Un viaggio nell'affascinante mondo dei gatti in compagnia della scienza

Entriamo nell'incredibile mondo dei gatti e cerchiamo di conoscerlo meglio e di sfatare alcuni miti. Per farlo ci aiuterà la scienza.

speciale Un viaggio nell'affascinante mondo dei gatti in compagnia della scienza
Articolo a cura di

In questo articolo ci addentriamo all'interno dell'incredibile e vasto mondo dei gatti. Questi animali, agili e veloci, nonché predatori efficientissimi e dotati dalla natura di armi letali, stanno entrando sempre di più nelle nostre vite. Tuttavia, i gatti sono da sempre stati visti come animali solitari, estremamente opportunisti, poco inclini al gioco soprattutto se paragonati ai cani.
Molti meme divertenti sui gatti li ritraggono come esseri diabolicamente intelligenti che sfruttano, quando non stanno dormendo, tutto il tempo a disposizione per cercare di eliminare i loro padroni umani e tentare di conquistare il mondo. La verità è però ben diversa e anche se queste piccole creature pelose possono apparire a tratti distaccate e indipendenti, in verità anche loro si affezionano ai loro proprietari umani non meno dei cani.

Certo, forse non condividono l'eccessiva esuberanza dei loro coinquilini canini ma non sono da meno in fatto di attaccamento. Del resto la domesticazione del gatto è iniziata migliaia di anni fa e l'uomo ha convissuto con questi felini e si è evoluto insieme a loro in un continuo scambio proficuo per entrambe le specie. Quello che tenteremo di fare con quest'articolo è cercare di comprendere alcuni comportamenti dei gatti e sfatare o confermare alcuni miti che riguardano questi felini utilizzando, come bussola, la scienza.

Una storia che risale ai tempi antichi

La domesticazione del gatto potrebbe essere avvenuta tra i 7500 ed i 7000 anni prima di Cristo in Mesopotamia, nella cosiddetta Mezzaluna fertile, e l'intesa tra felini e uomo nasce perché gli interessi di entrambi convergevano. Con la nascita dell'agricoltura, infatti, i raccolti erano preda di topi e ratti che ne facevano banchetto. La concentrazione di topi negli habitat umani attirò ovviamente i primi felini selvatici. Dunque i gatti e gli esseri umani hanno stretto così il loro primo rapporto di aiuto reciproco: i gatti si nutrivano dei topi che divoravano le messi, e gli esseri umani non solo avevano il cibo al sicuro, ma la diminuzione dei topi li preservava dalle malattie che questi animali portavano con loro.

Ma è sicuramente con l'antica cultura egizia che il gatto acquisisce addirittura una connotazione divina. Già nel 2000 a.C. vi è testimonianza di gatti mummificati all'interno delle tombe e, come se non bastasse, due famose divinità erano raffigurate come gatti. Stiamo parlando della dea Bastet e della dea Sekhmet. Ma mentre la seconda era rappresentata con le sembianze di grandi felini come i leoni, simboleggiava la violenza ed era una divinità terribile, Bastet era invece rappresentata con le sembianze di un gatto ed era vista in maniera più positiva. Come i gatti sono protettivi nei confronti dei loro cuccioli, così la dea Bastet era una divinità benevola e protettiva, una madre amorevole esattamente come le mamme gatto si prendono costantemente cura dei loro piccoli.

Non hanno certo paura di cadere

Chi vive con un gatto in casa lo sa bene: i gatti amano i luoghi alti. Questi animali spesso si arrampicano in luoghi che noi reputiamo inaccessibili e spesso si mettono in pericolo pur di raggiungere uno scaffale o una mensola posta in alto dove, magari, poter riposare.
Ma perché i gatti sono così attratti dalle altezze? I motivi sono molteplici ma, forse, il più importante è quello che li vede come creature estremamente curiose. Esplorare un luogo in alto, magari mai osservato prima, è una pulsione alla quale difficilmente sanno dire di no. Senza contare che dall'alto si può avere un controllo e anche una certa discrezione perché non sempre a questi agili quadrupedi piace sentirsi al centro dell'attenzione, infatti a volte amano stare per conto proprio e quali posti migliori per riposare tranquilli se non quelli in alto, luoghi che si raggiungono difficilmente e lontani dai rumori casalinghi?
Quello di cercare rifugio in alto può essere un bisogno dettato anche da alcune necessità dell'animale. Per esempio, se il nostro micio è spaventato da qualcosa oppure si trova in una situazione di stress, in un luogo sopraelevato si sente al sicuro perché sa che lì i suoi predatori più grandi di lui difficilmente potranno raggiungerlo o infastidirlo. Ma ricordiamoci anche che l'aria calda sale verso l'alto e chi ha un gatto in casa lo sa bene: queste dolci creaturine cercano sempre dei luoghi caldi dove poter riposare. Ecco, quindi, che è importante per questi animali avere un luogo in alto dove poter stare in pace, staccare per un momento dal mondo intorno a loro ma che sia, allo stesso tempo, sicuro e confortevole.

Felini e propietari

Il gatto è sempre stato visto come un animale domestico estremamente solitario. Una divinità che aspetta solo di essere servita e riverita e che riesce a sopportare gli esseri umani solo perché gli danno da mangiare e gli puliscono la lettiera. La verità è ben altra: i nostri amici felini si affezionano ai loro proprietari non meno dei cani, ma mentre fido è decisamente più espansivo nel dimostrare il suo attaccamento, i gatti sono più riservati ma non per questo meno amorevoli.
A svelare l'attaccamento dei gatti verso i loro proprietari arriva uno studio dell'Università dell'Oregon, pubblicato sulla rivista Current Biology. Per dimostrare l'attaccamento dei gatti ai loro proprietari sono stati osservati 79 gattini e 38 gatti adulti. Gli animali ed i loro proprietari sono stati messi all'interno di una stanza sconosciuta e si è osservato che gli animali che avevano più sintonia e fiducia verso i loro proprietari umani erano anche quelli che superavano prima la paura e lo smarrimento nel trovarsi in un ambiente nuovo. Del resto, sembra anche che i nostri piccoli amici pelosi riescano a riconoscere il loro nome.

Questa volta la ricerca è stata sviluppata da scienziati di un'università giapponese e lo studio è stato pubblicato su Nature. In questa ricerca si afferma che non solo i gatti hanno sviluppato una forma di comunicazione con noi attraverso i miagolii (i gatti selvatici, per esempio, non miagolano se non nella fase precedente lo svezzamento), ma anche che sanno riconoscere il loro nome.

Per lo studio sono stati presi gatti domestici e gatti che vivono all'interno degli ormai famosi neko caffè. Dallo studio è emerso che i gatti domestici riconoscevano il loro nome anche se a pronunciarlo era un estraneo (la precisione diminuiva se venivano emesse parole simili al nome dell'animale). Diverso per quanto riguarda i gatti nei neko caffè che, invece, riuscivano sì a distinguere i nomi dalle altre parole, ma reagivano allo stesso modo con il nome degli altri gatti.
Era come, quindi, se questi gatti avessero tutti i nomi in comune. I gatti quindi capiscono che noi usiamo determinate e precise parole quando ci rivolgiamo a loro. Questa capacità è stata sviluppata perchè rispondere quando vengono chiamati vuol dire avere coccole o cibo, una ricompensa quindi.

Possiamo addestrare un gatto?

Alla luce di tutto questo, quindi, è lecito chiedersi se sia possibile addestrare un gatto come si fa con un cane ad eseguire, cioè, piccoli e semplici compiti in cambio di una ricompensa. Ebbene, anche in questo frangente ci viene in aiuto la scienza. Un articolo pubblicato sulla rivista Animal Cognition esamina la storia di Edisu, un gattino di 11 anni che è riuscito a memorizzare ed imitare alcuni semplici gesti fatti dalla sua proprietaria.
La tecnica con cui è stato addestrato Edisu viene definita "Do As I Do" e prevede che l'addestratore associ un comando verbale ad un gesto o movimento che l'animale imita alla perfezione. Come spesso avviene, l'animale viene gratificato, dopo aver imitato il gesto, con del cibo di cui va particolarmente ghiotto. Il felino è stato così addestrato per 4 mesi e, alla fine di questo periodo di addestramento, è stato sottoposto a 18 prove in cui ha dovuto dimostrare di saper imitare i gesti della proprietaria.
Le prove prevedevano il toccare determinati oggetti, aprire dei cassettini, stare in piedi sulle gambe posteriori, sollevare anche quelle anteriori o mordicchiare dei fili. Il tasso di riuscita di Edisu è altissimo, con l'81% di successi . Il campione analizzato dalla ricerca è estremamente ridotto, è vero, e ulteriori studi sono necessari, ma il piccolo Edisu è un peloso pioniere che potrebbe dimostrare che anche i gatti si possono addestrare non meno dei cani.

Il linguaggio segreto del nostro gatto

Chi ha un gatto in casa ha ormai imparato a riconoscere e capire i segnali che queste simpatiche creature adottano per farsi capire da noi. Così se un gatto cammina per la casa con la coda a "punto esclamativo" forse vuol dire che vuole essere coccolato e considerato, se la muove velocemente ed in maniera stizzita significa che non vuole essere infastidito e che è nervoso, o ancora se fa le fusa sta molto bene. Tuttavia, possiamo noi riuscire a mandare un segnale al gatto? Possiamo, in qualche modo, usare un suo stesso atteggiamento per fargli capire qualcosa? Del resto, tra di loro questi animali, per far intendere le proprie intenzioni, utilizzano il segnale di determinate parti del corpo come, per esempio, la coda o le orecchie. Ed ecco quindi che anche in questo caso la scienza ci dà delle risposte.

In uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports è stato analizzato un gesto molto particolare che tutti i proprietari dei gatti conoscono: l'ammiccamento degli occhi. Quando, infatti, l'animale è calmo e tranquillo, accoccolato sul letto o sulla sua poltrona preferita, chiude e riapre lentamente le palpebre.
Se vogliamo filtrare questo gesto con un significato umano possiamo dire che l'animale è come se stesse sorridendo. A questo semplice gesto possiamo rispondere anche noi con la possibilità di infondere nell'animale un senso di tranquillità, benessere e fiducia.

Come esperimento gli scienziati hanno preso un campione di 21 gatti provenienti da 14 famiglie ed essi sono stati sottoposti a due prove. Nel primo esperimento, quando il gatto si adagiava su un divano, il proprietario doveva posizionarsi a un metro dall'animale e incrociare il suo sguardo. Si è riscontrato che quando il proprietario chiudeva lentamente le palpebre anche il gatto rispondeva al gesto, più spesso rispetto a quando il padrone stava davanti a lui senza sbattere le palpebre.

Nel secondo esperimento i 21 gatti incontravano non i loro proprietari ma persone a loro estranee. Queste ultime dovevano sbattere le palpebre come nel primo esperimento e, come controllo, altri individui estranei all'animale non sbattevano le palpebre. Ebbene, i gatti tendevano a fidarsi di più delle persone che ammiccavano rispetto a quelle che non lo facevano.
Ecco come un semplice gesto come quello di chiudere lentamente gli occhi di fronte ai nostri gatti potrebbe essere un ottimo modo per infondere sicurezza e tranquillità, un modo per parlare, per un momento, la loro stessa "lingua".

E qui termina il nostro viaggio all'interno dell'incredibile mondo dei felini domestici. Certo, vi è ancora molto da sapere su queste incredibile creature con cui abbiamo condiviso, e stiamo continuando a condividere, il percorso dell'evoluzione.
Abbiamo visto come apparentemente questi animali appaiano distaccati e indipendenti, ed in parte è vero, ma è anche vero che, al di sotto di questo velo, queste creature speciali non sono meno affettuose dei cani, solamente lo dimostrano in maniera diversa, un modo tutto loro ma non per questo meno intenso.