Una proteina potrebbe aprire nuove strade per la cura della schizofrenia

Una proteina potrebbe aprire nuove strade per la cura della schizofrenia
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Uno studio rivela la probabile importanza di una proteina, chiamata SV2A, presente in misura minore del normale all'interno del sistema nervoso centrale dei malati di schizofrenia.

La schizofrenia è una malattia altamente debilitante nelle sue forme più gravi e di essa si sa ancora relativamente poco. Ecco, quindi, che uno studio condotto dall’Imperial College London insieme al King’s College, successivamente pubblicato su Nature Communications, ha messo in luce che i malati di schizofrenia possiedono livelli inferiori di una particolare proteina, chiamata SV2A, all’interno delle sinapsi del cervello rispetto agli individui sani. Lo studio, svolto per dimostrare l’importanza di questa proteina, ha visto la partecipazione di 18 pazienti malati di schizofrenia e 18 persone sane (gruppo di controllo).

Ad entrambi hanno somministrato una sostanza che funziona come una specie di tracciante, il che vuol dire che, usando determinate tecniche, è possibile osservare dove si trova il tracciante. Questo tracciante è stato strutturato in modo da legarsi a SV2A quindi gli scienziati possono vedere dove questo si trova e sanno che certamente questo sarà legato a SV2A. L’osservazione del tracciante (e quindi della molecola SV2A) è avvenuta tramite delle scansioni del cervello dei partecipanti al test, usando la tecnica denominata PET. Il test ha così decretato che i malati di schizofrenia avevano livelli più bassi di SV2A rispetto alle persone sane e, in particolare, i lobi frontali del cervello erano quelli dove la concentrazione della proteina era più bassa. Ma a cosa serve questa proteina chiamata SV2A?

Ebbene, questa sostanza si trova all'interno delle sinapsi del cervello e sembra abbia un importante ruolo nel mediare la comunicazione tra sinapsi contigue. Con bassi livelli di questa proteina, ecco che le sinapsi e, quindi, i neuroni comunicano tra di loro in maniera meno efficace. La ricerca risulta molto importante perché si potrebbero gettare le basi per la creazione, in futuro, di nuove e più mirate terapie per combattere ancora più efficacemente questa malattia che può essere, nelle sue forme più gravi, estremamente debilitante.

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