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Dopo le prime missioni lunari, uno dei più grandi problemi che gli ingegneri e gli astronauti hanno dovuto affrontare è stato quella della “polvere lunare”: un insieme di microscopici frammenti, taglienti come vetro, capaci di compenetrare persino le zone più resistenti delle tute spaziali.

Oltre all’estremo effetto abrasivo della polvere, il pulviscolo è spesso carico elettricamente, a causa della radiazione solare che genera dipoli magnetici nelle particelle, rendendolo incredibilmente appiccicoso e difficile da eliminare, per non parlare della sua pericolosità se spostato dai razzi in partenza o in allunaggio. Durante le missioni Apollo gli unici strumenti utili per tale scopo erano sostanzialmente dei normalissimi pennelli, ma che sortivano spesso un effetto contrario (causando ulteriore attrito tra lo strato di tuta e le micro-parti taglienti).

Nel corso degli ultimi anni – anche per migliorare la situazione delle prossime missioni Artemis – gli ingegneri e fisici si son concentrati su un modo più “efficiente” per ridurre il problema della polvere lunare. Sembra che una prima soluzione sia venuta dalla squadra di Mihály Horányi, fisico dell'Università di Boulder, in Colorado. Gli addetti ai lavori hanno provato a eliminare i residui lunari adoperando un fascio di elettroni a bassa intensità, bombardando il tessuto con una serie di scariche. Ne è risultato un miglioramento della pulizia tra il 15% e il 25% in più rispetto ai metodi classici. Ovviamente è un prototipo, e il potere pulente sarà destinato ad aumentare con la miglioria del progetto.

Il fascio fa sì che la polvere rilasci a sua volta altri elettroni nei minuscoli spazi vuoti tra le particelle. Alcuni di questi elettroni caricati negativamente vengono assorbiti dai granelli di polvere circostanti e, poiché le particelle cariche si respingono a vicenda, il campo elettrico risultante espelle la polvere dalla superficie. L'idea dovrebbe prevedere quantomeno un robot, o una macchina capace di generare un simile fascio, complicandone sensibilmente la realizzazione.

Per ora il team vede questo metodo come solo uno dei molteplici approcci che i futuri esploratori spaziali dovranno prendere in considerazione per mantenere le superfici pulite, soprattutto quelle degli habitat lunari, quando verranno instaurate vere e proprie colonie umane sul nostro satellite.

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