Ad ogni colore, una condanna: quando gli omosessuali venivano ridotti ad un triangolo rosa

Ad ogni colore, una condanna: quando gli omosessuali venivano ridotti ad un triangolo rosa
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Ogni minoranza perseguitata aveva un colore dentro i campi di concentramento. Nulla aveva importanza, fatta eccezione per il simbolo colorato che si portava sulla camicia a righe. Era quello che ti identificava e ti condannava. Per gli omosessuali, per esempio, il triangolo rosa divenne il sigillo del perché si trovavano in quei terribili luoghi.

Tutto iniziò nel 1871, quando qualsiasi orientamento sessuale o di genere considerato "anormale" dall'Impero tedesco venne criminalizzato con la redazione dell'articolo 175 del codice penale. Questo, però, non vietò a molte figure della comunità LGBTQ+ di riunirsi segretamente in cabaret o case in comune per ritrovarsi e gioire insieme.

Fu con l'ascesa del partito nazista che le cose cambiarono drasticamente: se non si rientrava nella categoria del puro individuo ariano, la condanna all'essere perseguitato era certa.

Questa politica venne seguita soprattutto contro gli uomini omosessuali, considerati privi di qualunque virilità e forza che poteva contraddistinguere, invece, i soldati nazisti. Secondo le stime condotte dal museo ufficiale dell'Olocausto negli Stati Uniti, 100 mila uomini vennero arrestati e tra 5 e 15 mila vennero deportati nei principali campi della morte, come Auschwitz o Dachau.

Va precisata una cosa: il triangolo rosa non era un marchio che identificava tutti quelli che potevano essere considerati membri della comunità LGBTQ+. Esso veniva cucito solo sui vestiti degli uomini.

Questa scelta non era casuale. Come detto prima, gli omosessuali, agli occhi del regime nazista, non erano uomini. Il loro essere "contro-natura" li portava ad essere associati alle donne, al rosa. Al contrario, quest'ultime, se provavano una qualsiasi attrazione sessuale nei confronti del loro stesso sesso, non erano nemmeno considerate membri della società. Erano le reiette che, come le prostitute, meritavano il triangolo nero.

La cosa peggiore della vita nei campi era l'essere considerati da tutti, sia dalle guardie sia dai prigionieri stessi, il gradino più basso nella "gerarchia". Pierre Seel, un sopravvissuto all'Olocausto, ha spiegato nella sua memoria "Un omosessuale deportato: memoria del terrore nazista" che non vi era alcun tipo di solidarietà nei loro confronti.

Il marchio del triangolo rosa continuò a perseguitare questi uomini anche alla fine della guerra. Sia nella Germania dell'Ovest che dell'Est, la legge che rendeva l'omosessualità illegale rimase. Molti, dopo esser sopravvissuti nei campi, tornavano in prigione perché la loro semplice esistenza era considerata sbagliata.

Questa situazione rimase ferma fino agli anni '70 del Novecento. Ispirati dai moti di Stonewall (1969), molti tedeschi della comunità LGBTQ+ cominciarono a manifestare per le strade. Nel '72, Heinz Heger, o meglio, Josef Kohout, fu il primo uomo a pubblicare una testimonianza autobiografica nella sua vita dei campi come uomo omosessuale. Venne chiamata "Gli uomini col triangolo rosa".

Fu in quel momento che la comunità decise di riappropriarsi di quel simbolo e dargli un significato di rinascita e liberazione. Oggi, invece, più che per il significato positivo assunto in quegli anni, il triangolo rosa è diventato l'emblema di un passato che va ricordato da tutti noi.

FONTE: History
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