Smartphone e concerti: l'industria musicale si divide

Ha fatto molto discutere la recente presa di posizione di Jack White, che ha vietato completamente l'utilizzo degli smartphone durante i propri live.

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Cellulare si o cellulare no? Il mondo della musica e la tecnologia negli ultimi mesi sono andati sempre più a braccetto, complici anche le piattaforme di streaming e l'esplosione di internet, che ha avuto un impatto molto importante su quella che un tempo era una delle industrie più redditizie al mondo. È innegabile che il web e le nuove tecnologie abbiano cambiato il panorama musicale: se solo dieci anni fa era impensabile poter accedere a milioni di tracce da un semplice smartphone, pagando 9,99 euro al mese, venti anni fa era praticamente fantascienza pensare che durante i concerti migliaia di persone avrebbero avuto i cellulari in mano pronte a filmare ogni momento per poi condividere tutto sui social network.
A riguardo si è aperto un acceso dibattito negli ultimi tempi, che ha visto protagonisti anche molti artisti più o meno noti, alcuni dei quali hanno anche adottato misure forti.
Uno degli artisti che si è mosso maggiormente sul tema è Corey Taylor, il frontman degli Slipknot e Stone Sour, che già da qualche anno ha cominciato una vera e propria guerra contro quegli spettatori che, ai concerti, al posto di godersi il momento e cantare a squarciagola le canzoni, preferiscono stare col braccio alzato a fare filmati ostruendo la visuale a chi sta dietro.

L'eclettico frontman del gruppo alternative-metal statunitense, infastidito da tutti quegli smartphone puntati contro durante i concerti, è arrivato addirittura a toglierne uno dalle mani di uno spettatore presente nelle prime file, mentre Bjork è arrivata a chiedere esplicitamente, prima dei concerti, di non scattare fotografie e/o videoregistrare per evitare di distrarre l'artista. È noto anche l'odio di Brian Molko, frontman dei Placebo, nei confronti delle fotografie scattate dagli spettatori durante i concerti.
Resta il fatto che, indipendentemente da come possa essere identificato il fenomeno (abitudine, vizio, ossessione, mania, voglia di ostentare), anche molti spettatori di vecchia data hanno preso il vizio di filmare intere parti di concerti e sul web sono nate due scuole di pensiero a dir poco agguerrite.

Quelli che "è un nostro diritto"

Tralasciando gli aspetti tecnici, di cui non abbiamo intenzione di parlare in questa sede, il costo dei biglietti dei concerti soprattutto negli ultimi tempi è aumentato esponenzialmente.
È giustificata da questo la presa di posizione della prima scuola di pensiero, secondo cui "Se pago 100 Euro per un biglietto, posso fare ciò che mi pare durante un live", ovviamente restando nei limiti concessi dal regolamento interno.
È altresì giustificabile il fatto che, senza esagerare, le persone che partecipano a grossi eventi live, che magari vedono protagonisti artisti che tornano dopo tanti anni in Italia, abbiano quasi l'esigenza di fermare il tempo, di scattare una fotografia o di registrare il video della propria canzone preferita.

Quelli che "così non ci si gode il concerto"

Più agguerriti, invece, quelli dell'altro fronte. Per molti recarsi a un concerto rappresenta una liberazione, un momento in cui staccare totalmente con il mondo, di lasciarsi alle spalle i problemi, di entrare quasi in trance agonistica come i calciatori durante una finale di Champions League o dei Mondiali. A cosa serve quindi pagare 100 Euro o più per poi osservare il concerto dallo schermo del telefono?
A cosa serve filmare l'entrata del gruppo o la canzone preferita, al posto di godersela fino all'ultimo secondo sprigionando tutta l'adrenalina che si ha dentro?
C'è anche da dire che in alcuni casi in molti esagerano. Portarsi una videocamera e un cavalletto a un concerto (che siano gli Stones, gli U2 o qualsiasi altro) e filmare per intero il tutto, senza mai girarsi un secondo, senza assaporare il profumo della polvere che si alza mentre gli altri ballano, guardare il cielo durante i fuochi d'artificio, per poi caricare il video su YouTube (su cui non si guadagna nemmeno nulla in casi come questi, dato che le proprietà intellettuali appartengono sempre a terzi), è al limite della vergogna.
In loro soccorso potrebbe arrivare la tecnologia registrata di recente da Apple, che mira a inibire quasi totalmente l'utilizzo degli smartphone durante i concerti attraverso un sensore a raggi infrarossi che, piazzato sul palco, rende impossibile per gli utenti scattare foto o effettuare riprese. Una tecnologia ancora non presentata ufficialmente ma che potrebbe scatenare un vero e proprio putiferio - oltre che una frattura culturale figlia dei nostri tempi.

Dove sta la verità, quindi? Come sempre nel mezzo. Se riteniamo troppo eccessive le prese di posizione di Jack White, che di recente ha addirittura vietato del tutto l'utilizzo degli smartphone durante i propri concerti, obbligando gli utenti a chiuderli nei sacchetti di Yondr per poi tirarli fuori solo in caso di necessità, spostandosi da sotto il palco. È altresì noto che l'utilizzo massiccio dei cellulari da parte degli utenti durante i concerti stia diventando un problema serio per un'industria che punta sempre più sul digitale e in cui le interazioni fisiche artisti-spettatori sono ai minimi storici.
Come trovare dunque un punto di incontro? L'approccio di Chris Martin dei Coldplay potrebbe essere quello giusto: durante il live di Milano, e in generale durante tutto il tour, il frontman del gruppo inglese ha chiesto ai fan di posare gli smartphone durante una sola canzone (Charlie Brown), per sentirsi da soli con la band e più vicini.
Tuttavia, crediamo che imporre ulteriori limitazioni possa rivelarsi un boomerang, aumentando ulteriormente il fenomeno. Siamo nell'epoca dei social network, in cui tutto è digitale e i dati viaggiano sul cloud, su Whatsapp, su Facebook e Instagram. Lasciamo quindi liberi gli spettatori durante i concerti. Senza esagerare. E soprattutto senza flash. La musica era o no un sinonimo di libertà?