L'86% dei consumatori pensa che le pubblicità mirate siano poco etiche

L'86% dei consumatori pensa che le pubblicità mirate siano poco etiche
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L'RSA, un'azienda che si occupa di sicurezza e prevenzione dalle frodi, ha condotto un vasto studio che ha interessato oltre 6.000 consumatori americani e europei. Si è parlato di profiling, uso spregiudicato dei dati, database hackerati e pubblicità personalizzate sulla base dei gusti e delle abitudini del destinatario. I risultati del report.

Come facilmente intuibile, la stragrande maggioranza dei consumatori si è scagliata contro quello che John Koetsier su Forbes chiama il capitalismo di sorveglianza: l'utilizzo, da parte delle grandi e piccole corporation, di tecniche di profiling e monitoraggio per ottenere dominio completo sui gusti e sulle preferenze dei consumatori.

L'86% degli intervistati pensa, ad esempio, che le pubblicità mirate, quelle mostrate non genericamente a tutti (come succede in TV o sulle riviste), ma esclusivamente ad alcuni target specifici, e basate sulla raccolta dei nostri dati, non siano etiche. Un giudizio negativo è rivolto anche nei confronti dei news feed personalizzati, la scelta da parte di social come Twitter o Facebook di non mostrarci tutti i post semplicemente in ordine cronologico, ma dando precedenza ad alcuni a discapito di altri, privilegiando alcune fonte rispetto ad altre —il tutto senza che gli utenti abbiano pieno controllo e conoscenza dei criteri per cui questo avviene. In questo caso la pratica è stata giudicata non etica dal 76% degli intervistati.

L'ostilità sarebbe, poi, rivolta in generale nei confronti della data-economy con solo un 46% degli intervistati che ritiene possa esistere un modo per gestire i dati di una persona in modo etico. Qua si registra un forte gap tra europei e statunitensi: il 60% degli americani pensa che esista una via etica alla datacrazia, ma con i tedeschi, ad esempio, il dato scende al 43%.

È un dato interessante, perché manifesta una forte insofferenza (oltre che una inedita consapevolezza) dei consumatori nei confronti di quello che è il modello economico prevalente su cui si basa la digital economy. Un modello da cui è pressoché impossibile sfuggire, abbracciando la totalità dei servizi e dei contenuti offerti online, salvo ricorrere a strumenti complessi di cui, nella maggior parte dei casi, i consumatori ignorano funzionamento o addirittura esistenza.

Se poi gli hacker dovessero violare i database che contengono i nostri dati, di chi è la colpa? Per gli intervistati il dito deve essere puntato contro le aziende che si sono fatte hackerare

FONTE: Forbes
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