Twitter, tra free speech e moderazione dei contenuti: il ciclone Musk

Elon Musk è diventato il CEO di Twitter e nulla è più come prima: ecco come cambierà il social network con la nuova dirigenza.

Twitter, tra free speech e moderazione dei contenuti: il ciclone Musk
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Il ciclone Elon Musk si è abbattuto su Twitter, cambiando per sempre la fisionomia del social network fondato da Jack Dorsey.
Come se l'arrivo di Musk come CEO di Twitter non fosse stato sufficientemente burrascoso dopo un affare concluso con enorme riluttanza da entrambe le parti a poche ore dall'inizio di un durissimo processo giudiziario, a causare diversi grattacapi all'"uccellino blu" sono ora le politiche promesse dal CEO di Tesla e SpaceX per la sua nuova azienda. Politiche apparentemente così dure da far fuggire i principali inserzionisti da Twitter e da convincere molte star a ritirarsi dal social network.
La parola d'ordine di Elon Musk sembra essere quella del free speech: ma come cambierà la moderazione dei contenuti su Twitter ora che il tycoon sudafricano ne è presidente? E soprattutto: le preoccupazioni degli utenti sono motivate?

Far rispettare le regole

Se ci limitassimo ad un'analisi superficiale, potremmo tranquillamente dire che su Twitter non sia cambiato nulla tra il pre e il post-Musk, almeno dal punto di vista della gestione dei contenuti: certo, c'è stata (e c'è ancora) la questione delle spunte blu di verifica, che rischia di trascinare il CEO di Tesla di fronte al Congresso di Washington, ma le politiche di moderazione di Twitter non sono state modificate dall'arrivo di Elon Musk.

Quantomeno non sono cambiate "per ora", stando a quanto riportato dal tycoon ai microfoni della BBC. Insomma, la visione della libertà di parola del CEO di Tesla si è scontrata con la realtà dei fatti: permettere a chiunque di dire ogni cosa gli passi per la testa non solo sarebbe una scelta moralmente discutibile, ma rappresenterebbe anche un pessimo biglietto da visita per il social network, come il fuggi-fuggi di celebrities e inserzionisti ha dimostrato molto bene negli scorsi giorni. Se consideriamo che Twitter potrebbe andare in bancarotta a causa dei presunti cambi alle sue politiche di moderazione dei contenuti, è altamente improbabile che le modifiche previste da Elon Musk diventino mai realtà. Insomma, nessuno riscriverà le "regole" di Twitter, almeno non tanto presto: discriminazioni, omofobia, razzismo, maschilismo e cyberbullismo continueranno ad essere messi al bando, così come ogni forma di contenuto sensibile, come buonsenso comanda.

Tutto bene quel che finisce bene: vuoi per sincera convinzione o vuoi per senso del denaro, Elon Musk non modificherà le policy di Twitter in termini di gestione dei contenuti sensibili, o quantomeno non lo farà in tempi brevi. Ma siamo sicuri che le cose stiano davvero così?

Scendiamo un po' più in profondità nella questione: anche se i regolamenti non verranno toccati, una "legge" non ha valore se non c'è nessuno a farla rispettare. Twitter ha licenziato migliaia di dipendenti nelle scorse settimane: parte di un piano di tagli al personale deciso da Elon Musk, che ha colpito tutte le branche dell'azienda.
Accanto ai licenziamenti "dentro" il social network, che hanno riguardato perlopiù ingegneri e impiegati di vario genere, la nuova dirigenza ha anche deciso di tagliare il numero di contractor di Twitter, che sono in larga parte al lavoro sulla moderazione dei contenuti, e i loro posti di lavoro sono stati ridotti in percentuale molto più elevata rispetto al resto della forza-lavoro dell'azienda: se i posti di lavoro "stabili" tagliati corrispondono al 50% circa del totale degli impiegati di Twitter, i contractor licenziati sono l'80% del totale.

La mossa della dirigenza Musk rischia, così, di bloccare il lavoro di chi si occupa di gestire le segnalazioni dei contenuti, intasandolo con un numero ingestibile di segnalazioni a cui sarebbe impossibile rispondere e, di fatto, lasciando correre molti più tweet che invece andrebbero rimossi dalla piattaforma.

Questa politica, voluta o meno che sia, del "cambiare tutto senza cambiare niente" è dimostrata anche dall'introduzione, richiesta proprio da Musk, di un "Consiglio per la moderazione dei contenuti", che in primo luogo si occuperà del caso dell'ex-Presidente Donald Trump, bannato a vita da Twitter per il suo ruolo nell'attacco di Capitol Hill del 6 gennaio 2021.

Dal momento che Trump non vuole tornare su Twitter e sembra trovarsi particolarmente a suo agio sul suo network proprietario Truth, la decisione in merito del Consiglio pare essere già scritta, ma la preoccupazione è che quello voluto dal CEO di Tesla sia una sorta di tribunale social ad hoc per figure di peso in campo politico e nello showbiz, o semplicemente per chi ha un numero molto alto di follower.
Il problema di un sistema simile, per il quale potrebbero passare figure estremamente controverse ma con un seguito enorme come Kanye West e i fratelli Tate, è che esso potrebbe essere attraversato da un generico e potenziale conflitto di interessi: perché un ufficio interno di un'azienda dovrebbe decidere di bannare account che portano tantissimo denaro nelle sue casse?

Allo stato attuale delle cose, insomma, non vi è la certezza che il "Consiglio" voluto da Musk, teoricamente pensato per offrire un livello di moderazione aggiuntivo alla piattaforma, non si riveli in realtà uno strumento dalle maglie più larghe rispetto alle policy di base del social.
A ciò, poi, aggiungiamo un altro evento decisamente preoccupante: a inizio novembre, la CNBC ha spiegato che Twitter ha limitato l'accesso ai tool di moderazione ai propri dipendenti. Un altro passo in avanti verso lo svuotamento delle regole del sito web relative ai contenuti senza di fatto modificarle.

Una questione politica

La questione della limitazione degli accessi ai tool di moderazione, quella del possibile ritorno di Trump e quella del Consiglio di moderazione dei contenuti di Twitter, hanno generato non poche preoccupazioni tra gli utenti americani del social network per un motivo preciso: questa concomitanza di eventi sembra essersi verificata, forse non troppo casualmente, poco prima delle elezioni di medio mandato americane.

Senza scendere nei dettagli delle meccaniche della democrazia americana, basti sapere che da qualche anno a questa parte le elezioni sono funestate da teorie del complotto, posizioni estremiste e contestazioni elettorali di ogni tipo, spesso prive di basi solide: una seria minaccia al processo democratico, che secondo gli osservatori Twitter rischia di favorire con la nuova moderazione dei contenuti. Alcuni hanno accusato Elon Musk, che proprio poco prima delle elezioni di midterm si è espresso a sostegno del Partito Repubblicano su Twitter, di usare il social "dall'interno" per favorire la propria fazione politica, o quantomeno di non prestare attenzione alla capacità di orientamento dell'opinione pubblica che il suo social possiede.

Negli Stati Uniti molto più che in Italia, infatti, Twitter è un social network "istituzionale": tutti i politici, gli attivisti e gli opinionisti politici hanno un profilo su Twitter. Molti meno ne hanno uno su Facebook, su Instagram e su TikTok. Per questo, per gli americani la questione delle spunte blu di Twitter è così importante: non si tratta solo di una "V" accanto al proprio nome, ma anche di sapere che chi scrive è davvero chi dice di essere, soprattutto se usa il nome di una figura famosa come Barack Obama, Joe Biden, Bill Gates o lo stesso Elon Musk.

In un contesto simile, un cambiamento del sistema delle spunte potrebbe generare un'incertezza tale da poter rendere indistinguibili verità e fake news, portando il discorso politico su un livello molto più basso di quello attuale: è già successo (e potrebbe continuare a succedere, con il sistema di verifica basato su Twitter Blue) che qualcuno impersonasse un politico su Twitter, fingendo di rilasciare dichiarazioni a dir poco controverse o addirittura tentando di truffare degli ignari cittadini.

Se il problema diventasse più diffuso, non è così improbabile - specie in un contesto sempre più polarizzato e dominato da complottismi e veleni tra parti politiche come quello americano - che degli attivisti, coordinati o meno, tentino sistematicamente di impersonare lawmaker del partito rivale per distruggerne la reputazione con dei post falsi. È quello che viene già fatto, benché con un livello di complessità molto maggiore, con tecnologie come i deepfake e l'Intelligenza Artificiale: Twitter, ora, rischia di permettere di riprodurre questo fenomeno con una facilità nettamente maggiore.

Poi c'è la questione del free speech: permettendo a tutti di dire tutto ciò che desiderano, inutile ricordarlo, il rischio è quello di un'impennata degli abusi e delle discriminazioni sui social, che su Twitter sarebbe già avvenuta da quando è arrivato Elon Musk, almeno stando agli utenti.

Al di là delle implicazioni politiche dei sistemi di verifica, della riduzione dei moderatori e delle nuove policy, comunque, molto si ridurrà a cosa Elon Musk pensa sia "ammesso" e cosa no: certo, i legislatori avranno la loro da dire (con l'UE e persino l'ONU che hanno già fatto la voce grossa in tal senso), ma in gran parte la linea del social network resterà dettata dal suo CEO.

Stando a quanto abbiamo scoperto finora della poliedrica e spesso mutevole personalità del miliardario sudafricano, Elon Musk è per una tutela totale del free speech, propendendo verso una visione quanto più ampia possibile della libertà di parola: una posizione che ha vantaggi e svantaggi, ma che si allontana molto dalla moderazione a maglie sottili di Facebook e Instagram e che potrebbe portare chi non riesce ad emergere in quei lidi a migrare su Twitter, rendendo il social il "covo" di comunità apertamente razziste, sessiste e omofobe, che altrove non trovano (giustamente) spazi dove esprimersi.
Il mix diventa così pericolosissimo, perché accanto a queste comunità potrebbero rimanere su Twitter i profili istituzionali della politica di Washington e di tutto il mondo, mentre gli utenti più sensibili alle discriminazioni potrebbero decidere di abbandonare la piattaforma.

Si tratta di una situazione in cui è difficile trovare un "vincitore": Twitter perderebbe utenti, questi ultimi ridurrebbero la loro capacità di informarsi da fonti dirette e la dialettica politica si farebbe ancora più tesa di quanto già non lo sia, soprattutto nel contesto americano.