Le montagne della follia esistono davvero e si trovano in Siberia

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Sono molte le vicende di cronaca nera che possono contendere ai romanzi dell'orrore di Lovecraft o di Stephen King uno scenario terribile e inquietante. Poche storie possono però competere con le vicende che coinvolsero nel 1993 un gruppo di escursionisti a Khamar Daban, in Siberia.

Questa località si trova sulle pendici delle montagne Sajany, poco distanti dalle sponde del lago Baikal, il più profondo del pianeta. Si tratta di una regione particolarmente isolata, ma che è nota in tutta la Russia per le sue bellezze naturali.

Il 2 agosto di quell'anno un gruppo di 21 escursionisti, guidato da una esperta survivalista - Lyudmila Korovina - decise di sfidarne le vette, inconsapevole che presto il clima sarebbe peggiorato. Lyudmila aveva 41 anni al momento dell'incidente e la sua principale professione, oltre quella di educare nuove guide alpine, era quella di accompagnare i gruppi di adolescenti e di turisti che volevano esplorare la natura selvaggia.

Da molti suoi colleghi era considerata un'ottima guida e a confermare questo fatto ci fu la sua decisione di dividere gli escursionisti in 3 sottogruppi più piccoli, di cui uno capeggiato da lei mentre un altro era guidato dalla figlia Natalia. In tal modo si illudeva di mettere in maggiore sicurezza i suoi clienti.

I tre gruppi partirono ognuno per una direzione differente, dandosi appuntamento al campo base 3 giorni dopo, il 5 agosto, così da concludere insieme l'ultima parte dell'escursione, la più semplice.

Sfortunatamente, il gruppo di Lyudmila non rispettò l'appuntamento e dopo aver passato diverse ore ad attendere la madre, Natalia insieme ai componenti degli altri 2 gruppi decise di tornare a casa. Erano consapevoli che quel gruppo era formato da escursionisti esperti e che nei giorni successivi altri escursionisti avrebbero setacciato la zona, durante altre visite guidate.

Cinque giorni dopo, il 10 agosto 1993, effettivamente un gruppo di kayakisti incrocio un componente del gruppo disperso, ma sorpresi da quello che videro, in un primo momento credettero che fossero un fantasma, visto che l'aspetto della giovane che avevano trovato era inquietante.

Il nome della ragazza era Valentina Utochenko, aveva 17 anni e oltre ad essere sporca e dimagrita, per colpa dei 10 giorni passati fra i boschi, era completamente ricoperta di sangue, dalla testa ai piedi, con le vesti chiazzate ancora di fango e di vomito, oltre che di voluminosi grumi di bava nera.

La ragazza fu soccorsa dai kayakisti, una volta abituati al suo aspetto, e trasportata a valle, la portarono nella vicina centrale della polizia dove cominciò a raccontare una storia assurda.

La Utochenko era l'unica sopravvissuta di quella tragedia che oggi in Russia viene ricordata come "L'incidente delle montagne della follia" e le sue parole fecero rabbrividire i suoi soccorritori, accorsi nella centrale insieme a Natalia Korovina per conoscere il destino degli altri componenti del gruppo.

Secondo la ragazza, l'escursione si era svolta in maniera abbastanza piacevole e tranquilla, fino a quando il gruppo non era stato costretto il secondo giorno a scendere le pendici della montagna, mentre la pioggia aveva cominciato a rendere sdrucciolevole il terreno.

Con i crampi alle gambe e allo stomaco, il gruppo resistette alla fatica e alla pioggia, cercando di mantenere alto il morale, ma giunti finalmente a valle, mentre erano ancora immersi nel bosco, qualcosa turbò per sempre la vita di questi giovani avventurieri.

Mentre la foresta era completamente immersa nel silenzio, l'ultima persona della fila, Sacha, si mise improvvisamente a urlare, tramite dei versi che giorni dopo Valentina avrebbe definito come "non umani".

Contemporaneamente, mentre i suoi compagni spaventati si avvicinavano per prestargli aiuto, Sacha cominciò a scuotersi violentemente e a portare le mani al volto, come se fosse impazzito. Poco dopo del sangue cominciò a sgorgargli fuori dall'orbite, dal naso e dalla bocca, rendendo il suo volto una vera e propria maschera infernale.

Gli altri componenti del gruppo furono impressionati da questa visione, ma dopo pochi secondi un'altra giovane, la più vicina all'amico, cominciò anch'ella a gridare, in maniera ancora più atroce, gettandosi a terra mentre il suo mento si ricopriva di una bava nerastra.

Lyudimila mantenne il sangue freddo, seppur sia immaginabile pensare che fosse la prima volta in cui si trovava davanti ad una situazione simile, e nel cercare di fare la cosa più intelligente, invitò uno degli escursionisti più veloci a chiamare i soccorsi.

Quest'ultimo dopo pochi passi cominciò tuttavia a perdere a sua volta del sangue, non solo dalle orecchie e dal naso, ma anche da tutti i pori presenti sul suo volto, e mentre rivolgeva uno sguardo stupito agli altri, esterrefatto iniziò a urlare a squarciagola, consigliando a tutti di scappare.

Secondo il racconto di Valentina Utochenko, a quel punto i pochi rimasti si dispersero per il terrore e Lyudimila disse a giovani di abbandonare gli zaini e di andare avanti senza di lei.

Non andarono molto lontano. Presto i pochi sopravvissuti sentirono improvvisamente la loro guida proferire parole sconnesse, simili ad una supplica, che si spensero quando la sua gola cominciò a gorgogliare e a sputare del vomito misto a sangue. Poco dopo, uno dopo l'altro, tutti i ragazzi cominciarono a cadere per terra fra atroci convulsioni e nel tentativo di bloccare le sofferenze, alcuni iniziarono a sbattere freneticamente la testa contro i tronchi e le rocce, per uccidersi.

Valentina rimase così sola, in compagnia di un'ultima amica. Dopo averla vista sputare del sangue, che finì dritto addosso a lei, per il terrore l'abbandonò, continuando a scendere dalla montagna nel tentativo di allontanarsi il più possibile dalla follia e dall'orrore che aveva coinvolto i suoi amici.

Trascorse i successivi giorni da sola, completamente persa nei meandri dell'oscurità che aveva avvolto la sua mente a causa della terribile esperienza, e cercando di ritrovare la strada, cadde da un piccolo sentiero, facendosi male alle ginocchia e alla testa.

Riuscì a salvarsi grazie a delle linee elettriche, che la condussero direttamente verso le sponde del fiume in cui fu ritrovata dai kayakisti.

Due settimane dopo il suo ritrovamento, alcuni elicotteri intercettarono i corpi degli altri componenti del suo gruppo e le varie autopsie confermarono parti della sua storia. Tutti tranne Lyudmila erano morti per ipotermia estrema da esposizione al freddo, mentre la povera guida era morta per infarto. Le loro vesti erano ricoperte di sangue e bava nera, che non era altro che saliva mista ai grumi di sangue, che avevano fatto esplodere i capillari al livello della trachea e dello stomaco.

Ancora oggi gli scienziati non sanno spiegare dettagliatamente cosa successe a questo gruppo di escursionisti. Alcuni pensano che furono dei funghi allucinogeni, assunti per colazione, ad ucciderli. Valentina si salvò semplicemente perché non li aveva mangiati. Altri pensano invece che il gruppo fu esposto accidentalmente a qualche tipologia di veleno sperimentale o a del gas nervino, rilasciato dai sovietici fra quelle montagne, poco prima del crollo dell'URSS.

Altri teorici del complotto credono ancora che la giovane Valentina Utochenko abbia ucciso gli amici, aiutata magari dagli alieni, ma tutti gli indizi finora ottenuti sembrano andare contro queste ipotesi.

La figlia di Lyudmila, Natalia, asserì infatti che fino a qualche settimana prima era stata lei stessa ad attraversare quel sentiero da cui era passata la madre, senza subire alcun problema. Inoltre, gli altri due gruppi che erano partiti lo stesso giorno si trovavano solo pochi chilometri lontano dal luogo dell'incidente, ma non udirono stranamente neppure una delle grida dei loro compagni, mentre compivano la strada del ritorno. Lyudmila inoltre disprezzava quanto Valentina i funghi e non li avrebbe mai mangiato a colazione.

Questa escursione non fu neppure la prima a concludersi tragicamente in quella zona. Nel 1959 un gruppo di alpinisti, in pieno inverno, visse un'esperienza altrettanto terribile, in cui nove persone persero la vita, abbandonando le tende nel cuore della notte. In quel caso, non ci furono sopravvissuti e alcune vittime presentavano i segni di un combattimento.

L'area è stata scandagliata da diversi strumenti e nel corso degli anni è divenuta una sorta di Area 51 sovietica, seppur non esistono delle basi militari nelle pendici della montagna. La cosa che disgustò terribilmente i medici legali giunti in elicottero sul posto fu che i cadaveri degli escursionisti erano impregnati di sangue, come se tutti i loro liquidi corporei fossero fuorusciti all'esterno, attraversando la pelle, prima di congelarsi per il freddo della notte.

Dal canto suo, sul web alcuni utenti hanno cominciato a diffondere diverse leggende su questo incidente, già di per sé molto misterioso, ritenendo che potrebbe perfettamente ispirare autori e sceneggiatori di un videogioco simile a quelli presenti all'interno della serie "The Dark Pictures Anthology".

Valentina Utochenko dal 1993 in poi si è sempre rifiutata di parlare della vicenda con i giornalisti, soprattutto negli anni immediatamente successivi all'incidente, in un tempo in cui i parenti delle vittime e i media le facevano grandi pressioni per continuare a rivelare tutti i dettagli macabri dell'incidente. Sfortunatamente, quindi, ci sono ancora pochi punti chiari in questa storia.

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