sia per acquistare eventi singoli tramite il sistema pay per view. La Rai mantenne la sua esclusività sugli eventi straordinari, ma il suo peso divenne via via sempre minore. Il calcio in Italia era diventato ufficialmente a pagamento.

Largo ai club: l'arrivo del duopolio

La fine del secolo e l'avvento del nuovo millennio venne segnato da due eventi piuttosto importanti. Il primo, fu l'introduzione dei diritti soggettivi, con la Lega Calcio che decise di farsi da parte per permettere ad ogni club di gestire in autonomia i diritti televisivi delle sue gare casalinghe; il secondo, fu l'arrivo di una seconda piattaforma satellitare a rompere il monopolio di Telepiù - diventata nel frattempo D+ - Stream TV. La situazione creò non pochi problemi e fu parecchio ingarbugliata, con metà campionato su una piattaforma e metà sull'altra. Per seguire la propria squadra era necessario abbonarsi a entrambi i servizi, che utilizzarono per lungo tempo decoder diversi. Anno dopo anno i due concorrenti iniziarono a contendersi a suon di milioni i club più ambiti, ma le compravendite si fecero via via sempre più difficili. Nel 2001-2002 numerose società minori, insoddisfatte per le offerte ricevute, ritardarono a vendere i loro diritti, portando ad un clamoroso slittamento dell'inizio del campionato. Il 2000, tra l'altro, segnò la fine della messa in onda delle partite in diretta in Rai: la fine degli spareggi e l'arrivo della classifica avulsa avevano cancellato del tutto il ruolo della TV di stato nelle dirette.

La nascita di Sky

Il gruppo di Rupert Murdoch, proprietario di Stream, pose definitivamente fine al duopolio acquistando il gruppo Telepiù e dando vita a Sky Italia, nuova e unica piattaforma satellitare italiana. La nuova situazione portò il gruppo a fare offerte decisamente più basse per l'acquisizione dei diritti, ancora una volta a discapito delle società più piccole. Senza nessun altro soggetto con cui interfacciarsi la Lega decise di dare vita essa stessa ad una televisione concorrente, Gioco Calcio, che doveva servire a bilanciare il sistema e a dare spazio e visibilità ai club minori. Il progetto si rivelò sin da subito fallimentare, povero negli investimenti e nelle risorse. La piattaforma durò solo pochi mesi. Nel 2003-2004 undici squadre rimasero a Sky e sette decisero di aderire a Gioco Calcio; nel corso della stagione tutte, una dopo l'altra, decisero di rompere il loro contratto e passare a Sky che, incredibilmente, chiuse la stagione con la copertura totale del campionato, costringendo la Lega a chiudere il suo fallimentare progetto a giugno del 2004.

Il Digitale Terrestre

Sky stabilì un monopolio assoluto e impossibile da contrastare per le gare della Serie A. L'avvento del digitale terrestre portò però una decisa ventata di aria fresca, permettendo a nuovi soggetti di affacciarsi al mondo televisivo a pagamento, sfruttando infrastrutture già esistenti e che in pochi anni sarebbero diventate per tutti obbligatorie. Gennaio 2005 vide nascere Mediaset Premium e La7 Cartapiù, che entrarono con decisione e profondo spirito competitivo nel mondo del calcio. Sky, tenuta a rispettare gli obblighi dell'antitrust dopo la sua fusione con Telepiù, vide i suoi diritti trasformarsi in esclusivi solo per il satellite e non per il digitale terrestre. Mediaset e La7 diedero vita ad una concorrenza spietata verso il competitor: non avevano la sua forza e la stessa disponibilità economica, ma potevano permettersi di offrire i contenuti ad un prezzo molto più concorrenziale.
Il modello del "paghi solo quello che vedi" divenne la norma per il primo periodo, con le due nuove realtà che nel corso degli anni si divisero, in modo più o meno equo, le squadre del campionato. Seguire tutto il campionato era possibile solo sul satellite con Sky, mentre il modello del pay per view per singolo evento sul digitale lasciò presto il posto a veri e propri abbonamenti, dal costo comunque inferiore. I tifosi, a seconda della propria squadra del cuore, sceglievano o una o l'altra piattaforma, consapevoli che alcune partite non sarebbero andate in onda sul servizio scelto.

La stabilizzazione

La situazione si stabilizzò dal 2006, quando Mediaset e LA7 acquistarono i diritti esclusivi da tutte le società, tenendo per loro quelli terrestri e rivendendo a Sky quelli satellitari. In questo modo furono le tre TV ad accordarsi sul modo in cui trasmettere le gare: Murdoch mantenne la totalità del suo pacchetto e del suo monopolio satellitare, mentre le due società del digitale terrestre si divisero più o meno equamente i club del campionato. Fu inoltre introdotto il concetto di squadra "full": i due network scelsero alcuni club, nella loro lista, dei quali potevano trasmettere tutte le partite della stagione, e non solo quelle in casa. Se alcune partite "minori" andavano in onda in esclusiva su un servizio piuttosto che su un altro, la maggior parte dei match riusciva invece ad essere trasmesso su tutte e due le piattaforme. Nel 2009 Cartapiù fu sostituita da Dahlia TV, che ne proseguì senza troppi patemi l'attività, dividendosi ancora una volta con Mediaset le squadre: nel 2009-2010 le due realtà si spartirono equamente il campionato, con 10 squadre a testa e ben 6 in modalità full.
Le cose erano però destinate ancora una volta a cambiare: la Lega decise di prendere nuovamente in mano la vendita dei diritti TV, che tornarono ad essere un corpo unico e non più diviso per società. I network si ritrovarono così a trattare solo con la Lega, pronta a monetizzare il più possibile la faccenda, con tre operatori disponibili all'acquisto.

Il nuovo duopolio

Se da una parte Sky continuò a vedere intatta la sua esclusività sui diritti satellitari, quelli terrestri furono gestiti in modo ben diverso. A Mediaset Premium furono garantite 12 squadre, con diritto di scelta su 10, e a Dahlia le rimanenti 8, con diritto di seconda scelta solo su 3. Fu eliminato qualsiasi tipo di distinzione tra gare in casa e in trasferta: chi aveva una squadra ne mandava in onda tutte le partite. Il modello, con i tifosi che finalmente potevano seguire tutti i match della loro squadra senza distinzione tra piccola e grande, era però profondamente sbilanciato: Mediaset aveva possibilità di trasmettere 324 incontri su 380, con particolare attenzione per le squadre più importanti.
L'idea era quella di rendere Dahlia la TV delle squadre piccole, quelle che in altre realtà non avevano visibilità, ma il tutto si trasformò in un boomerang che portò il network a disgregarsi piano piano, perdendo abbonati fino alla chiusura definitiva nel 2011. Un nuovo duopolio prese così piede. I metodi di trasmissione erano diversi, ma la concorrenza spietata è andata avanti fino a poco tempo fa, in una storia dai contorni definiti e più o meno conosciuti da tutti.

Gli ultimi anni

Fino al 2015 era Sky ad avere i diritti di tutta la Serie A, con Mediaset che mandava in onda tutte le gare di dodici squadre scelte a inizio stagione, per un totale di 324 partite sulle 380 totali, e Sky che deteneva i diritti in esclusiva di 56 partite. La situazione cambiò radicalmente nel triennio successivo, quello che è finito proprio quest'anno. A Sky ancora le chiavi dell'intero torneo, con ben 132 incontri in esclusiva, ma con alcune partite "depotenziate". Premium ha avuto la diretta garantita dei match di 8 squadre con la possibilità di personalizzarle con servizi esclusivi: telecamere negli spogliatoi, interviste durante l'intervallo, conferenze stampa nel pre partita. Il prossimo triennio invece, come già sappiamo, segnerà l'ennesimo cambiamento, con internet che per la prima volta giocherà un ruolo fondamentale nella visione della Serie A. Sembra proprio la rete la nuova infrastruttura capace di cambiare ancora una volta le regole. Per i tifosi ci sarà da soffrire, tra partite divise e più abbonamenti da fare, nella speranza che i costi siano contenuti e che la situazione si stabilizzi ancora, almeno fino a che non arriverà l'ennesimo scossone a cambiare ancora una volta le carte in tavola. Lo dice la storia.