Vivere sulla Luna? Alla Biennale di Venezia un futuro da fantascienza

Vivere sulla Luna potrebbe diventare realtà? Vediamo un progetto esposto alla Biennale di Venezia, sviluppato da ESA, MIT e SOM.

Vivere sulla Luna? Alla Biennale di Venezia un futuro da fantascienza
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Se pensiamo al futuro, più o meno prossimo, sono vari i progressi tecnologici su cui ognuno di noi riesce a fantasticare, ma uno, forse, è comune a molte persone: riuscire a "colonizzare" un corpo celeste. Su queste pagine abbiamo parlato dell'ipotesi della terraformazione di alcuni pianeti, nello specifico Marte, ma esso rimane un sogno molto ambizioso.

D'altro canto, costruire una base semipermanente su un corpo celeste potrebbe risultare molto più semplice che creare una sorta di effetto serra su di un pianeta, e portare comunque preziosi contributi alla vita umana. Ecco che dunque la Luna, per vicinanza e presenza di acqua, risulta il candidato perfetto per un tale obiettivo, come raccontato dall'installazione Life beyond Earth, attualmente in esposizione alla Biennale di architettura di Venezia.

Perché vivere sulla Luna

Costruire una base sulla Luna non è certo un progetto banale, quindi necessita di importanti motivazioni che vadano oltre al puro desiderio di esplorazione insito nell'uomo. Le ragioni, tuttavia, sono molte. Già in un'intervista alla BBC di sei anni fa, infatti, l'allora direttore dell'ESA Johann-Dietrich Woerner evidenziava numerosi motivi di interesse nell'installazione di una base lunare.

Il chiacchierato lato oscuro della Luna è naturalmente uno di questi. Come infatti ben noto anche ai Pink Floyd, la Luna espone alla Terra sempre soltanto un emisfero, lasciando l'altro nascosto ai nostri occhi. Sebbene questo non sia più misterioso ai giorni d'oggi, visto che nel 2019 un rover cinese è persino riuscito ad atterrarci, tale regione lunare presenta ancora numerosi motivi di interesse. In particolare, la faccia nascosta della Luna potrebbe costituire un ottimo luogo per l'installazione di radiotelescopi, telescopi in grado di rilevare onde radio, anziché luce visibile come nel caso dei classici telescopi.
L'emisfero nascosto della Luna è infatti "schermato" dalle trasmissioni radio provenienti dalla Terra, e i radiotelescopi potrebbero dunque concentrarsi sul rilevamento di onde radio provenienti da fonti ignote. Inoltre, un radiotelescopio lunare potrebbe analizzare segnali a bassa frequenza (sotto i 30MHz), i quali sono riflessi dalla ionosfera terrestre, e quindi largamente sconosciuti all'uomo e alle apparecchiature terrestri.

Un'altra importante ragione per stabilire una base lunare potrebbe provenire dalla cosiddetta scienza lunare, o lunar science. Non vi sono definizioni precise di questo termine ombrello, ma possono essere identificate due macro-categorie che cadono sotto di esso.
La prima è costituita dalla ricerca scientifica atta ad investigare la Luna in quanto corpo celeste, dunque analizzandone origine ed evoluzione, ma anche la costituzione, con la conseguente estrazione ed analisi di materiale lunare. L'altra faccia della scienza lunare è invece rappresentata dallo studio di come l'uomo, o in generale organismi viventi, possano adattarsi alla vita sulla Luna. Riuscire a portare l'uomo su una base lunare permetterebbe ad esempio di studiare la reazione del corpo umano se sottoposto a microgravità per periodi continuativi, ma anche di condurre esperimenti in loco che sarebbe impossibile effettuare altrove.

Si potrebbero trovare innumerevoli altre valide motivazioni per andare sulla Luna, ma una in particolare potrebbe rivoluzionare i viaggi spaziali, ed è legata a doppio filo con uno dei materiali più preziosi per l'uomo: l'acqua. L'acqua è infatti il petrolio dello spazio, e, se fossimo in grado di estrarre efficientemente idrogeno ed ossigeno dal ghiaccio lunare, allora una base lunare potrebbe costituire anche un vero e proprio "distributore di benzina spaziale". Questo potrebbe dunque ridurre drasticamente le spese dei viaggi spaziali e costituire un punto di appoggio per missioni più lunghe, come per esempio quelle il cui obiettivo è atterrare su Marte.

Il progetto: come costruire una base lunare?

D'accordo quindi, ci sono ottime ragioni per tornare sulla Luna in pianta stabile, ma la domanda che sorge immediatamente dopo è: come? Qualche anno fa, quando per la prima volta il direttore dell'ESA dichiarò l'intenzione di costruire il Moon Village, un vero e proprio villaggio lunare, egli asserì anche che questo avrebbe dovuto essere frutto di una cooperazione internazionale e dello sfruttamento di conoscenze interdisciplinari.

Costruire un villaggio lunare, infatti, coinvolge numerosi campi scientifici: ingegneria, architettura, astronomia, ma anche robotica, biologia e molti altri, rendendo quindi surreale pensare che una sola compagnia possa essere in grado di realizzarlo. Ecco, dunque, perché alla pianificazione del progetto stanno lavorando, assieme all'ESA, il MIT e SOM, un collettivo di architetti, designers e ingegneri. Proprio SOM ha presentato nel corso di quest'anno alla Biennale di Venezia un'installazione che propone un ecosistema sostenibile che possa supportare la presenza umana sulla Luna. La posizione dell'insediamento è forse uno dei punti cardine del progetto, che prevede di costruire il villaggio lunare nei pressi del bordo del cratere Shackleton, situato nella regione del polo sud lunare. Tale posizione risulterebbe strategica in quanto esposta in maniera praticamente continua alla luce solare, che potrebbe venire sfruttata attraverso pannelli solari per avere indipendenza energetica, e per la presenza di vicini crateri le cui interiora sono perennemente all'ombra, così come anche le profondità dello stesso cratere Shackleton, e costituiscono veri e propri depositi di acqua e materiali volatili congelati, estraibili per creare aria respirabile ma anche propellente per razzi che si occuperebbero di trasporto o attività industriali.

Per quanto riguarda la struttura degli edifici, SOM ha individuato nella modularità la caratteristica vincente. Il collettivo prevede infatti di costruire moduli abitativi, in grado di costituire anche spazi di lavoro, di circa tre, quattro piani, che verranno compressi per il trasporto e gonfiati sul luogo. Il gonfiaggio potrebbe essere operato sia localmente dagli astronauti, ma anche da rover pilotati remotamente, e i moduli avrebbero un ciclo vitale di circa 300 giorni.

Una singola unità dovrebbe garantire un volume abitativo netto di 390 metri cubi, distribuiti tra i vari piani, e numerosi sistemi tecnologici saranno integrati, come ad esempio una copertura a base di regolite in grado di provvedere resistenza a temperature estreme, polvere e radiazione solare. I moduli dovrebbero poi essere interconnessi, per garantire uno spostamento all'interno della base fluido e privo di problematiche.

Per quanto affascinante questo progetto è solo agli albori, visto che SOM ha iniziato a lavorarci solo tre anni fa. Il fatto che tuttavia sia stato esposto al pubblico un primo prototipo è certamente incoraggiante, e fa sperare che sempre più compagnie possano unirsi a SOM, ESA e MIT, visto che l'interdisciplinarità stessa del progetto necessita di risposte innovative a domande che nessuno si era mai posto in precedenza.