Il tool "Do not track"? Non serve assolutamente a nulla, dice un report

Il tool 'Do not track'? Non serve assolutamente a nulla, dice un report
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Da qualche anno browser come Chrome o Firefox prevedono un'opzione nei setting della privacy piuttosto allettante, il tool "Do not track": in linea di massima dovrebbe mandare ai siti visitati una richiesta di non tenere traccia delle operazioni compiute dall'utente nel portale o fuori di esso. Peccato che non glene freghi niente a nessuno.

La privacy è diventata, a ragione, una vera e propria ossessione per la maggioranza delle persone che navigano online. Cookie, metadati, e via dicendo fanno sì che qualsiasi operazione svolta online lasci una scia di briciole che in confronto Hansel e Gretel sono due dilettanti. Tutto è ampiamente monitorato e raccolto, prevalentemente per finalità che non hanno nulla di esoterico o misterioso: la pubblicità.

Ads confezionati appositamente per il destinatario, con l'attenzione maniacale del sarto provetto, banner che ci propongono esattamente quello che abbiamo cercato la sera prima su Google, e, ormai, perfino la propaganda dei candidati politici è in grado di presentarsi in mille vesti diverse a seconda del pubblico raggiunto sulla base di profili etnici, sociali e psicografici. Così non stupisce che circa un quarto degli americani connessi alla rete abbiano attivato la funzione "Do not track" offerta dalla stragrande maggioranza dei browser.

Il funzionamento è semplice, semplice: attivandola, promettono i browser, viene inviata una richiesta invisibile ai siti visitati dove, gentilmente, si fa presente che non si ha la minima intenzione di essere monitorati e profilati. Peccato che poi stia al portale decidere se assecondare o meno la nostra legittima richiesta. Ed ecco che il tool diventa l'illusione di sentirsi in qualche modo più protetti, a cui, però, non segue un bel nulla— perché la stragrande maggioranza dei siti che visitiamo se ne sbatte altamente del nostro desiderio di privacy. Del resto, quei siti, grazie ai nostri dati ci campano.

Chrome è stato uno dei primi ad implementare la possibilità ma, ironia amara, Google in primis non tiene conto delle richieste di evitare il tracking dei suoi utenti. Facebook? Nemmeno per idea.

I portali a cui confidate le vostre fantasie più personali —da Pornhub a XHamster—? Non scherziamo.

Ma allora, a che serve sta benedetta opzione se poi nessuno la rispetta? É quello che si è chiesto il sito Gizmodo. Forse è il caso che questa opzione, che rischia di creare un senso di finta sicurezza negli utenti, venga rimossa in tronco, ha detto al magazine Jonathan Mayer, assistente di Computer Science a Prinston. Mayer è una delle persone che ha passato gli ultimi quattro anni della sua vita a far sì che questa opzione diventasse realtà e venisse inclusa nella maggior parte dei browser, giusto per capirci.

Sono pochi i siti che rispettano l'opzione do not track dice Gizmodo (avendo l'onestà di dire prima una sorta di "non lo facciamo nemmeno noi, eh"): Medium e Pintarest, trai pochi popolari che o non usano i dati raccolti dall'attività esterna al loro sito per la pubblicità, o non inviano i dati raccolti dentro i loro siti a terze parti.

Interessante il paragone, che fa sempre Gizmodo, tra l'opzione do not track e il registro delle opposizioni con cui, nella maggioranza dei Paesi occidentali, ci si può (almeno in teoria) sottrarre dall'incubo delle chiamate dei call center. Se violi il secondo ci sono sanzioni altissime, spiega Gizmo, ma il primo non ha nessun valore legale. Forse è il caso di ripartire da qui.

FONTE: Gizmodo
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