Il travel ban di Trump? Google pensò di sabotarlo manipolando le ricerche

Il travel ban di Trump? Google pensò di sabotarlo manipolando le ricerche
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Nuova bufera per Google: un report del Wall Street Journal riporta che alcuni dipendenti valutarono seriamente la possibilità di manipolare i risultati delle ricerche per contrastare il travel ban imposto da Donald J. Trump. Non se ne fece nulla, ma è l'ennesimo scivolone di Mountain View e rischia di riaccendere l'ira dei repubblicani.

Il travel ban, poi ridimensionato dalla Corte di giustizia USA e modificato con due decreti successivi, è il nome con cui è noto il provvedimento che impose il divieto di accesso nel Paese per i residenti di sette nazioni a maggioranza islamica: Sudan, Somalia, Iran, Iraq, Siria, Yemen e Libia.

Il pretesto ufficiale era che l'immigrazione da questi sette Paesi costituisse un rilevante rischio per la sicurezza nazionale. Molte associazioni americane per i diritti umani protestarono alacremente, accusando la Casa Bianca di islamofobia. Il decreto, adottato in fretta e furia e senza una adeguata revisione da parte dello staff del Governo americano, produsse inoltre non pochi disagi —come testimonia l'esperienza di chi rimase letteralmente bloccato per giorni in aeroporto, senza la possibilità di essere rilasciato o tornare nel proprio Paese, in maniera simile a Tom Hanks in The Terminal.

Così subito dopo al provvedimento in un primo momento la dirigenza di Google richiamò negli Stati Uniti tutti i suoi dipendenti che sarebbero potuti essere colpiti dalla misura. Ma non solo, si pensò anche a strategie per contrastare quella che veniva percepita come un'ondata di xenofobia in America. A testimoniarlo, una serie di scambi di email avvenuti trai dirigenti dell'azienda e alcuni dipendenti. Le email sono state ottenute dalla testata giornalistica The Wall Street Journal.

L'obiettivo della proposta di alcuni dipendenti -che fu comunque seriamente valutata anche dalla dirigenza- era quello di contrastare i risultati delle ricerche percepiti come islamofobi. Ad esempio, cercando "islam", "musulmani" o "Iran", l'utente avrebbe visualizzato trai primissimi risultati i siti di alcune associazioni a favore dei diritti degli immigrati. Si discusse anche della possibilità di fare lo stesso per termini di ricerca come "Messico", "latino" o "ispanico". La proposta fu accantonata.

Non è ovviamente mancata una replica dell'azienda: "non abbiamo mai manipolato i risultati di ricerca, o modificato in qualsiasi maniera i nostri prodotti per promuovere una particolare ideologia politica — non nell'attuale stagione elettorale, non nel 2016 durante le elezioni e non dopo che il Presidente Trump ha rilasciato il suo ordine esecutivo sull'immigrazione", si legge nella replica dell'azienda al WSJ.

Come nel caso del video diffuso da Breitbart —dove si vedono i dirigenti e i dipendenti di Google commentare l'avvenuta elezione di Trump con toni estremamente sprezzanti— non è tanto importante la vera portata della questione, cioè quanto effettivamente questi due episodi dimostrino la partigianeria di Google, quanto l'uso strumentale che potrebbe venirne fatto dalla Casa Bianca e dal Congresso attualmente a maggioranza rossa. Se verranno usati come casus belli per giustificare regolamentazioni verso i colossi del tech, imponendo dunque maggiore trasparenza nella gestione dell'algoritmo e ulteriore rigore nel trattare la politica in modo neutro, le dinamiche del web potrebbero cambiare in modo radicale. Non necessariamente in peggio.

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