Nelle fauci dei dinosauri: anche loro cambiavano i denti molto frequentemente

Nelle fauci dei dinosauri: anche loro cambiavano i denti molto frequentemente
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Anche i denti di alcune specie di dinosauri cadevano per poi venire sostituiti velocemente da altri in maniera estremamente rapida, esattamente come succede ad alcune specie al giorno d’oggi.

La ricerca in questione ci fa entrare all'interno, letteralmente, della bocca degli enormi predatori che governavano la Terra tantissimi anni fa: i dinosauri. Un team di scienziati dell’Università di Adelphi e dell’Università dell’Ohio, infatti, ha pubblicato su PLOS ONE un’interessante ricerca proprio sulla capacità dei denti di alcuni dinosauri di cadere e rigenerarsi. Lo studio ha analizzato le linee di crescita dei denti che si formano con il passare del tempo e l’aumento di dimensione di questi e, unendo questi risultati con alcune scansioni sulle mascelle di questi enormi animali, hanno scoperto che i denti del Majungasaurus venivano sostituiti all'incirca ogni due mesi!

Ma gli scienziati non si sono fermati qui. Hanno esaminato la dentatura di altre due specie di dinosauri appartenenti al genere dei Teropodi, gli Allosauri ed i Ceratosauri, scoprendo che loro ci mettevano un po’ più di tempo a sostituire un dente caduto: circa 100 giorni! Con l’uso, si sa, i denti si usurano. Alcune specie, come per esempio i conigli, devono sgranocchiare sostanze molto dure perché i loro denti crescono a dismisura e devono essere necessariamente usurati in questo modo. Da questo punto di vista è facile pensare che gli erbivori, che mangiano cibi più duri e resistenti, ricchi di cellulosa, usurino più velocemente i denti e debbano quindi essere sostituti. Nel nostro caso, però, il Majungasaurus è un carnivoro, abituato a mangiare cibi decisamente più teneri. Come mai, allora, la natura ha fatto sì che i denti di questo animale venissero sostituiti tanto velocemente?

Come ci dicono gli scienziati che hanno partecipato allo studio, è probabile che questo animale rompesse tra i denti, probabilmente, anche le ossa delle sue prede, che sono nettamente più resistenti e usurano i denti con più facilità dei tessuti molli. A riprova di ciò si è notato che le ossa, provenienti da specie che erano prede di questo carnivoro, avevano segni e imperfezioni di larghezza paragonabile allo spazio tra un dente e l’altro di questo animale. Il prossimo step della ricerca è capire se quello che vale per questa specie si può estendere ad altre rivelando, così, un comune denominatore.

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