La cucina medievale era davvero ingiusta per questo crudele motivo

La cucina medievale era davvero ingiusta per questo crudele motivo
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Siamo abituati a pensare che la cucina tradizionale delle nostre regioni nasca secoli fa, ma in verità molte delle ricette che usiamo ancora oggi hanno un'origine abbastanza recente e sfruttano ingredienti che un tempo non venivano coltivati in Occidente.

Se mettiamo inoltre a confronto la cucina di mille anni fa con quella attuale, ci accorgeremmo che è esistito un periodo molto lungo in Europa in cui nessuno si è interessato nel rinnovare la gastronomia o i metodi che permettevano a tutti di cucinare.

Questo periodo storico è il Medioevo che, oltre a non presentare grandi introduzioni gastronomiche, non ha dato neppure un grosso contributo nella realizzazione di nuove ricette e ricettari, a differenza dei popoli che vissero nel periodo immediatamente precedente (quello greco romano) o in quello successivo, che scrissero centinaia di libri sull'argomento e introdussero molte tecnologie, connesse alla lavorazione e distribuzione del cibo.

Sotto molteplici punti di vista, la cucina medioevale viene infatti considerata dagli storici tra le peggiori mai comparse nella storia e ciò che la rendeva davvero terribile non era solo l'assenza di alcuni ingredienti, ritenuti oggi fondamentali come le patate o il pomodoro (che alcune ricerche hanno dimostrato essere una fonte importante di proteine essenziali), ma anche il crudele sistema classista che imperversava all'interno della società.

Per molti secoli, in Europa si era infatti diffusa una credenza che aveva imposto alle classi sociali più deboli di mangiare meno e peggio. Essa affermava che a differenza dei nobili i ceti più poveri avevano uno stomaco più resistente ed accumulavano maggiore energia, sfamandosi solo di pane e alcuni legumi come le lenticchie. Qualora avessero invece mangiato cibi più sofisticati, sarebbero andati incontro alla nausea o ancor peggio alla morte, poiché il loro corpo non era preparato per assorbire "le prelibatezza dei nobili".

Quest'ultimi, invece, essendo più vicini alla perfezione, data dal "sangue blu", erano paradossalmente considerati più raffinati di stomaco e per questa ragione necessitavano di risorse più particolari, come la selvaggina, la frutta, la verdura, ma anche il pesce, che gli permettevano di irrobustirsi e crescere senza problemi.

Questa fandonia venne ovviamente diffusa dagli stessi nobili del tempo, che convinsero i propri sottoposti e i servi della gleba ad accontentarsi di poco e a disgustare le ricette che venivano pensate per i nobili, considerate troppe sofisticate per loro.

Con il trascorrere dei secoli questa stupida credenza portò non solo allo sviluppo di una crescente ingiustizia sociale, in cui i contadini non potevano neppure permettersi di comprarsi delle uova per fare una frittata, ma condusse la popolazione allo sviluppo di gravi problemi di salute. Una vera e propria "epidemia alimentare".

I poveri, costretti a cibarsi con quello che trovavano e talvolta pure di cibo avariato, a causa di questa credenza furono per tutto il medioevo funestati da varie malattie, causate da carenze alimentari, come lo scorbuto. I nobili ricchi invece soffrirono di gotta, diabete, obesità e di tumori al fegato, correlati all'eccessivo consumo di alcol, perché i medici del tempo credevano che mangiare molta carne e cibi speziati fosse per loro salutare.

La diffusione di questa credenza portò infine i pochi cuochi esistenti a non spendere tempo per inventare nuove ricette (tranne rare eccezioni). Quale senso avrebbe avuto farlo, se i nobili si erano abituati a mangiare sempre un'unica tipologia di cibo per restare in forma e nessuno aveva voglia e modo di leggere?

La situazione degenerò completamente quando i nobili si arrogarono il diritto di poter essere gli unici a cacciare la selvaggina in diversi boschi del continente, vietando al resto della popolazione di accedere a quelle risorse che fino a poco tempo prima gli permettevano di migliorare la loro condizione.

Anche la chiesa cattolica partecipò a questo processo, tramite l'invenzione del calendario liturgico, che vietò di consumo la carne e vari prodotti animali per diverse settimane durante l'anno. Per ben 3 mesi e mezzo nessuno poteva infatti macellare o cibarsi di determinati alimenti, dovendo rispettare il digiuno religioso.

Sul finire del Medioevo, molti commercianti cominciarono tuttavia a disubbidire a queste ingerenze politiche e religiose, che impattavano pesantemente sulla loro dieta, disponendo tra l'altro anche molti soldi con cui imbandire dei lauti banchetti per le loro feste.

La risposta della Chiesa e della Nobiltà non si fece attendere. Temendo che i mercanti emulassero l'aristocrazia per sostituirla, promossero delle leggi suntuarie che mettevano un limite alla sontuosità dei pasti della gente comune. Al momento della macellazione degli animali d'allevamento, i nobili e i vescovi pretesero persino che i bocconi migliori (il famoso boccone del re o del prete) finissero a loro e chi acquistava al mercato delle porzioni di carne che non gli spettavano poteva essere multato e condannato alla gogna pubblica per insubordinazione e offesa al re.

Molti mercanti furono persino fustigati in pubblico per colpe che oggi considereremmo oltraggiose. Non si potevano per esempio vendere piselli durante la quaresima o vendere la carne agli stranieri, durante i conflitti. Ad un certo punto però la società si stancò definitivamente di queste oppressioni e alcune rivoluzioni agrarie, avvenute tra il Duecento e l'Umanesimo, fecero capire a tutti che non aveva più molto senso costringere i poveri a mangiare poco, quando erano i primi che dovevano mantenersi in forze per consentire ai ricchi di mangiare meglio.

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