Tamagotchi: Storia e ritorno dei cuccioli virtuali

Grazie ad un gioco di prossima uscita sta facendo di nuovo parlare di se il Tamagotchi, l'animaletto virtuale simbolo degli anni '90.

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20 anni fa il mondo veniva "sconvolto" da un gioco tanto semplice quanto geniale. Quel gioco si chiamava Tamagotchi, era racchiuso in un portachiavi a forma di uovo e permetteva agli utenti di prendersi cura di una sorta di animaletto virtuale dalla nascita sino alla morte, in una sorta di "simulatore" talmente semplice da diventare un vero fenomeno di massa: vendite enormi in tutto il mondo, giovani e meno giovani ossessionati da una moda che scatenò anche numerose polemiche. Un'ossessione passata via a grande velocità ma mai del tutto dimenticata. Per questo, dal 2018, arriverà in tutto il mondo una nuova versione del gioco pensata per smartphone e tablet. Sarà di nuovo un successo?

Un animaletto elettronico

Il Tamagotchi, uscito per la prima volta in Giappone nel 1996 e prodotto da Namco Bandai, non è altro se non un videogioco portatile racchiuso in un piccolo portachiavi a forma di uovo. Una mini console con un micro chip all'interno, uno schermo LCD tra i più semplici dell'epoca e tre piccoli tasti con cui giocare. Forme e colori erano numerosi e vari ma lo scopo del gioco rimaneva sempre lo stesso, prendersi cura di un cucciolo di una specie aliena chiamata, appunto, Tamagotchi. Una volta avviato il gioco diventava un vero e proprio compagno di vita. Dalla nascita dell'animaletto in poi, il dispositivo non poteva essere spento fino alla morte dello stesso cucciolo. Tramite i tre tasti si aveva la possibilità di interagire con il "pargolo virtuale", assecondando i suoi desideri e prendendosi cura di lui e dei suoi bisogni: a seconda delle esigenze si poteva dargli da mangiare, metterlo a dormire, farlo giocare, farlo guarire in caso di malattia, ripulire i suoi bisogni fisiologici, controllare e aumentare le sue statistiche vitali, rendendolo felice e in forma, sgridarlo in caso di azioni cattive. Un vero e proprio animale racchiuso in un uovo, un gioco che per molti divenne molto più che un'ossessione.

Un'invenzione semplice, un successo globale

A dare vita al giocattolo era stata una ragazza giapponese, Aki Maita. Il nome derivava dall'unione tra la parola giapponese "tamago", che significa uovo, e "tchi", le ultime lettere della parola inglese "watch", ovvero orologio. Il giocattolo fu commercializzato per la prima volta nel 1996 e inizialmente fu limitato al solo Giappone. Nel 1997 fu lanciato per la prima volta anche negli Stati Uniti e in Europa. Fu un tentativo disperato della Namco Bandai, che produsse il gioco, di uscire da una crisi finanziaria ed economica che la stava portando verso il fallimento. Fu proprio quel piccolo uovo a salvare la baracca e a permettere all'azienda di risalire la china e tornare in auge come produttrice di videogame. Il successo all'epoca ebbe del clamoroso, con code lunghissime nei negozi per accaparrarsi almeno uno dei modelli in commercio. Leggenda metropolitana racconta che in Giappone ne veniva acquistato uno al secondo, mentre in Canada e negli Stati Uniti si arrivava a venderne 15 al minuto. Quel che è certo è che le unità vendute in poco tempo furono circa 40 milioni, aiutate dal prezzo irrisorio e da un passaparola che coinvolse tutto il mondo. Questo successo portò all'uscita di molti dispositivi simili da parte di produttori e di imitazioni non autorizzate.

L'oggetto delle polemiche

Il successo del Tamagotchi provocò, come ogni fenomeno di massa che si rispetti, un vero sciame di polemiche. Per molti il gioco divenne una vera e propria ossessione, con i piccoli animaletti virtuali spesso paragonati a dei cuccioli veri e propri. In Italia venne sollevato un vero e proprio caso nazionale con pesanti critiche rivolte alla morte del mostriciattolo virtuale: questa veniva ritenuta macabra e diseducativa. Nonostante fosse possibile far rinascere un nuovo animale una volta che l'altro era morto, erano in tanti a ritenere questa perdita come fuorviante per i più giovani. In quegli anni si moltiplicarono le notizie, vere o presunte tali, di bambini entrati in crisi, svenuti o addirittura rimasti traumatizzati dalla morte del loro personaggio, cui si erano affezionati come fosse una persona vera. Ad essere criticate erano anche le animazioni di morte del Tamagotchi, soprattutto per le imitazioni non originali. La furia di critiche e i casi raccontati furono talmente tanti che il gioco fu presto tacciato come non adatto ai bambini, con vere e proprie richieste di sequestro e di divieto alla vendita. Questo non impedì al prodotto di continuare la sua corsa verso il successo, durata quasi dieci anni. Namco Bandai cavalcò il fenomeno come meglio poteva, facendo uscire nuove edizioni, aggiornate con nuovi animaletti e funzioni inedite. Numerose anche le versioni rivedute e corrette per nuove piattaforme, per non parlare di varie mini serie TV, manga, film dedicati. Un vero e proprio universo espanso, destinato però a vedere la sua onda di successo diminuire inesorabilmente.

La fine di un'epoca

Tutti i fenomeni di massa, prima o poi, sono destinati a calare. Quella del Tamagotchi fu una fine lenta e indolore, una discesa verso l'indifferenza che lo vide sparire dai radar. Il progresso tecnologico e la nascita di dispositivi e videogame via via sempre più performanti e potenti ha presto relegato questo fenomeno nel dimenticatoio. Le sue limitate capacità tecniche non potevano sopportare l'onda d'urto delle altre novità e di dispositivi ben più freschi e performanti. Anche le nuove versioni prodotte non riuscirono a dare al gioco la rinfrescata che serviva per renderlo moderno e al passo coi tempi. La fine della grande moda fu inoltre decretata dagli utenti stessi. Passata l'esaltazione, vennero fuori tutti i suoi difetti. Chi ci giocava si stancava molto presto di portarlo in giro. Curare il proprio animaletto diveniva infatti un impegno a tempo pieno: una volta acceso non si poteva spegnere e quello che all'inizio era un divertente passatempo divenne un impegno frustrante ed eccessivo. Un gioco così non poteva durare per sempre e dopo qualche mese di euforia quasi tutti si stancavano, lo chiudevano nel cassetto e non lo usavano più.

Revival e ritorni

76 milioni di unità vendute non potevano passare nel dimenticatoio nonostante, sin dai primi anni 2000, il gioco avesse ampiamente terminato la sua corsa. Le versioni più moderne furono quasi del tutto ignorate con un silenzio quasi definitivo durato più o meno fino a qualche mese fa. Spinta dalla sempre più forte moda dei revival di grandi oggetti, tematiche e prodotti degli anni '80 e '90, Namco Bandai ha deciso di ripubblicare la versione originale del gioco, con tanto di animali, tre tasti per interagire e basico schermo LCD. Un ritorno alle origini che in Giappone ha scatenato la corsa al passato di molti nostalgici. Un ritorno in auge che ha spinto l'azienda a proporre il gran ritorno anche negli Stati Uniti e, probabilmente in un prossimo futuro, anche in Europa. A tutto questo si aggiungerà la già citata uscita di My Tamagotchi Forever, un gioco ispirato a quello originale che sarà disponibile, dal 2018, sia su Android che iOS. L'app è già disponibile in Canada e sarà ampliata con funzioni nuove, una forte dose di interazione e tutte quelle meccaniche che stanno facendo la fortuna dei giochi free-to-play della nostra epoca. La speranza è quella di bissare il successo del tormentone Pokemon Go: vedremo se questi fantasiosi animaletti riusciranno a solleticare la fantasia delle nuove generazioni.