"Quanti anni ha questo oggetto?": ecco la spiegazione scientifica per datare un reperto

'Quanti anni ha questo oggetto?': ecco la spiegazione scientifica per datare un reperto
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Ci siamo soffermati più volte a parlare dei grandi ritrovamenti risalenti ai tempi più antichi, persino quando l'uomo ancora nemmeno esisteva. Ma com'è possibile che gli studiosi sappiano datare tutti quei campioni del passato? Vi sono diverse tecniche, tutte egualmente importanti per ricostruire la nostra storia. Proviamo a parlarne un po'.

  • Il metodo del carbonio-14

Questa è la tecnica di cui avrete sicuramente sentito parlare maggiormente, proprio per la sua larga diffusione in svariati campi di ricerca storica. Il metodo del carbonio-14 prevede, appunto, di misurare la quantità di questo isotopo radioattivo nei resti ritrovati.

Esso è molto abbondante in tutta la Terra, grazie alla reazione tra i raggi cosmici e l'azoto gassoso presente nell'atmosfera. La sua radioattività tende a farlo "decadere", mutandosi in azoto. Il tempo di dimezzamento medio di questo processo è di circa 5730 anni, quindi, se non fosse per la costante produzione a livello atmosferico e la respirazione degli esseri viventi, questo isotopo andrebbe a scomparire nel lunghissimo periodo.

Fortunatamente, però, questo non succede e in 10 anni, dal 1945 fino al 1955, il chimico statunitense Willard Frank Libby ha potuto ideare un metodo per poter calcolare la concentrazione di questo elemento radioattivo in tutti quegli esseri organici morti da secoli.

Si parte dal principio che l'equilibrato "ciclo del carbonio", quando un essere muore, viene interrotto e il carbonio-14 tende a decadere. Vi è una formula abbastanza complessa che permette agli scienziati di poter misurare con precisione la data dei resti, ma a voi basti sapere che più è bassa la presenza di carbonio-14, più ciò che è stato ritrovato è antico.

Questo metodo, tuttavia, può ricoprire un lasso di tempo di 50 mila anni di storia e non oltre. Per questo alcune si volte si ricorre ad altri metodi.

  • La datazione uranio-torio

Quest'analisi radiometrica è stata usata, per la prima volta, nel 1960 e viene utilizzata per determinare l'età di tutti quei materiali che contengono carbonato di calcio, come i coralli o le concrezioni calcaree. Ci stiamo, quindi, rigettando verso un mondo che non è più, necessariamente, organico.

Al contrario del metodo del carbonio-14, la datazione uranio-torio misura il tempo in cui si è ristabilito l'equilibrio secolare tra il torio-230 e l'uranio-234. Questo cosa significa? Con "equilibrio secolare" si intende quella situazione in cui la quantità di un isotopo radioattivo rimane costante perché il suo tasso di produzione (che potrebbe essere originato dal decadimento di un isotopo genitore) rimane uguale al tasso di decadimento.

Per chiarire: il torio-230 decade definitivamente dopo 75 mila anni, mentre l'uranio dopo 245 mila. E' il torio che tende a raggiungere il suo equilibrio secolare, in questo caso, con il nuclide progenitore, cioè l'uranio.

  • La datazione per luminescenza

Questo metodo viene usato per misurare l'ultima volta in cui i minerali sono rimasti esposti alla luce del sole e al suo calore. Per questo, solitamente, viene utilizzato maggiormente da geologi e archeologi interessati ai cambiamenti dei paesaggi terrestri nel corso della storia del nostro pianeta e come abbiano potuto influenzare gli esseri che vi vivono.

I sedimenti, quando vengono sotterrati, rimangono, comunque, sottoposti all'emanazione delle radiazioni di ciò che si trova vicino o sopra di loro. Questo porta molti elettroni a ricadere nel loro atomo o a legarsi ad altri. Solo con la luce o il calore le vecchie strutture tendono a tornare al loro punto di partenza, rilasciando un segnale luminescente.

Più questo è forte, più è probabile che il minerale o il sedimento sia stato sottoposto ad un gran numero di radiazioni. Maggiore è il numero di radiazioni e maggiore sarà l'età dell'oggetto preso in esame.

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