Venti di guerra tra Cina e USA? Nancy Pelosi a Taiwan e il caso TSMC

Il viaggio a Taiwan di Nancy Pelosi e la crescente importanza strategica di TSMC mettono a rischio l'equilibrio tra la Cina e gli Stati Uniti.

Venti di guerra tra Cina e USA? Nancy Pelosi a Taiwan e il caso TSMC
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Nella retorica politica e nel mondo del giornalismo, da diversi mesi a questa parte, la locuzione "terza guerra mondiale" diventa sempre più spesso mezzo per definire dapprima un potenziale conflitto tra NATO e Russia e poi in riferimento ad una guerra globale tra Washington e Pechino con i rispettivi alleati. Benché i timori in tal senso siano frutto di una visione catastrofista dell'attuale scacchiere geopolitico, è indubbio che, negli ultimi giorni, le tensioni tra la Cina e gli Stati Uniti si siano inasprite, specie attorno al nodo dell'indipendenza di Taiwan, e questa volta il settore della tecnologia sembra essere al centro delle attenzioni: sono, infatti, ormai in molti a ritenere che la Cina potrebbe invadere Taiwan mirando a TSMC, il più grande chipmaker globale.

Due Cine

Prima di capire cosa c'entri TSMC in un possibile conflitto su scala globale, però, occorre fare un salto indietro a metà Novecento e capire da dove nasce la rivalità tra Cina e Taiwan.

L'isola di Taiwan è storicamente stata di appartenenza cinese fino al 1895, quando la Prima guerra sino-giapponese, conclusasi con la sconfitta per la Cina, trasferì il suo controllo all'Impero giapponese, che lo mantenne fino al 1945, ovvero fino ai trattati di pace della Seconda guerra mondiale. A questi ultimi, la Cina sedette come un vincitore diviso al proprio interno, poiché il Paese era dilaniato da una decennale guerra civile, le cui parti avevano deciso di siglare un cessate il fuoco in ottica anti-nipponica dopo che, nel 1937, era iniziata la Seconda guerra sino-giapponese. La fine della Seconda guerra mondiale portò anche al termine delle ostilità giapponesi nell'Asia continentale e, tra le altre cose, alla restituzione di Taiwan alla Cina, dopo 50 anni di governo da parte di Tokyo.

Il ritorno di Taiwan alla Cina avvenne mentre la guerra civile cinese riprendeva ed entrava nella sua ultima fase, conclusasi con la vittoria del Partito Comunista Cinese di Mao Tse-Tung sulla Cina repubblicana, anche nota con il nome di Kuomintang. Già dal 1945, il Kuomintang era supportato economicamente e sul piano politico dagli Stati Uniti, mentre il PCC godeva dell'appoggio dell'Unione Sovietica.

Il conflitto si concluse nel 1949, con l'instaurazione del governo comunista di Mao nella porzione continentale della Cina e la fuga a Taiwan del Kuomintang, o quantomeno di ciò che ne rimaneva. Il governo di Taipei si dichiarò indipendente dal resto della Cina, mantenendo il nome pre-guerra civile di "Repubblica di Cina", mentre Mao rinominava la porzione continentale del Paese come "Repubblica Popolare Cinese". Questo è il fragile status quo ancora vigente, mentre la guerra civile si è spostata dal settore delle armi a quello della diplomazia. Pechino e Taipei, infatti, non riconoscono l'esistenza de iure dell'altro Stato: la RPC, in particolare, chiede che Taiwan non venga riconosciuto con il nome di Repubblica di Cina nei contesti internazionali (soprattutto nelle manifestazioni sportive, come le Olimpiadi), preferendo l'utilizzo di nomi come "Taipei cinese" o "Taiwan, Cina".

Nel 1971, la diplomazia cinese ottenne il seggio all'ONU della Repubblica di Cina, sia all'Assemblea Generale che nel Consiglio di Sicurezza, strappandolo a Taiwan. Numerosi Stati oggi riconoscono come unico rappresentante legittimo dell'entità statale e geografica nota come "Cina" la Repubblica Popolare Cinese, ma altrettanti considerano Taiwan al pari di uno Stato indipendente, soprassedendo sulla sua pretesa storica di governo sul resto della Cina continentale: tra l'altro, le due cose non sono incompatibili tra loro dal punto di vista del diritto.

Pechino, invece, vede l'isola come una "provincia ribelle" dentro il proprio territorio nazionale, anche se, di fatto, Taiwan ha ormai un apparato governativo separato da quello della madrepatria e ben consolidato. Inoltre, Taipei gode del supporto internazionale degli Stati Uniti e dei loro più stretti alleati nel settore asiatico, come Giappone e Corea del Sud, che finora hanno scongiurato la possibilità di un'azione militare cinese volta a riprendere il controllo dell'isola.

Il rebus di TSMC

La questione, però, sta tutta nel "finora" che abbiamo scritto un paio di righe sopra. Quella dei rapporti Cina-Taiwan è una polveriera internazionale pronta ad esplodere, e il viaggio di Nancy Pelosi a Taiwan sarebbe potuta essere la scintilla.

Negli ultimi anni, infatti, la Cina ha cercato di stringere la sua presa attorno a Taiwan per una serie di motivi politici, geopolitici ed economici. Per esempio, Taiwan controlla lo stretto di Formosa, un tratto di mare vitale per il trasporto delle merci cinesi in tutto il mondo: una chiusura dello stretto per mano della marina di Taipei o, più facilmente, degli Stati Uniti, significherebbe un crollo nei commerci internazionali di Pechino. A livello politico, il XX Congresso del Partito Comunista Cinese si terrà nel corso dell'autunno e, secondo gli osservatori internazionali, Xi Jinping mirerebbe a presentarsi come l'"uomo forte" adatto a governare ancora per diversi anni la Cina. A livello economico, infine, entra in gioco il chipmaker taiwanese: TSMC è il primo produttore di chip al mondo, il ché significa che controllarla darebbe enormi vantaggi tecnologici ai suoi "padroni".

In tal senso, le mire di Pechino su Taiwan potrebbero essere dettate più da un pragmatico spirito economico, che si concretizzerebbe in un enorme salto tecnologico in avanti per i chip cinesi, che da un'idealistica spinta alla ricostituzione dei confini nazionali pre-1895.

Un altro fattore da considerare è che la Cina ormai sa che un suo intervento contro Taiwan causerebbe una risposta americana: nell'ottica di un conflitto globale, se Pechino riuscisse a mettere le mani per prima su TSMC, potrebbe sabotare il settore tecnologico occidentale, con pesanti ricadute sul comparto bellico americano. La guerra tecnologica in Ucraina, del resto, sta facendo scuola: la Russia, rimasta senza forniture di chip dall'estero (Taiwan e Stati Uniti in primis) ha dovuto affidarsi a mezzi di guerra tradizionali, rallentando di molto la sua avanzata verso Kiev. Anche in caso di un'improbabile annessione "pacifica" di Taiwan (cioè senza un intervento americano diretto), la Cina potrebbe trarre vantaggio da TSMC per superare il divario tecnologico con l'occidente, diventato evidente soprattutto dopo il viaggio di Nancy Pelosi, quando le discussioni su una tassa del 400% sui chip di importazione sono sfociate in un "nulla di fatto" proprio perché i produttori nazionali non possono ancora competere con quelli esteri nei settori ad alta tecnologia.

Pechino fa la voce grossa

Neanche gli Stati Uniti fanno mistero del fatto che il viaggio di Nancy Pelosi fosse legato a TSMC e all'industria dei semiconduttori: al contrario, la speaker della Camera dei Rappresentanti ha annunciato di aver parlato con il Presidente di TSMC, mentre quest'ultimo ha spiegato che le linee produttive di TSMC sarebbero inutilizzabili in caso di invasione.

Al contempo, però, dietro alle intese e all'apparente cordialità tra Washington e TSMC, oltre che ovviamente tra la Casa Bianca e Taipei, ci sono dei movimenti geopolitici e geoeconomici più complessi: per esempio, TSMC ha negato la produzione di chip in Europa e, più in generale, la costruzione di ulteriori fab al di fuori dell'isola, ben sapendo che la difesa di Taiwan da Pechino dipende largamente dalla sua industria informatica. Al contempo, sembra che gli Stati Uniti siano ormai convinti che il precario equilibrio nel Mar Cinese sia diventato insostenibile, e per questo sono corsi ai ripari: l'approvazione del chips act da parte della Casa Bianca va infatti nella direzione di aumentare la produzione americana di chip, riducendo la dipendenza dai produttori esteri in favore di quelli nazionali.
La stessa Intel, per voce del suo CEO Pat Gelsinger, aveva duramente criticato TSMC e il comportamento americano nei suoi confronti, poiché in caso di una presa cinese di Taiwan gli Stati Uniti si sarebbero presto trovati a secco di chip.

Intanto, comunque, la Cina ha avviato esercitazioni attorno a Taiwan: nulla che faccia pensare a una guerra su larga scala, sia ben chiaro, ma si tratta comunque della prima crisi sulla zona di Formosa dal 1996 ad oggi. A sua volta, la crisi del 1996 era arrivata a quasi quarant'anni di distanza dalle ultime tensioni nella regione, risalenti al 1958.

Oltre alle consuete esercitazioni dell'Esercito Popolare di Liberazione e della marina della RPC, in questo caso si sono anche verificati alcuni sconfinamenti di aerei e missili cinesi sullo spazio aereo di Taiwan e del Giappone (immagine sopra, elaborazione del progetto ChinaPower del CSIS): un'escalation non certo da prendere sottogamba, specie considerando che il 5 agosto la Cina ha sospeso le cooperazioni militari con gli Stati Uniti ad alto livello. Non si tratta di vere e proprie avvisaglie di guerra, questo è certo, ma i presupposti per il montare delle tensioni nella regione ci sono tutti.

Inaspettatamente, però, la prima a fare le spese dei mutamenti geopolitici non è stata TSMC, ma Apple, dal momento che la Cina ha bloccato le spedizioni dei componenti di iPhone 14 in uscita da Pegatron, uno dei principali fornitori del colosso di Cupertino.

A livello legale, il blocco dipende dalla pretesa da parte delle autorità di frontiera di controllare i documenti legali delle merci spedite, per verificare che non riportino Taiwan con il nome di "Repubblica di Cina". La stessa Apple ha chiesto ai suoi fornitori di seguire le linee guida cinesi nella compilazione dei documenti, ma la realtà dei fatti pare essere decisamente più complessa. Vista la contingenza, viene piuttosto difficile pensare che dietro al blocco cinese vi sia una questione burocratica, mentre sono in molti a credere che la mossa sia più che altro una sorta di "ritorsione" contro i vertici di Pegatron, che hanno partecipato a un summit a Taiwan alla presenza della Presidente taiwanese Tsai Ing-wen e di Nancy Pelosi. Pegatron, poi, è una delle numerose aziende che hanno produzione in Cina e sede a Taiwan, il ché mette sotto gli occhi di tutti perché sia stata tra le prime compagnie ad essere colpite dai controlli di Pechino.