Uber: i motivi della crisi di un business miliardario

Nonostante la sua innegabile utilità Uber continua a vivere difficoltà di un certo peso, tra scandali e forti guai finanziari.

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Per anni è stato il simbolo della galoppante economia dei nuovi servizi internet. Una rivoluzione, un intermediario perfetto capace di offrire nuove opportunità di lavoro e un servizio facile e necessario per tanti utenti. Uber era stata una rivoluzione, primo baluardo di un web pronto a spaccare il mondo e cambiare tutto.
Sono passati anni e oggi quella stessa azienda non se la sta passando benissimo, tra scandali sessuali, conti sempre più in rosso e grandi città pronte a dire addio ai suoi servizi. Sta giungendo la fine o i taxi liberi del web sopravvivranno anche a questi duri colpi?

Gli ultimi scandali

Iniziamo dalla fine. Nelle scorse settimane Uber ha pubblicato un significativo rapporto di sicurezza che autodenuncia oltre 3000 casi di aggressione durante le sue corse. Nove le persone assassinate, 58 quelle decedute per incidenti stradali. Dati allarmanti, seppur da ridimensionare visto il bassissimo impatto percentuale sul totale delle corse realizzate negli USA, circa 1,3 miliardi in un anno. Si tratta comunque di numeri da non sottovalutare, soprattutto se abbinati ai circa 6000 casi di aggressioni sessuali di varia natura tra il 2017 e il 2018 e al periodo non proprio roseo che sta attraversando l'azienda statunitense.
I dati, capaci di danneggiare ulteriormente l'immagine di Uber, sono stati pubblicati a seguito delle accuse di poca sicurezza per gli utenti che fanno uso dell'app. Un modo per risanare in qualche modo un rapporto di fiducia che è venuto meno e che rischia di rappresentare un altro problema ai già tanti che l'azienda sta affrontando nell'ultimo periodo.

Il caso Londra

La pubblicazione di questi dati spiega in qualche modo anche la scelta della città di Londra che, per volere del suo sindaco, ha deciso di revocare la licenza a Uber. La motivazione, appunto, è quella di aver riscontrato durante le corse una serie di abusi e condotte non corrette tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019: l'accusa è quella di minare la sicurezza dei cittadini londinesi che utilizzano l'app per i propri spostamenti.
Secondo la municipalità londinese la mancata licenza per numerosi autisti Uber e dei curriculum non all'altezza non sarebbero in grado di dare giusto valore a quello che, a tutti gli effetti, viene considerato un servizio pubblico. Londra ritiene Uber direttamente responsabile della situazione, denunciando oltre 14 mila corse abusive in poco meno di otto mesi. L'azienda ha subito presentato ricorso, ma l'addio a Londra potrebbe rappresentare un danno di immagine non indifferente, nonché una perdita piuttosto cospicua di ricavi.
Il tutto, inoltre, potrebbe aprire un precedente capace di coinvolgere tante altre città, pronte a tutto pur di liberarsi di un'app che non è mai stata vista di buon occhio da istituzioni pubbliche e lavoratori di categoria.

Allarme conti

11 miliardi di fatturato e un valore in borsa di oltre 70 miliardi di dollari. Numeri che sembrano parlare di un'azienda in piena salute ed espansione, ma che nascondo una realtà dei fatti ben più inquietante, quella di perdite giornaliere altissime e vertiginose e di un modello di business apparentemente perfetto ma che non si ripaga da solo.
Negli anni Uber è riuscita ad espandersi grazie a grossi investimenti di grandi aziende e piccoli e medi risparmiatori: tutti credono nella scommessa di questa piccola azienda diventata grande, ma per quanto tempo tutto questo gioco potrà rivelarsi ancora pienamente sostenibile? Secondo i dati di Business Insider a livello di liquidità l'azienda risulterebbe in positivo per 11,6 miliardi di dollari; nonostante questo, tra il 2014 e il 2018 Uber ha bruciato mediamente una cifra vicina ai 2,4 miliardi di dollari all'anno.
Solo nella prima parte del 2019 la perdita è stata di 6,5 miliardi, 1,1 miliardi di dollari bruciati in un mese, quasi 37 milioni al giorno, poi ridimensionati al netto di costi a circa 16 milioni al giorno. Gli analisti hanno parlato chiaro: senza invertire la rotta e nonostante i capitali alti a registro, con perdite di tale portata a Uber resterebbero solo 24 mesi di vita prima di dichiarare bancarotta.

Cosa non va

Se il fatturato è l'unica nota positiva sono in tanti a chiedersi quale sia il reale problema nei conti di Uber. La vera spada di Damocle sull'azienda sembra essere, principalmente, il suo ormai insostenibile modello di business, capace fino ad ora di reggere grazie agli investimenti esterni ma che alla lunga potrebbe spezzare un filo sin dall'inizio piuttosto fragile. Uber, infatti, perderebbe in media circa 0,60 dollari per ogni corsa effettuata. Il tutto, nei piani iniziali, doveva nel tempo essere risolto con la graduale sostituzione degli autisti con le auto a guida autonoma, ma il processo, visti anche i vari problemi e incidenti, si sta rivelando molto più lungo del previsto.

I diritti dei lavoratori

I costi fissi degli autisti, il vero problema dell'azienda, stanno già iniziando a portare alla luce tanti altri problemi. I lavoratori di Uber, liberi professionisti non assunti, iniziano a chiedere un rapporto di lavoro regolamentato, un salario più alto e maggiori diritti, una gatta da pelare non indifferente. Gli scioperi continuano ad arrivare in tantissime città degli Usa, con i conducenti che guadagnano sempre di meno, sono costretti a fare sempre più ore e chiedono all'azienda l'arrivo di un salario minimo, pretendendo che la loro condizione venga finalmente regolarizzata a livello contrattuale per quello che per loro è un vero e proprio lavoro, nonostante l'azienda per cui fatturano non lo ritenga tale.

Le richieste sono di 28 dollari l'ora contro i 18 che percepiscono attualmente, unica soluzione per evitare turni sempre più lungi e massacranti cui molti autisti si sottopongono per raggiungere la paga che desiderano, con tutte le conseguenti problematiche di pubblica sicurezza che questo comporta. Uber ha per ora bloccato la concessione di licenze a nuovi autisti negli Stati Uniti ma in California, vero centro delle proteste, si sta preparando una legge che prevede un salario minimo, giorni di malattia e la possibilità per i lavoratori di creare un proprio sindacato.
Se il tutto dovesse entrare in vigore potrebbe scatenarsi un effetto a cascata da non sottovalutare in tutto il resto degli Usa prima e del mondo poi.

E ora?

Il paradosso di Uber è così davanti agli occhi di tutti. L'azienda ha lanciato il modello di business perfetto, regalando a molti utenti un servizio indispensabile e comodo, senza intermediari, facile da usare, utile per ogni evenienza e presente in ogni parte del mondo. Ha creato lavoro per numerose persone e dato vita ad un modello lavorativo che, nonostante le innegabili storture, ha creato lavoro per numerose persone.
L'azienda è stata pioniera in tanti campi, lanciando un servizio web che ha fatto scuola e cercando di farlo evolvere ed entrare nel futuro ancora prima che questo prendesse piede. Eppure si ritrova ad annaspare, sommersa da debiti sempre più grossi e da problemi e polemiche capaci di abbattere chiunque. Eppure Uber è ancora li a impegnarsi nel tentativo di crescere ed emanciparsi definitivamente, per dimostrare a tutti di non essere solo una bolla pronta ad esplodere, ma una realtà capace di resistere alle intemperie e alla dura prova del tempo.